Da Quarto a Boscoreale

Contro l’incuria e l’indifferenza, due esempi di beni culturali da valorizzare e far conoscere.
Quarto Flegrero: la cosidetta Fescina

Primi di novembre. Cosa mi spinge a Quarto, estremo lembo dei Campi Flegrei? Il desiderio di visitare un singolare mausoleo di epoca romana, unica cosa notevole di questa cittadina agricola.

Sceso alla stazione Quarto-Marano della ferrovia Cumana, come prima cosa cerco un ufficio turistico per informarmi su come raggiungere il sito, piuttosto periferico rispetto al centro abitato. Primo disappunto: nessuna delle persone interpellate sa dell’esistenza di un ufficio turistico. Una però mi conferma la presenza a Quarto di ruderi di epoca romana: «Ma vuole andarci a piedi? Ci vorrà qualche chilometro, e poi la strada è brutta, senza marciapiedi…». Senza che il mio entusiasmo ne sia scalfito, inizio la marcia.

 

Quella che percorro è la nuova via Campana, che ripete più o meno il tracciato di quella antica che da Pozzuoli, dopo quattro miglia, giungeva a Quarto (di qui il nome: quarto miliario); via costeggiata un tempo da sepolcri e insediamenti agricoli, ora quasi del tutto scomparsi.

Effettivamente la strada, intensamente trafficata e per un tratto senza marciapiedi, è a rischio per chi come me la percorre a piedi. Sì, a piedi, perché non c’è ombra di autobus con cui sperare di raggiungere il sito archeologico. E neppure ombra di tabella indicatoria.

 

M’incoraggia a proseguire il pensiero dei viaggiatori del Grand Tour che hanno contribuito alla celebrità dei Campi Flegrei con i loro resoconti e souvenir di stampe, dipinti e gouaches, la loro tenacia nell’addentrarsi in zone a volte impraticabili, spinti dall’amore per la storia, l’archeologia e le bellezze naturali.

Malgrado ciò, dopo mezz’ora e più di marcia scomoda, senza la certezza di aver imboccato la direzione giusta, sto meditando un inglorioso dietro front, quando all’ennesima richiesta di notizie vengo indirizzato presso un consorzio agrario. E lì, mentre al banco si alternano i clienti a pagare l’acquisto di semi, piante ed attrezzi agricoli, un commesso gentile e premuroso mi risponde: «Ah, vulite dì ‘a Fescina? Pure ‘e prete (le pietre) qui sanno dov’è», ricordandomi così che il monumento è segnato appunto nelle guide col nome di Fescina. È ancora lontano, ma non troppo. Però – prosegue –, qualche cliente fornito di auto e diretto da quelle parti mi potrebbe offrire un passaggio. Ringrazio il gentile commesso, ma preferisco proseguire a piedi.

 

Seguendo le sue indicazioni, imbocco una traversa della via Campana, via Rimini: stradina di campagna piuttosto sguarnita se non per qualche casa di abitazione e qualche capannone aziendale. Rare passano le auto. Non rara invece, anzi sempre più abbondante, è la spazzatura ammucchiata al bordo, là dove cominciano dei campi. Quella spazzatura che in questo periodo è la piaga di Napoli e provincia.

Mentre a tale vista si affollano deprimenti pensieri, scorgo il calvalcavia della ferrovia prima del quale – mi è stato detto – sulla destra dovrebbe apparire la Fescina.

 

Ed eccola, infatti, inconfondibile col suo basamento cilindrico e l’elemento superiore a cuspide esagonale, tutta in opera reticolata: emerge tra i vigneti ormai spogli di uva, assediata dai rovi e dai cumuli maleodoranti di spazzatura. È un vero choc. Provo ad avvicinarmi, facendo lo slalom tra i mucchi di rifiuti, per cercare un ingresso. Niente da fare: l’ostacolo è una recinzione tutta arrugginita; e poi, trattandosi evidentemente di una proprietà privata, chi mi dice di non venire assalito da qualche cane inferocito?

Per scattare qualche foto alla Fescina, questo singolare monumento che è o potrebbe essere l’emblema di Quarto, ed è invece purtroppo emblema di disinteresse e di incuria (basterebbero una decina di volenterosi per liberare almeno gli immediati dintorni da questo sconcio), non mi resta che salire su una sedia di plastica ancora in buono stato, rinvenuta tra la monnezza, evitando accuratamente di riprendere quest’ultima. La Fescina merita almeno questi riguardi.

