Crocifisso a scuola, espressione di un sentire comune

La Corte di Cassazione sentenzia che la presenza del crocifisso nelle aule non costituisce un atto di discriminazione. Si propone, piuttosto, di accompagnare il simbolo cristiano da eventuali altri simboli religiosi delle confessioni rappresentate in classe

Il Crocifisso è simbolo di dialogo e di valori condivisi come l’accoglienza e la fraternità e rappresenta la tradizione culturale di un popolo, quindi la sua presenza nelle aule scolastiche non è divisiva e non discrimina. Sono le battute finali di un lungo iter giudiziario avviato da un insegnante di Terni che, durante le lezioni, era solito togliere il Crocifisso presente nell’aula ritenendo che esso costituisse un attacco alla sua libertà di religione.

Dieci anni dopo, con la sentenza n. 24414/2021, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite chiarisce che l’affissione del Crocifisso nelle aule scolastiche «non costituisce un atto di discriminazione». Ad esso, infatti, «si legano, in un Paese come l’Italia, l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo». Un comunicato stampa diffuso dalla Cassazione chiarisce che «l’aula può accogliere la presenza del crocifisso quando la comunità scolastica interessata valuti e decida in autonomia di esporlo, eventualmente accompagnandolo con i simboli di altre confessioni presenti nella classe e in ogni caso ricercando un ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi».

Il professore, quindi, non avrebbe potuto lamentare un attacco alla libertà di religione in quanto la presenza del Crocifisso non implica un atto di adesione alla fede e non interferisce con la possibilità di ogni insegnante di manifestare le proprie convinzioni religiose. Se la scuola e gli studenti lo vogliono, recita la sentenza, il crocifisso può restare perché «il venir meno dell’obbligo di esposizione non si traduce automaticamente nel suo contrario, e cioè in un divieto di presenza del crocifisso nelle aule scolastiche». Nessuno, quindi, può toglierlo come aveva fatto il docente.

Già in passato altre sentenze avevano sottolineato come la presenza del Crocifisso non fosse lesiva della libertà religiosa. Nel 2006 il Consiglio di Stato aveva visto nel Crocifisso «un simbolo idoneo a esprimere l’elevato fondamento di valori civili (tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti…)» che «delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato» mentre, nel 2011, una sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo (Cedu) aveva affermato che il Crocifisso è «un simbolo essenzialmente passivo», per cui «dalla sua sola esposizione […] non deriva la violazione del principio di neutralità dello Stato».

Quest’ultima sentenza evidenzia, inoltre, che «la laicità italiana non è “neutralizzante”: non nega le peculiarità e le identità di ogni credo e non persegue un obiettivo di tendenziale e progressiva irrilevanza del sentire religioso, destinato a rimanere nell’intimità della coscienza dell’individuo», anche perchè «il principio di laicità non nega né misconosce il contributo che i valori religiosi possono apportare alla crescita della società».

Monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei, commentando la decisione della Corte di Cassazione, ribadisce: «i giudici della Suprema Corte confermano che il crocifisso nelle aule scolastiche non crea divisioni o contrapposizioni, ma è espressione di un sentire comune radicato nel nostro Paese e simbolo di una tradizione culturale millenaria». Inoltre, sostiene il segretario generale della Cei, «la decisione della Suprema Corte applica pienamente il principio di libertà religiosa sancito dalla Costituzione, rigettando una visione laicista della società che vuole sterilizzare lo spazio pubblico da ogni riferimento religioso. In questa sentenza la Corte riconosce la rilevanza della libertà religiosa, il valore dell’appartenenza, l’importanza del rispetto reciproco».

«È innegabile – conclude Mons. Russo – che quell’uomo sofferente sulla croce non possa che essere simbolo di dialogo perché nessuna esperienza è più universale della compassione verso il prossimo e della speranza di salvezza. Il cristianesimo di cui è permeata la nostra cultura, anche laica, ha contribuito a costruire e ad accrescere nel corso dei secoli una serie di valori condivisi che si esplicitano nell’accoglienza, nella cura, nell’inclusione, nell’aspirazione alla fraternità».

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