Daesh, la fine annunciata che non arriva mai

L’Isis è entrato nel nostro immaginario collettivo come la fonte di tutti i mali. In realtà la sua stessa esistenza è un grande punto interrogativo. E la sua sconfitta non sarà la panacea…
Morukc Umnaber/picture-alliance/dpa/AP Images

Che sta succedendo in Siria, a Raqqa e Deir Ezzor? È dall’inizio di giugno che secondo molta stampa europea lo Stato Islamico è circondato, sconfitto, finito, cancellato. Tra le righe sembra di sentire: «Ci siamo! Se non è domani sarà dopodomani, è questione di ore!». E sotto le righe, non detta, serpeggia l’illusione che con la fine del Daesh finiranno anche gli attentati in Europa. E invece i jihadisti a Raqqa e Deir Ezzor resistono. Viene il sospetto che non si tratti solo di una questione militare e che le cose non stiano in realtà esattamente come vorrebbe l’auspicio, che il vero problema non ruoti intorno alla sconfitta del Daesh, ma che ci sia dell’altro.

Infatti, c’è molto d’altro. Raqqa e Deir Ezzor si trovano nella parte orientale della Siria, in un triangolo semidesertico che ha la base sul fiume Eufrate e il vertice che si incunea verso Est fra il Kurdistan siriano a Nord e l’Iraq e il Kurdistan iracheno a Est.

Raqqa si trova pressappoco nell’angolo più settentrionale e Deir Ezzor in quello più meridionale della base del triangolo, sull’Eufrate. Dopo la caduta di Mosul, Raqqa è di fatto la capitale di ciò che resta dello Stato islamico, ed è ormai da mesi pressoché assediata dalle Forze democratiche siriane (Sdf), un’alleanza composta soprattutto dai curdi siriani (rojava) dell’Ypg (unità di protezione popolare) e dell’Ypj, i battaglioni curdi composti da donne e guidati dalla mitica comandante Rojda Felat. Accanto ai curdi, fanno parte delle Sdf anche miliziani arabi sunniti; e gruppi più o meno grandi di turkmeni, circassi e ceceni, che sono tutti sunniti non arabi, come la maggioranza dei curdi. E sono appoggiati dall’aviazione della coalizione internazionale a guida Usa. Nessuno sciita, insomma.

Deir Ezzor, circa 140 Km a Sud di Raqqa, si trova in una posizione strategica sulla direttrice di comunicazione che collega Palmira (e quindi la Siria occidentale) con l’Iraq sciita, passando per importanti campi petroliferi e per un territorio che storicamente è una delle culle del jihadismo. Intorno a Deir Ezzor si sono concentrati i soldati dell’esercito siriano lealista (Assad appartiene alla comunità alawita, un gruppo islamico vicino agli sciiti) ed alcune milizie sciite irachene, oltre agli Hezbollah libanesi. Sono appoggiati dall’Iran (che a metà giugno ha lanciato da Kermanshah dei missili sulle postazioni Daesh di Deir Ezzor) e dall’aviazione russa, che ha le sue basi sulla costa siriana del Mediterraneo, a Latakia e Tartous. Nessun sunnita, insomma.

Accanto alle missioni aeree statunitensi (su Raqqa) e russe (su Deir Ezzor) che si susseguono a ritmo serrato come supporto alle rispettive forze di terra, provocando numerosi morti anche fra i civili, si sono verificati in questi mesi numerosi e pesanti “incidenti” tra Sdf e siriani lealisti, che hanno rallentato in certo modo la conquista degli ultimi bastioni del Daesh. L’impressione, peraltro suffragata dai fatti, è che sia in atto un braccio di ferro per assicurarsi un posto nella futura spartizione della Siria. I curdi siriani, su pressione statunitense, per creare uno spazio occupabile dai sunniti in un’area sotto controllo Usa. Le truppe di Assad, su pressione iraniana, per assicurare una continuità territoriale sciita che permetterebbe di andare da Teheran al Mediterraneo (comprese le basi russe sulla costa siriana) passando per Iran, Iraq, Siria e Libano.

L’ipotesi del “corridoio sciita” è naturalmente visto con grande disappunto da sauditi, israeliani e da Washington, mentre è considerato di grande importanza per i futuri equilibri della regione da Iran, Iraq sciita, siriani di Assad, Hezbollah libanesi, e russi.

Più che l’episodio finale della guerra ai jihadisti e al Daesh, dunque, la conquista di Raqqa e Deir Ezzor sembrerebbero parte di un molto più vasto capitolo nel conflitto secolare fra sunniti e sciiti, ingigantito e strumentalizzato dall’intervento di Stati Uniti e Russia, che si contendono qui spazi economici e politici di grande portata. I curdi, da parte loro, non sono indubbiamente interessati al controllo di una regione araba come quella di Raqqa, ma sono molto più interessati alla sua conquista per avere crediti quando si tratterà di discutere l’indipendenza del Kurdistan siriano.

In questo grande Risiko che si gioca sulla vita di molta gente nell’Est della Siria restano apparentemente ai margini, per ora (ma non si sa per quanto), gli altri attori in gioco: i jihadisti dell’ex fronte Al Nusra e gli islamisti filoturchi ormai relegati a contendersi fra loro la regione di Idlib, a ridosso del confine turco di Antiochia; i turchi stessi incuneati fra i curdi siriani, a Nord di Aleppo, e ostinatamente anti-curdi; e altre piccole sacche di resistenza non islamiste anti-Assad sparse intorno a Damasco e più a Sud.

È chiaro che la caduta del Daesh a Raqqa e Deir Ezzor ci sarà, prima o poi. Ma questo, con buona pace di chi sperava diversamente, avrà ben poca influenza sulla pace in Medio Oriente e forse anche meno sugli attentati islamisti in Europa.

 

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