 

E il giorno dopo: da Quarto a… no, non al Volturno (avrebbe detto uno dei Mille, Giuseppe Cesare Abba), bensì a Boscoreale.

Dal versante flegreo di Napoli passo così a quello vesuviano per visitare (stavolta è un ritorno dopo anni) a un chilometro circa in linea d’aria dagli scavi di Pompei l’Antiquarium dedicato a “Uomo e ambiente nel territorio vesuviano” e l’annessa villa rustica sepolta dalle ceneri del Vesuvio nel 79 d. C.

Nell’uscire dal trenino della Circumvesuviana, ho una piacevole sorpresa: la stazione è nuova di zecca, ancora immacolata e cioè priva dei graffiti che purtroppo imbrattano le altre stazioni del tracciato ferroviario. Ma ahimè, appena fuori bisogna farsela a piedi per raggiungere in località Villa Regina, alla periferia sud-occidentale di Boscoreale, la meta che mi propongo.

 

Ormai allenato dalla marcia di ieri, mi avvio risolutamente. E fortuna che il sole non picchia, grazie a qualche provvidenziale nuvola. Stavolta non mancano tabelle turistiche con l’indicazione del sito: compaiono ogni tratto a segnare la via come la stella di Betlemme. Man mano che procedo, i soliti cumuli di spazzatura si mostrano impietosamente allo sguardo. Che dico, spazzatura? Incontro perfino due carcasse d’auto bruciate, che evocano episodi di guerriglia, manco fossimo a Kabul.

E finalmente, lungo la via Settetermini, il quartiere dove sorge l’area archeologica: proprio scavando le fondamenta di uno di questi edifici popolari, nel 1970, vennero alla luce le strutture antiche, poi fortunatamente salvate e valorizzate (sorte diversa toccò ad altre famose ville romane della zona, che a cavallo tra Ottocento e Novecento vennero scavate da privati, depredate e poi riseppellite). Ritrovo il quartiere, ma a distanza di anni mi appare nel degrado più desolante.

 

Ed ecco comparire la struttura, inaugurata nel 1991, di questo Antiquarium che ha la duplice funzione di museo di storia naturale del territorio antico e di museo archeologico territoriale; ecco il grande fossato in cui giace la piccola, ma perfettamente restaurata, villa rustica, con i tetti di tegole originali rimesse a posto e i filari di viti ripristinati com’erano duemila anni or sono. Qui sì, aleggia ancora dolciastro l’aroma dei vitigni dopo l’ultima vendemmia.

Tutto è ordinato, pulito. Al paragone, i veri ruderi sembrano le moderne costruzioni per civili abitazioni che incombono intorno.

Prima visito l’Antiquarium, dove con reperti provenienti da Pompei, Ercolano, Stabia, Oplonti, Terzigno e Boscoreale è ricostruita, insieme all’ambiente naturalistico e faunistico vesuviano di duemila anni or sono, la vita in villa che si conduceva da queste parti. Alla biglietteria l’addetto è un giovane archeologo, che aggiunge i suoi desolati commenti al mio disappunto per un gioiello del genere poco frequentato, se si escludono le visite di scolaresche, e così poco accessibile (e il promesso collegamento con la non lontana Villa dei Misteri, nel suburbio di Pompei?). Dopo la visita alle due sale del pianterreno, al piano superiore ammiro una piccola ma interessante mostra sui calchi delle vittime del Vesuvio.

 

Il percorso si conclude nell’adiacente area archeologica di Villa Regina: scendendo una rampa che costeggia la trincea di scavo (nelle stratificazioni di ceneri e lapilli l’occhio esperto può leggere tutte le fasi dell’eruzione distruttrice), raggiungo la piccola fattoria che costituisce il più completo esempio di insediamento agricolo romano, destinato alla viticoltura. Nella cella vinaria i diciotto dolia fittili seminterrati sembrano aspettare ancora il vino dal vicino torcularium, il settore destinato alla premitura dell’uva. Capacità complessiva: circa diecimila litri. Mentre mi aggiro negli altri ambienti, ho tutto l’agio, essendo l’unico visitatore, di immaginarvi la vita e le attività che vi si svolgevano di un tempo.

Villa Regina col suo straordinario Antiquarium lasciano in me l’immagine di un piccolo eroico Fort Apache, assediato non dai pellerossa ma dai rifiuti, dall’incuria, dall’indifferenza. A quando l’arrivo dei “nostri”?

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