Dalle tazze alle tasse

Ho raccolto le perplessità di un amico, messo in crisi da una esternazione del figlio non ancora decenne. Alla sorellina che confondeva le cose, il bambino spiegava: «Si chiamano tazze quelle dove mamma mette il latte, non tasse, che sono delle brutte cose…». Ecco, all’amico non andava giù quell’aggettivo e non si spiegava da dove arrivasse. In effetti ci stiamo abituando a caricare di negatività elementi che invece hanno una insostituibile funzione sociale, forse sotto la spinta di una cultura politica (e quindi mediatica) che privilegia anzitutto l’interesse individuale. E i primi ad accorgersi di questo inquinamento culturale sono i genitori. Se proviamo a spiegare ai bambini che pagare le tasse significa mettere in comune quei soldi che poi servono a curarci quando ci ammaliamo, a pagare la maestra, a mantenere i nonni che non lavorano più, a tenere pulita e bella la città, la loro reazione è spontanea: «Ma allora paghiamone tante di tasse!»… E questo dice la distanza della nostra etica quotidiana dalla luminosa verità dei bambini. «Vogliono aumentare le tasse» è ormai diventato il peggiore insulto verso gli avversari politici, i quali a loro volta promettono e giurano che no, non lo faranno. Il prelievo d’imposta, soprattutto quello sui beni di consumo più indispensabili, si va trasformando in un mostro incombente sulla nostra convivenza; e in certo senso a ragione, visto che oltre 4 milioni di famiglie sono in condizioni di disagio o sotto la soglia di povertà. Sarebbe interessante analizzare la mutazione genetica che trasforma la “virtuosità” di un gesto di condivisione responsabile in una “ingiustizia” peggiore di un furto con scasso. Naturalmente alla base c’è (e non sempre a torto) il giudizio severo sull’uso e sulla gestione delle risorse raccolte con la tassazione: sprechi, lentezze burocratiche che vanificano l’efficacia degli interventi, personale demotivato ed in esubero, distrazioni di fondi per interessi personali o di gruppo e via dicendo… Ma come mai su questo importante aspetto etico poco si insiste? Forse ci sono troppi interessi in gioco? Troppe categorie da non scontentare? È certo più semplice trasformare le tasse in una ingiustizia; ha più appeal invitare i cittadini a contestarle o addirittura a non pagarle se “in coscienza” (!) si ritengono ingiuste. Sarebbe bene cominciare a riflettere sugli effetti a medio e lungo termine di una simile strategia sull’educazione dei figli e sulla formazione di generazioni, domani chiamate ad essere cittadini responsabili. La famiglia, sorgente di socialità, è luogo fondamentale della scoperta dei valori e dello sviluppo della coscienza. E ciò avviene anche attraverso le comuni esperienze e gli atteggiamenti esemplari. Una società diventa solidale se è composta da famiglie solidali; famiglie dove non si è schiavi di convinzioni e pregiudizi, dove si decondiziona l’indifferenza e si supera la diffidenza verso l’altro, gli altri, la città. Sono le sorgenti della “cultura del dare”, cultura che mette al centro il senso della comunità, la corresponsabilità sociale; cultura per la quale le tasse non sono brutte, ma segno e frutto di comunione; e come tali vanno amministrate. I lettori di Città nuova conoscono certamente la proposta della “Economia di Comunione” di cui più volte si è parlato su queste pagine, una ispirazione geniale, trasformata in progetto e agire economico per la reciprocità, la fraternità e la promozione dei più deboli, ai quali dedica addirittura i due terzi degli utili d’impresa. Bene. Alla base del notevole sviluppo di questa “utopia” ci sono proprio tante famiglie imprenditrici, luoghi dell’elaborazione di un’etica sociale nuova, espressione coerente e amplificata dell’arte di amare vissuta in casa. «Una città – diceva Platone – non potrà mai essere felice se non ne traccerà il disegno un architetto che ne conosca il divino modello

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