Cristiani negli Emirati

A Dubai, Abu Dhabi e in altre città vivono circa un milione di cristiani, tutti lavoratori stranieri. Che si riuniscono liberamente, o quasi, in 31 chiese

C’è un paese in Medio Oriente in cui gli stranieri sono l’80% degli abitanti, e anche più. E tra questi stranieri che risiedono e lavorano in un Paese dichiaratamente musulmano, ci sono almeno un milione di cristiani, molti dei quali frequentano assiduamente le 31 Chiese ufficialmente presenti nel territorio dello Stato. Secondo alcuni stereotipi piuttosto diffusi in Italia, questa potrebbe sembrare una delle solite fake news. E invece non lo è. Il Paese in cui sta succedendo questo sono gli Emirati Arabi Uniti (Eau), uno dei grandi produttori di petrolio del Golfo Persico.

Storicamente gli Eau si costituiscono il 2 dicembre 1971, dunque il 47esimo anniversario dello Stato si è festeggiato proprio in questi giorni. Alla fine dell’800 in questa zona viveva una piccola popolazione araba di pirati e pescatori. Più tardi oltre ai pesci presero a pescare anche le perle. E dagli anni 50-60, tramontato il business delle perle per la concorrenza giapponese, hanno cominciato ad estrarre petrolio. Così, affrancati dall’amministrazione coloniale inglese, si sono dedicati prevalentemente all’oro nero. Ma di petrolio ce n’è parecchio (pare che si esaurirà fra circa 80-100 anni): da qui l’apertura all’immigrazione rigorosamente legata al lavoro.

Con un contratto in mano il permesso di soggiorno è facile da ottenere (ma perderlo è altrettanto facile se si viene licenziati), e non solo nell’industria petrolifera ma in tutto: edilizia, elettronica, finanza e servizi, collaborazioni familiari comprese. In più, c’è un principio scritto nell’atto costitutivo degli Eau, l’articolo 25, che dice: «Tutti gli individui sono uguali di fronte alla legge e non c’è alcuna disparità tra cittadini dello Stato, per motivi di origine, residenza, credo religioso e status sociale». Il bello è che viene applicato, seppur con qualche distinguo. Ad esempio col fatto che si può essere espulsi per un qualsiasi motivo, insindacabile. È anche evidente, cioè, che non mancano certo i problemi, ma il principio resta saldo e lo Stato lo rispetta quasi sempre.

Il Paese, come suggerisce la denominazione stessa di Emirati Arabi Uniti, è uno stato che nasce da un accordo politico fra diversi emirati, sette per la precisione. Ogni emirato è una monarchia, a capo della quale c’è uno sceicco, l’analogo di un principe da queste parti. I sette emirati sono: Abu Dhabi (il più esteso, 87% del territorio degli Eau), Ajman (il più piccolo, di soli 260 Kmq), Dubai, Fujaira, Ras al-Khaima, Sharja e Umm al-Qaywayn. La capitale è la città di Abu Dhabi. Gli Eau hanno una superficie complessiva di 83.600 Kmq (quanto l’Italia meridionale compresi Molise e Sicilia) in gran parte desertici. Gli abitanti sono circa 9,5 milioni, costituiti da circa 20% di indigeni (meno di 2 milioni) e circa 80% di stranieri (7,5 milioni di indiani, iraniani, srilankesi, filippini, giordani, libanesi, egiziani, ma anche europei e americani, ecc.). Per quanto riguarda l’appartenenza religiosa della popolazione residente, il 75% sono musulmani, il 15% di varie religioni orientali ma soprattutto indù (molto numerosi, tanto che hanno qui un loro tempio) e buddisti; i cristiani sono il 10%, e fra essi circa 200 mila fedeli (ma forse di più) sono di varie confessioni ecumeniche, mentre i cattolici di vari riti sono almeno 850 mila.

Certo ci sono cose che non si possono fare (non solo in campo politico in cui già “pensare” è un reato), come manifestare pubblicamente una fede diversa dall’Islam, le liturgie o le preghiere festive sono di venerdì e non di domenica, ma Natale e Pasqua vengono rispettate e le chiese si possono frequentare senza problemi.

In un’intervista su Tempi del marzo 2018, mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia Meridionale (Eau, Oman e Yemen), così racconta la partecipazione dei cattolici ad Abu Dhabi: «Nelle otto parrocchie degli Emirati nel lasso di tempo che va dal venerdì mattina alla domenica sera partecipano alla messa circa 150 mila persone. Durante la Settimana santa e a Natale ci avviciniamo al mezzo milione». Nel vicariato i bambini e ragazzi che frequentano il catechismo nel fine settimana sono 30 mila, affiancati da 1.400 catechisti. Ci sono quasi 3 mila cresime all’anno.

I gruppi che operano con e accanto alle parrocchie sono numerosi: ci sono Samaritans, Jesus Youth, Legio Mariae, Youth for Christ, Couples for Christ e il gruppo carismatico El Shaddai. Ci sono anche gruppi di Comunione e liberazione, Opus Dei e Focolari. A livello ecumenico, c’è una Gulf Churches Fellowship, che è una versione informale del Consiglio ecumenico delle Chiese. Vi partecipano anglicani, greco ortodossi, copti, evangelici, ecc. I rapporti tra le Chiese storiche sono abbastanza buoni, anche se i contrasti non mancano: c’è quasi più da fare nel rapporto tra le diverse Chiese orientali e il vicariato cattolico romano, e per superare la diversità culturale fra Chiese delle diverse nazionalità.

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