Da Reggio Calabria

Patrizia Labate, giornalista, ha lavorato per diversi quotidiani calabresi. Attualmente è caporedattore di uno di essi.

 

Circa due anni fa, per un trasferimento del collega che coordinava la redazione di Reggio Calabria del quotidiano per il quale lavoro, si è reso necessario trovare un sostituto. Fino a quel momento mi ero occupata di politica, ma per l’esperienza che avevo maturato poteva adesso crearsi l’opportunità di coordinare la redazione di città. Non volevo tuttavia imporre la mia presenza (per i miei colleghi-uomini non era facile accettare quest’idea), e comunque ero convinta che un’eventuale mia “candidatura” doveva provenire dal mio gruppo di lavoro.

 

Alle riunioni di redazione rimanevo sempre in silenzio, cosicché a turno ogni collega si è proposto di coordinare le pagine reggine. Io rimanevo in attesa: ogni tanto veniva fuori il mio nome ma mi accorgevo che non tutti erano pronti a sostenermi per cui non insistevo… Finché, dopo qualche settimana, fui candidata all’unanimità. Stipulammo con l’editore un nuovo contratto, ma dopo alcuni mesi il trattamento economico cominciò a venir meno. Eravamo molto stanchi, quello era il terzo mese senza stipendio e i ritmi di lavoro erano estenuanti. Con coraggio, ad una riunione decidemmo di dare un ultimatum all’editore: se entro un mese non avesse ottemperato al pagamento, il contratto che ci legava si sarebbe sciolto e l’edizione di Reggio del quotidiano non sarebbe più venuta fuori a nostra firma.

 

I giorni e le settimane trascorrevano e dell’editore nessuna notizia, l’ultimo giorno abbiamo deciso di salutare i nostri lettori con una nota sul giornale… E il primo luglio eravamo senza lavoro. Sono seguiti giorni di sospensione, si trattava di perdere tutto: i rapporti personali con i lettori e con le forze politiche, e c’era una voce in meno in città nel panorama già scarno dell’informazione locale. Personalmente non avere la possibilità di buttare giù due righe mi appariva importante come l’aria che respiravo… Finché, in una calda e stellata sera d’estate, ho riflettuto sulle potenzialità di una giornalista, e mi è venuto in mente: posso scrivere un libro! Ed era sempre stato il mio sogno… L’importante era trovare un contenuto di spessore: in un attimo ho pensato al sindaco appena scomparso della mia città, Italo Falcomatà, e alle innumerevoli storie di vita cariche di significato che lo ritraevano. Mi resi conto che sicuramente non ero la sola ad avere quest’idea. Presi il coraggio a due mani ed andai a parlare con la moglie: «Come puoi immaginare – mi disse Rosetta Falcomatà – tanti dei tuoi colleghi mi hanno chiesto di scrivere su Italo, ho risposto di no a tutti. Tuttavia la tua idea mi sembra così consona alla personalità del sindaco che… mi piace e non voglio dire di no!».

 

Era fine luglio, dell’editore ancora nessuna notizia; il 21 settembre successivo mi sarei dovuta sposare, ed ero convinta che avrei potuto dire addio a qualsiasi contratto. Invece, a fine agosto, arriva una telefonata dalla redazione centrale: mi propongono un contratto di collaborazione per seguire la politica regionale. Il compenso è fisso, molto elevato, ed è puntuale perché legato alla sede centrale. C’è però un altro problema da superare: i venti giorni di assenza per il viaggio di nozze. Il caporedattore non fa una grinza. Il contratto parte dal primo settembre ed i giorni del viaggio mi sono stati interamante retribuiti! Dopo un anno di lavoro il libro sarà in vendita a fine ottobre, e gli effetti che già ha procurato inimmaginabili. Ma questo è un altro capitolo…

 

 

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