Da Bellini a Puccini

A Jesi i Capuleti e i Montecchi. Una bella produzione, da esportare, folta di pubblico anche giovanile. A Roma la Tosca, dramma istintivo  continua tuttavia a vivere, a colpire al cuore e a sedurre chi ama una musica orchestrata con rara raffinatezza
JESI_Francesca Pia Vitale GIULIETTA-Paola Gardina ROMEO_finale (Foto di Stefano Binci)

Jesi, Teatro Pergolesi. I Capuleti e i Montecchi

È bello il teatro jesino, armonioso, dall’ottima acustica. Gestisce da anni una stagione musicale che accosta il repertorio tradizionale al moderno, privilegiando i giovani. È infatti un cast per lo più giovanile i vincitori della 50a edizione del Concorso Internazionale “Toti Dal Monte” – quello che interpreta l’opera di Bellini, un trionfo a Venezia nel 1830.

JESI_Corro_Vitale_ARosalen_Gardina_Tuscano (Foto di Stefano Binci)

Diciamolo subito: la “tragedia lirica in due atti” scritta da Felice Romani ricicla quasi del tutto il suo stesso libretto del 1825 musicato da Nicola Vaccaj e musicalmente i debiti del Catanese verso Rossini sono evidenti. Ma Bellini regala alcuni momenti di alto valore poetico e musicale: è la corda del patetico, del lirismo appassionato tutta sua a produrre momenti di elegia commovente dove la parola genera il canto. E il canto è in Bellini la voce della poesia più autentica.

L’ultima scena dove Romeo scopre Giulietta morta ed entrambi si uccidono è di un sentimento così intenso e scarno che sarà di modello addirittura al Verdi della Traviata. Senza dimenticare i momenti di tenere lagrime come il Recitativo e Aria di Giulietta “Oh quante volte” in cui corno ed arpa commentano la desolata tristezza della giovane o lo slancio dei due innamorati nel finale primo “Se ogni speme è a noi rapita”, un unisono svettante che farà scuola.

Opera comunque impegnativa al massimo per le voci femminili e bisogna dire che la Giulietta di Francesca Pia Vitale è una felice scoperta: voce estesa, pura, tecnica perfetta insieme al Romeo validissimo di Paola Gardina. Bravi anche gli altri interpreti, come il tenore Davide Tuscano, “in crescita”.

La direzione di Tiziano Severini è appassionata, indulge ai belliniani “tempi rubati” e a qualche “puntatura” (forse talora troppo?), ottenendo dall’Orchestra Filarmonica Marchigiana un suono corposo e delicato negli archi, mentre affiatato era il coro diretto da Marina Malavasi.

Ordinata la regia di Stefano Trespidi, piacevoli le scene originali di Filippo Tonon, suggestive. Una bella produzione, da esportare, folta di pubblico anche giovanile.

 

Tosca_Anna Pirozzi (Tosca), Giovanni Meoni (Scarpia)_ph Teatro dell’Opera di Roma 2022_26 md

 

Roma, Teatro dell’Opera. Tosca

Come spiegare i l successo del drammone che Puccini nel 1900 ha tratto da Sardou e presentato proprio a Roma, al Teatro Costanzi, dove fino a qualche giorno fa ancora una volta ha fatto il pienone?

D’accordo, la direzione di un maestro esperto come Paolo Arrivabeni è stata lussuosa, barocca, duttile e precisa come la partitura e il cast ha visto interpreti di grande valore, come il tenore Gregory Kunde al suo debutto nel ruolo di Cavaradossi (voce slanciata, corretta, tecnica eccellente), la Tosca vibrante e per fortuna misurata di Anna Pirozzi, lo Scarpia velenoso ma equilibrato di Giovanni Meoni.

Senza contare una orchestra coinvolta dal suono bellissimo, fastoso e tenero, le scene volute da Puccini e ricostruite da Carlo Savi – che respirano, una volta tanto, senza incursioni che feriscono la musica -, i costumi ricostruiti da Laura Biagiotti e la regia attenta, rispettosa di Alessandro Talevi.

Tosca_Anna Pirozzi (Tosca) Gregory Kunde (Cavaradossi) Giovanni Meoni (Scarpia)_ph Teatro dell’Opera di Roma 2022

Ma il successo da sempre del melodramma in tre atti dipende dalla furbizia teatrale di Puccini: sesso e morte, in definitiva, così moderni come le fiction storiche attuali. La Roma papalina corrotta e pure libertaria degli anni napoleonici (Scarpia e Cavaradossi), i tocchi di ambiente (Te Deum, stornelli, Palazzo Farnese, l’alba su Castel Sant’Angelo) sono abili attori intorno al focus: la morte che è generata dall’amore-passione in tutti i personaggi. L’amore come voluttà – Tosca è la più sensuale delle donne pucciniane – ma pure come bisogno di vita, capace di dare la vita e di uccidere.

C’è lo spirito “decadente” e malato del fin de siècle ottocentesco e c’è un commento sinfonico raffinatissimo insieme a melodie struggenti e di facile presa popolare condite da una invenzione teatrale astuta che lascia immediatamente il segno nello spettatore.

Dramma istintivo, sanguinolento e forse un po’ retorico, Tosca continua tuttavia a vivere, a colpire al cuore e a sedurre chi ama una musica orchestrata con rara raffinatezza- gli esempi sarebbero parecchi – in un lavoro in cui, nonostante tutto, Puccini guarda molto lontano, cioè a noi. Forse senza accorgersene, ma con l’istinto dell’ultimo vero operista italiano.

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