Da Johannesburg a Montebello

Dal Sud Africa sono giunti da noi agli inizi di luglio, nella nostra comunità parrocchiale di Montebello Vicentino, per testimoniare che è possibile vivere insieme bianchi e neri, dopo anni di sanguinose guerre tribali e di potere. Sono i 64 bambini appartenenti al coro della scuola Sunnyridge di Johannesburg, la prima che abbia aperto le porte anche ai bambini neri, dopo la fine dell’apartheid. Da anni ormai essa promuove concerti nazionali e internazionali per diffondere attraverso i canti, le danze e la musica, una cultura di pace. L’idea è partita da un dirigente scolastico che crede nella possibilità di una convivenza pacifica tra le razze che compongono il popolo sudafricano, convinto che la diversità è ricchezza e non motivo di divisione L’esibizione da noi del coro di Sunnyridge è stata fortemente voluta da Monika, una giovane mamma di genitori vicentini che da qualche anno vive a Montebello, ma è nata e vissuta per quasi trent’anni a Johannesburg. Con questa iniziativa lei ha semplicemente cercato di realizzare un suo sogno: portare in Italia, nella nostra comunità, un pezzetto della sua terra. Per mesi ha mantenuto contatti telefonici col dirigente della scuola e, con l’appoggio della parrocchia, della scuola e del circolo per anziani del paese, ha cercato famiglie disponibili ad ospitare per dieci giorni i bambini del coro. Sembrava un’impresa, ma sempre, quando lo scoraggiamento la assaliva, arrivava una telefonata o una visita a rincuorarla. La permanenza dei piccoli ospiti è stata per diversi abitanti di Montebello motivo di crescita nella condivisione. C’è stato chi ha ospitato un bambino, chi due, chi tre e persino quattro, che si andavano ad aggiungere ai figli propri. Ida e Roberto, ad esempio, anche se ne avevano già di grandi, hanno aderito all’iniziativa cercando di adattare la loro casa per i piccoli ospiti, perché non si sentissero tali, ma veramente in famiglia. con la spensieratezza e la vivacità tipica dell’età, hanno saputo entrare nel cuore delle famiglie che li hanno accolti e portarvi anche un pezzetto della loro terra. La lingua poteva risultare un grosso limite, ma fino ad un certo punto. Ne sa qualcosa Anna con la sua famiglia, che vincendo le proprie perplessità ha ospitato Ashley e Jessica. Il primo giorno, Jessica era scoppiata in un pianto sconsolato perché aveva nostalgia della sua mamma. In quel momento è bastato che Anna, pur ignara d’inglese, l’abbracciasse forte forte perché la piccola si rasserenasse. Il concerto in cui i giovani artisti si sono esibiti è stato straordinariamente coinvolgente per il clima di fratellanza che vi si respirava. Faceva una certa impressione vedere bianchi, neri e colorati insieme, vestiti con la stessa divisa; o nel gruppo dei danzatori di miniera e in quello delle ballerine tribali, bambini e bambine bianchi che dimostravano di aver perfettamente assimilato cultura ed usanze non loro, assumendo movenze e ritmo dei compagni neri. Questi bambini hanno saputo conquistare il cuore di noi adulti, ma soprattutto costruire rapporti importanti, profondi con i nostri figli. Le lacrime sugli occhi di tanti, il giorno della partenza, sono state la conferma che qualcosa di speciale era scattato tra tutti. Come è accaduto a Carlotta, sedici anni, alla partenza di Phina, la ragazzina ospitata, con la quale aveva condiviso tutto: la stanza, gli amici, le risate, l’amore per lo stesso genere di musica, la danza… Avevo trovato una sorella, ed ora la sto già perdendo s’è rammaricata tra le lacrime. C’è chi ha espresso il proposito, che per alcuni rimarrà solo un sogno, di andare a trovare questi bambini in Sud Africa. Intanto Michael, un bambino di cinque anni e mezzo, ha iniziato a risparmiare per il biglietto d’aereo, conservando dentro una scatolina i suoi primi cinque euro… Potrà far sorridere, ma lui è seriamente intenzionato a raggiungere Andrew, il suo nuovo amico sudafricano. Ce ne sarebbero altri di episodi da raccontare, ma ci fermiamo qui. Una cosa è certa: abbiamo ricevuto molto più di quanto abbiamo cercato di dare. La simpatia che questi bambini hanno comunicato ha contribuito infatti a rimuovere in qualcuno pregiudizi e diffidenze nei confronti degli immigrati che vivono nel nostro paese. Fosse anche il solo frutto, questo, ci sembra un risultato non da poco. Di questa esperienza, custodiamo nel cuore i tanti momenti belli e arricchenti vissuti, una rinnovata qualità delle relazioni nella nostra comunità e, non secondariamente, un forte stimolo educativo per i nostri figli. Redi e Giacomo Celadon

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