Da Mahler ad Henze

Roma, Accademia Nazionale Santa Cecilia.
Werner Henze

L’anno mahleriano – centocinquant’anni dalla nascita – è iniziato con Il Canto della terra, sette poesie cinesi antiche per canto e orchestra, scritte prima della morte, tristi e appassionate. Mahler crede alla vita, alla felicità, alla giovinezza, alla bellezza: sogni da cogliere, anche se illusioni, cui dare un addio. L’orchestra, impregnata di luce tardoromantica, sussulta intorno al canto del tenore e del contralto (gli ottimi Simon O’Neill e Anna Larsson), piange con gli ottoni, si illude con i legni. Pappano dirige commosso una musica bellissima e tremenda, di lancinante verità.

Ed è verità anche nell’ultimo lavoro, in prima mondiale, di H. Werner Henze Opfergang (Immolazione), dramma metaforico su due personaggi: un tenero cane (tenore) e uno straniero (basso), l’innocenza e la crudeltà – di sempre – a confronto. L’uomo uccide l’animale, vittima che s’immola e alla fine “redime”, in qualche modo, l’assassino. Nel dramma espressionista e surreale canto e orchestra conoscono suoni duri, strazi della voce come fitte dell’anima e implorazioni soavi. Henze grida, correndo verso l’amore, ultima speranza. Ottima l’esecuzione, accolta con favore dal pubblico.

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