Dal non senso del dolore alla speranza

L’incidente a mio padre, la casa di cura, mia madre, mia sorella. C’è un filo conduttore nella vita?

Dopo essere andati in pensione, i miei genitori vivevano nel loro modesto appartamento, tranquilli e in piena autonomia. Era una pensione meritata, dopo aver lavorato molti anni per portare avanti la famiglia in tempi difficili per la Spagna. La salute di mio padre, dopo un rischioso intervento chirurgico al cuore, era rimasta comunque precaria, infatti trascinava un po’ i piedi nel camminare. Per questo un giorno inciampò in una malformazione del pavimento, sbattendo fortemente la testa. Da quel momento la vita dei miei genitori cambiò radicalmente. Come conseguenza del colpo e della successiva grave emorragia cerebrale, fu operato due volte in poche ore. Seguirono momenti d’incertezza e dolore, in cui mia sorella ed io cercavamo, con scarso successo, di confortare nostra madre. Nelle settimane successive ci siamo pian piano resi conto dell’entità del danno cerebrale che mio padre aveva sofferto e che condizionava i movimenti, la parola e la memoria. Avevamo ancora speranze in una ripresa, ma non sarebbe stato facile per una persona di 85 anni e con tale livello di disabilità. Per cui abbiamo cercato non solo di fargli compagnia e di amarlo in questa nuova situazione, ma anche di contribuire, ognuno con le sue conoscenze e il proprio carattere, alla sua riabilitazione. Ricordo con gioia il giorno in cui l’ho incoraggiato a prendere per la prima volta uno yogurt da solo, e l’ha fatto! Ma c’erano pochi miglioramenti e rimaneva a letto. In un’occasione mia sorella mi ha detto: «Se deve rimanere così, meglio che muoia». Una frase che mi ha ferito, ma a cui non ho saputo rispondere; era il suo modo di pensare e non avevo argomenti contrari. Finita la convalescenza in ospedale, abbiamo trasferito mio padre in una casa di cura per anziani. Era come entrare in un altro mondo, dove convivevano persone con diversi gradi di disabilità, fisiche e mentali, insieme con uno staff qualificato, attento e che nella maggior parte dei casi trasmetteva quella gioia che molti dei residenti avevano perso. Il fatto di andarlo a trovare era per me uno sforzo. Mi superavo nel vedere mio padre diverso da come lo avevo conosciuto. E non a causa delle limitazioni fisiche, ma per quelle mentali. Non mi riconosceva come figlio. Difficile rassegnarsi. La psicologa del Centro diceva a mia madre che doveva vivere in lutto, anche se il marito non era morto davvero. In conseguenza di questo le è venuta una forte depressione, impensabile in una persona di carattere così energico, ma non si facoltà mentali, la memoria, la capacità di amare e di essere amato? Era chiaro che il suo livello di coscienza era inferiore a quello della maggioranza delle persone. Cosicché, il “film” della vita che scorreva davanti a lui era come fosse sfuocato, non riusciva a cogliere i dettagli, né a parteciparvi. Per alcuni, tra i quali mia sorella, mio padre in quello stato quasi vegetativo non avrebbe dovuto vivere. Invece ho capito che doveva continuare a vivere, che pur con le sue limitate facoltà gli era ancora permesso di amare ed essere amato, soprattutto per la trasformazione positiva che generava attorno a sé, nei residenti e in noi figli, anche se non ce ne rendevamo conto. Nel frattempo mia madre ha iniziato ad avere problemi di memoria, fino al punto che non poteva più vivere da sola. Si rifiutava di lasciare il suo appartamento e neppure voleva persone in casa, ma noi figli volevamo evitare un altro incidente. Non poteva vivere con noi per diversi motivi, e d’altra parte, non aveva mai accettato di entrare in una casa per anziani. In ciò era molto categorica. È successo però che ha dovuto passare qualche giorno in casa nostra per rimettersi da una lussazione alla spalla. Così, con la scusa della riabilitazione, sono riuscito a convincerla a vivere temporaneamente nel Centro in cui viveva suo marito. Si è adattata poco a poco. La sua memoria si stava deteriorando, anche se a un ritmo lento grazie ai farmaci. Poco tempo dopo mio padre è morto. Il sostegno ricevuto dal Centro l’ha aiutata a ristabilirsi in pochi mesi. Ed è passata dall’idea che la sua vita non avesse più senso, a godersi il suo piccolo mondo (attività, compagni, operatori sanitari), fino al punto che, quando le domeniche la portavamo a casa per il pranzo, dopo poco tempo voleva già tornare al Centro, e non perché la trattassimo male! Visto in prospettiva, si potrebbe dire che il dolore provato per l’incidente di mio padre non è stato invano. Ci ha resi più saggi e umani, ma, soprattutto, sta permettendo a mia madre di trascorrere gli ultimi anni della sua vita ben assistita e serena. Pare strano per un non credente come me parlare di un possibile filo conduttore in questa storia, ma la mia posizione di agnostico m’impedisce di negarlo. La nostra ignoranza è così schiacciante, che la posizione più prudente davanti agli avvenimenti della vita è quella di conservare la mente aperta. E mantengo anche la speranza che un giorno mia sorella cambi il suo modo di pensare.

Cosa definisce l’essere umano? La capacità di fare le cose o la possibilità di amare ed essere amato?

IL CONVEGNO Dal 24 al 26 marzo 2017 a Castel Gandolfo 200 persone provenienti da tutti i continenti, si sono confrontate su un tema difficile e delicato: il dolore, fisico e mentale, affettivo e sociale. Il contesto era quello del dialogo tra persone con e senza riferimento religioso, che da 20 anni si svolge nell’ambito del Movimento dei Focolari. Contributi di riflessione di filosofi, medici, teologi, tanatologi, architetti, psicologi, musicologi, responsabili di hospice (le strutture che accolgono i malati terminali) si sono alternati con esperienze personali e di gruppo.

Il film della vita gli scorreva davanti, ma non riusciva a parteciparvi

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