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Italia > Politica

Cristina alla prova

di Alberto Barlocci

- Fonte: Ciudad Nueva Argentina

Dopo la morte del marito, Néstor Kirchner, riuscirà la nuova presidente dell’Argentina a superare il momento avverso e dimostrare energia e capacità di conduzione?

Cristina Fernandez

Per comprendere la complessa realtá politica argentina ed individuarne i prossimi sviluppi é inevitabile passare per il legame che univa la coppia formata dall’ex presidente Néstor Kirchner, scomparso prematuramente lo scorso 27 ottobre, e da Cristina Fernández attuale presidente della repubblica.

 

I Kirchner hanno costituito durante 35 anni una sorta di societá affettiva e politica, e queste due dimensioni erano inscindibili. Il ristrettissimo nucleo di persone ammesse all’interno di questa intimitá, indicava che forse solo tra i due esisteva la piú completa fiducia sul modo da trattare come cosa comune non solo le questioni famigliari o economiche, ma anche quelle politiche, con grande intercambiabilitá di ruoli.

 

Infatti, pur non ricoprendo carica ufficiale alcuna, Néstor Kirchner era il vero responsabile della politica economica del Paese. Esigeva, ossessivamente, i numeri della Banca Centrale e del Ministero dell’Economia: quantitá di riserve, gettito fiscale, inflazione, importazioni ed esportazioni. E i titolari di queste istituzioni erano in realtá obbligati, con l’approvazione di Cristina ovviamente, a confrontarsi con lui, o meglio ancora a ricevere da lui le indicazioni pertinenti.

 

A lui rispondeva il potente – ma per delega –, nonche polemico, Segretario del Commercio Interno che negli ultimi anni aveva imposto limiti ai prezzi, chiuso e riaperto decine di volte importazioni ed esportazioni, fatto pressione, al limite dell’umiliazione, su settori industriali e produttivi, nell’intento di controllare la spina nel fianco: l’inflazione. Dunque parte del futuro prossimo politico argentino dipende da come Cristina saprá reagire all’impatto, senz’altro devastante, della scomparsa del marito e compagno di sodalizio politico.

 

Governare l’Argentina, Paese dotato di enormi risorse naturali e di un capitale umano che non trova riscontri equivalenti nell’area latinoamericana, non é facile. Anni di dittature e governi autoritari, interrotti da periodi democratici spesso sotto il segno dell’ instabilitá, hanno creato un arcipelago di interessi settoriali capaci di far lobby in mille modi, legittimi e non, per ottenere i propri vantaggi.

 

Dal settore industriale, sempre avezzo a pretendere privilegi speciali ed a trasferire all’estero ingenti capitali, a settori politici volatili i cui dirigenti passano da un gruppo all’altro con disinvoltura, a settori sindacali che hanno fatto della difesa dei loro lavoratori una zona franca, trasformando i propri dirigenti in imprenditori con gli stessi vizi che poi combattono una volta rivoltata la giacca e riprese le funzioni di sindacalisti. Tralascio per ragioni di spazio la descrizione di altre corporazioni, come la magistratura, le forze di sicurezza e le immancabili lobby delle multinazionali sempre desiderose di ottenere condizioni speciali per ricavare buoni proventi dall’economia argentina o le lobby mediatiche, potere non minore.

 

La gestione "K" (Kirchner) aveva affrontato con spregiudicatezza tale complessitá imponendo a volte la propria volontá, negoziando in altri casi una migliore convivenza. Ha imposto la propria autoritá nel caso dei rapporti col Fondo Monetario, rimandandone a casa gli emissari e recuperando una autonomia di decisione scomparsa da decenni.

Il problema é che nel negoziare spazi di potere e tregue in mezzo alle battaglie politiche la coppia si era avviata sulla strada di un pericoloso prammatismo, a danno in realtá delle istituzioni democratiche, prima tra tutte l’indipendenza del potere giudiziale e le funzioni del potere legislativo. Nel mezzo, decine di denuncie hanno messo in moto processi giudiziali per chiarire l’arricchimento sospettoso di funzionari vicini al potere "K" e di industriali amici, beneficiati da generosi appalti pubblici, oltre al finanziamento della struttura politica utilizzata in questi anni.

 

Dunque per Cristina Fernández inizia un periodo difficile e tutto dipende dalla sua capacitá di reazione. Saprá superare il momento avverso e dimostrare energia e capacitá di conduzione? Dovrà farlo, per otterrebbe l’appoggio della gran parte delle correnti del suo Partido Justicialista che, solo in tal caso, potrebbe accompagnarla fino alla fine della sua gestione, recuperando una compattezza oggi inesistente. Su questa spinta potrebbe arrivare a capitanare la compagine addirittura con buone chance di vittoria alle elezioni presidenziali del 2011. Ha il vantaggio di una opposizione liquefatta e con poche figure in grado di convincere il Paese di saper fare meglio.

 

La possibilitá di una presidente debole, viceversa, potrebbe aprire la strada a una lotta interna per la successione e ad un nuovo periodo di instabilitá politica. Sarebbe il prezzo piú alto che pagherebbe il Paese ed il suo sistema politico, per aver rinunciato troppo presto alle spinte di rinnovamento sorte in seguito alla debacle del 2001 e presto anestetizzate dal pragmatismo politico, che al rispetto delle norme e delle istituzioni suole preferire scorciatoie che danno dividendi, forse, nel breve termine, ma che alla lunga provocano incertezza e mancanza di stabiltá. Basta guardare i vicini del Cile, dell’Uruguay e, sopratutto, del Brasile. Un’Argentina stabile e prevedibile é, tra l’altro, elemento chiave per il consolidamento in atto della regione come attore politico.

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