Dal carcere, ciak sulla vita

Ogni allestimento (e sono ben diciotto!) di Armando Punzo con i suoi detenutiattori della Compagnia della Fortezza del carcere di Volterra non è solo uno spettacolo ma un’esperienza. Particolarmente quello presentato quest’anno, Appunti per un film, interpella in più modi noi spettatori. Già entrando, dopo aver oltrepassato i cancelli ed espletati i rituali controlli del penitenziario, una troupe, fingendo di girare un documentario, pone domande ad alcuni. Lo stesso regista, per conto dell’autore in crisi di idee, ci spiegherà il senso di questa operazione la cui incerta sceneggiatura ha bisogno della partecipazione attiva del pubblico ingaggiato a far da comparsa. Ammette di non avere le soluzioni e manifesta la necessità di trovarle insieme. Nel cortile cosparso di ombrelli per terra assistiamo ad una beckettiana processione funebre senza bara (la morte del cinema, del teatro, della creatività?); quindi, dopo aver attraversato i corridoi interni, veniamo fatti sedere dentro una assolata arena. Più che in un set cinematografico ci troviamo dentro un talk show a partecipare ad un dibattito dove si cerca di capire, nello smarrimento attuale del senso vero delle parole, come raccontare la realtà, oggi sempre più inafferrabile e affidata solo all’illusione televisiva. Tra ciak, macchine da presa e istruzioni urlate al megafono, il regista chiama in causa l’autore scelto tra il pubblico, e un poeta che disquisisce con i detenuti- spettatori mischiati nell’agorà. Si succedono domande e tentativi di risposte, interventi preparati e altri spontanei. In questo gioco serio di teatro nel teatro s’affaccia l’ombra di Pirandello cui dà voce uno degli attori intervenendo in aiuto di chi sta cercando un autore e ha problemi d’identità. Attingendo al vissuto – l’unico modo, forse, di definire la realtà – è emozionante, nella sua ironia, il racconto di un carcerato e dei suoi inizi malavitosi quando interagiva con il mondo della criminalità. Altri squarci di quotidianità si interpongono nella maniacalità della discussione: un gommone carico di clandestini, la protesta di un operaio che vorrebbe solo finire il suo lavoro iniziato, l’addio fra un figlio e una madre intenta a stirargli la camicia come ultimo atto d’amore prima di vederlo ripartire verso l’ignoto. Ma entra in campo anche Don Chisciotte che balla contagiato anch’egli dalle mode televisive, salvo ritrovare la sua storia quando, tornati nel cortile del carcere, vaga smarrito in mezzo ai riflettori del set simili ai fatidici mulini a vento. Numerose altre immagini costellano questo ulteriore e spiazzante affondo di Punzo nella sua instancabile ricerca sul sentso di fare teatro in carcere e, più in generale, sulla crisi d’identità del nostro tempo. E ce ne fa provare, prima della liberatoria danza finale che accomuna tutti, una più diretta consapevolezza nel prosieguo della rappresentazione, rinchiudendoci a gruppi nelle celle insieme ad uno dei reclusi. Li sentiremo parlarsi da una cella all’altra in un rincorrersi di grida per la simulazione di un malore. Finita la scena il detenuto, ci saluta ricordandoci che mentre noi usciamo lui rimarrà dentro. Riconquistata l’aria all’aperto, si ripete il funerale iniziale con l’aggiunta di una parte del pubblico nello spazio ingabbiato: una processione filmata dalla troupe che lo accomuna alla crisi creativa dell’autore. Biancovestito quest’ultimo si aggirerà osservando lo stato di abbandono di quella scenografia. A ridarle vita basterebbe poco: forse lo spirito, il lavoro e uno spazio comune, sembra suggerirci Punzo con questi appunti. Giuseppe Distefano Al Festival Volterrateatro. La Compagnia della Fortezza sarà il 18/9 a Roma al festival Bella ciao. Il balsamo della memoria con I Pescecani: ovvero quel che resta di Bertolt Brecht.

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