Dalì, “genio cosmico”?

Il virtuosismo pittorico di Dalì basterebbe a lasciare la bocca spalancata, ma l’incanto si fa prima stupore e poi stordimento a mano a mano che l’occhio, insieme al piacere della buona pittura, passa in rassegna i soggetti onirici, paranoici, mistici e sacri. L’egocentrismo e il narcisismo resi noti dalla cronaca si palesano anche nella sua pittura: metafore visive che ribaltano la sfera intima in immagini di valore universale; contaminazioni iconografiche tra sacro e familiare, continui non sense che richiedono una fruizione di tipo mentale, uno spettatore che si disponga al gioco nel tentativo di sbrogliare la matassa di immagini e significati. Troppo spesso però questo gioco si è trasformato in una spietata analisi psicanalitica presentando di Dalì solo le psicosi e le paranoie; così la patologia è diventata la principale chiave di lettura della sua arte. Lo stesso artista, cosciente del proprio agitato mondo interiore, ne ha fatto l’ariete di sfondamento verso la popolarità trasformando la sua paranoia critica in un metodo creativo; ha venduto benissimo la propria immagine pompandola al massimo nella direzione del genio borderline; si è fatto ritrarre spesso come un divo eccentrico, nell’abbigliamento come nelle pose, con gli affilati baffi all’insù e gli occhi sbarrati. Così, quando oggi si va a vedere Dalì, le guide ci raccontano quadro per quadro la sua cartella clinica. Sicuramente i suoi quadri sono la sintesi visiva di una psiche complessa e agi- tata; eppure, com’è stato per Van Gogh, la sua opera assume valore indipendentemente dai moventi psichici che possono averla determinata. Per una volta non guardiamo quindi i dipinti di Dalì come l’opera di un paranoico delirante, quanto piuttosto come l’espressione dell’uomo nel momento in cui scopre il proprio mondo interiore: il bene, la corruzione, la passione e il desiderio di redimersi disegnano una verità nascosta piena di tensioni e contraddizioni, quasi a gara con il delirante mondo esterno che stravolge le coscienze con la pulizia razziale, la bomba atomica, la scoperta dell’inconscio. Dalì si guarda dentro, si vede e si mostra. Dipinge luoghi fino ad allora inviolati. Come fa con la sua Venere dei cassetti, apre indiscriminatamente botole all’altezza del cuore, del cervello, e dello stomaco. E, aperte queste botole, sembra che tutto ciò che vi è contenuto si sciolga al calore di una luce mai vista. Sotto la lente del proprio mondo interiore, tutto ciò che da sempre si riteneva solido, passa inesorabilmente allo stato liquido: amori, passioni, credenze, desideri, sensazioni. Ciò che si riteneva una verità inscalfibile diventa molle, ambiguo, indifeso come il ventre di un mollusco, soggetto agli attacchi esterni, alle insidie degli insetti, al decadimento dettato dal tempo che pure non sfugge al trattamento liquido ponendosi… fuori dal tempo. Gli orologi di Dalì si piegano come gelatina; le lancette, un tempo preciso strumento di misurazione oggettiva, rassegnano a penzoloni la propria resa. Persino il proprio autoritratto si squaglia fino a diventare una maschera di gomma; a poco valgono le stampelle che tentano di puntellare una materia che si fa inesorabilmente cascante. Autocritica? Autoironia? Forse qualcosa di più: l’egocentrismo e l’autoreferenzialità dell’artista diventano una metafora del proprio modo di vedere sé stesso e il mondo: una grande mascherata condannata al disfacimento e alla corruzione. Poi l’improvvisa irruzione di soggetti religiosi attesta il desiderio di redenzione, di sé stesso, forse del mondo. Presenta la Madonna di Port Lligat al papa in persona. Gala, la sua musa, veste i panni della Madonna; il corpo si apre come una catte- drale, Gesù bambino è sospeso sul vuoto della propria madre, e similmente, all’altezza del cuore, sul corpo di Gesù di apre un varco, una finestra; dietro solo il mare, liquido non più in decadenza ma limpido, cristallino, in una luce astratta e ultraterrena. E poi i crocifissi, belli fino a sfiorare le soglie del kitsch, guardati dal basso o dall’alto come se quell’atto di redenzione stesse tanto sopra alle nostre teste quanto dentro il nostro stesso spazio. Tra gli ultimi quadri dipinti, ma tra i primi che incontriamo in mostra, Dalì di spalle dipinge Gala di spalle, un nuovo autoritratto che si accompagna a quello della donna amata. Un Dalì anziano dai capelli radi e grigi guarda nello specchio il volto di lei, e lei risponde allo sguardo. Alla sera della vita dipinge il bagliore diafano di una luce mattutina; l’astratta luce si è fatta naturalissima: il sacro non sta più nella scelta del soggetto, ma nell’intimità di un rapporto. Oltre ai dipinti troviamo sculture, scenografie, incisioni, film e cartoni animati disegnati per la Walt Disney, un insieme che bene attesta una personalità che ha qualcosa da dire al di là della sola pittura. Quando il suo rovistare senza posa nell’anima e nella mente, e la sua genialità sempre pronta a sfidare il limite, si incontrano e si accompagnano finalmente alla sua umanità, allora sì, il genio di Dalì ci appare davvero come il genio cosmico.

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