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Persona e famiglia > Educazione

“Cugino” posa quel coltello

di Gail Giacobbe

- Fonte: Living City New York

L’esperienza di un collaboratore scolastico e la sua amicizia con un ragazzo difficile. Da Living City

studenti liceo

Ricordo quando ho incontrato per la prima volta questo studente, ai corsi scolastici estivi. Aveva una fedina penale di tutto rispetto: rapina a mano armata, possesso di droga, guida in stato di ebbrezza. Era entrato e uscito da istituti minorili e carceri per tutta la vita, ed era anche stato accoltellato in una rissa tra bande.

 

Il mio compito era quello di “tenere in riga” i ragazzi. Quando lo incontravo nel corridoio dovevo chiedergli dove stesse andando e la sua risposta era sempre «Al bagno» o «Mi sto solo sgranchendo le gambe». Ogni volta gli dicevo di tornare in classe, cercando di farlo con amore. Man mano che ci conoscevamo meglio ha anche iniziato a venire da me semplicemente per una chiacchierata. Ha iniziato ad avere fiducia in me e a chiamarmi “cugino”: non so se fosse un complimento o solo un modo per “raggirarmi”, ma sapevo che avrei dovuto essere il primo a volergli bene e rispettarlo.

 

Un giorno è venuto da me con gli occhi infiammati d’odio: «Io lo uccido, lo accoltello e voglio che tu lo sappia. Mi ha insultato e non la passerà liscia!». Ho cercato di calmarlo, ricordandogli che sarebbe potuto tornare in carcere proprio quando gli mancavano solo poche settimane al diploma. Pian piano si è calmato e ha detto: «Sai cugino, ho problemi a controllarmi. È davvero brutto». Gli ho risposto: «Ma dai, anch’io a volte ho lo stesso problema». Mi ha guardato stupito e se n’è andato, ma sembrava più sereno.

 

Un altra volta, durante l’orario di lezione, il mio “cugino” è sbucato dal nulla. «Ciao cugi!». Ho visto che teneva qualcosa di argentato in mano. «Cos’hai lì?» ho chiesto. «Niente», ha risposto. Ho avuto un tuffo al cuore quando ha tirato fuori un coltello bilama davanti ai miei occhi. Ho cercato di rimanere calmo, invitandolo a consegnarmelo, ma ha rifiutato dicendo che avrei fatto la spia. Gli ho detto che doveva fidarsi di me: se mi avesse dato il coltello, glielo avrei restituito nel parcheggio all’uscita dalle lezioni senza dire nulla a nessuno. Però avrebbe dovuto promettermi di non riportarlo a scuola. «Ma se ti do il coltello e il preside lo scopre, finisci nei guai anche tu», mi ha detto. Gli ho assicurato che ero pronto a correre il rischio. Mi ha dato il coltello dicendo: «Attento, è molto affilato». Da quel giorno, ogni volta che mi vedeva mi dimostrava che stava mantenendo la promessa: «Vedi, cugi? Ho le tasche vuote!». C’era un legame particolare di amicizia e fiducia tra noi.

 

La scuola estiva è finita, e mio “cugino” ha ottenuto il diploma. L’ultimo giorno di lezione mi ha ringraziato per tutto. Gli ho detto: «Congratulazioni!» e ho pensato: vivere l’ideale dell’unità l’ha aiutato a farcela!

Riproduzione riservata ©

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