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Mondo > Pellegrinaggi

Crescita esponenziale del turismo religioso in India

di Ravindra Chheda

- Fonte: Città Nuova

Da tempo si registra la crescita di quello che viene definito come turismo religioso nella zona dell’Uttar Pradesh, lo stato più popoloso dell’India, che racchiude al suo interno tre delle località più care agli indù praticanti

Tempio di Ram ad Ayodya. Credit: EPA/ Press Information Bureau (PIB).

Il “triangolo sacro dell’Uttar Pradesh” è costituito da Kashi (il nome sacro di Varanasi – alias Benares), Prayagraj e Ayodhya, il centro di una controversia durata secoli e sfociata nella distruzione (nel 1992) di una moschea e nella ricostruzione di un tempio al dio Ram (Ram Mandir), che sembra fosse presente anticamente nella stessa località. Questa operazione è stata una delle iniziative di maggior successo nell’agenda politica del governo Modi. Recenti studi hanno potuto appurare, negli ultimi 8 anni, un aumento del 361% del numero di visitatori in località sacre dell’Uttar Pradesh e a guidare la classifica sono le tre città definite da molti come “la santa trinità dell’induismo” o il “triangolo sacro dell’Uttar Pradesh”: Kashi, Prayagraj e Ayodhya.

Grazie a questo tipo di turismo, questo stato dell’India dove lo Chief Minister è uno yogi (maestro di yoga) – Yogi Adytianath – si è affermato come la destinazione più visitata dell’India, soprattutto da parte di turisti indiani. Questi si concentrano nel triangolo sacro a cui accennavo. Da un giro di affari di 23 milioni di euro nel 2017 si è arrivati, lo scorso anno, a 101 milioni: dunque un aumento di quasi 5 volte. A guidare questa ripresa vertiginosa è, senza dubbio, il nuovo Ram Mandir costruito a Ayodya, sul luogo in cui nel 1992 era stata distrutta una moschea. Nel 2024, il nuovo tempio inaugurato dallo stesso primo ministro, era stato visitato da 16 milioni di turisti/fedeli. I dati del primo semestre dello scorso anno parlano dell’impressionante cifra di 20 milioni di visite, quasi tutte da attribuire al turismo interno.

Questo significa che un turista su 5, negli ultimi 4 anni, ha visitato la città santa di Ayodya e il nuovo Ram Mandir. Cifre impressionanti, che confermano anche il costante aumento, soprattutto da parte giovanile, di partecipazione all’appuntamento annuale con il Kumbh Mela. Tuttavia, Kashi (Varanasi o Benares) non è stata da meno, e le statistiche parlano di una crescita del turismo pari a 18 volte. Per Varanasi, tuttavia, si tratta di una meta molto ricercata anche dal turismo straniero. Comunque, quello che più impressiona è anche qui la crescita esponenziale del turismo domestico. I numeri inducono a pensare che la zona possa rappresentare un vero eldorado per il turismo locale. Gli esperti, infatti, valutano che, se oggi la media giornaliera è di 75 mila persone che visitano Ayodya e circa 45 mila Varanasi, nel giro di pochi anni si potrà arrivare alle 100 mila unità al giorno: numeri superiori persino alla Città del Vaticano e alla Mecca.

Tradizionalmente, e fin dall’antichità, i templi indù sono stati centri multi funzionali che hanno attirato e coinvolto interessi e dimensioni artistiche, commerciali, culturali, oltre che essere centri di istruzione e di coagulazione sociale. A parte l’aspetto religioso e sacro – il pellegrinaggio nell’induismo è il tirtha –, la visita a località sacre ha una ricaduta economica importante. Coinvolge, infatti, trasporti, vitto e alloggio, le offerte per la divinità, oltre alle visite turistiche di centri vicini ai mandir (templi indù). Il tutto ha effetti importanti, capaci di frenare l’emigrazione interna da questa parte dell’India verso le metropoli (Delhi, Kolkata, Bangalore e Mumbai in particolare) favorendo una maggiore stanzialità della popolazione locale da sempre impegnata a lottare contro una povertà molto spesso abietta. Ovviamente, anche centri non lontani da questo triangolo beneficeranno della spinta turistica nei luoghi sacri. Per il turismo locale i nomi dei centri che restano raggiungibili nel raggio di 60-150 chilometri sono molti: Chappiya, il luogo di nascita di Swami Narayan, famoso per i templi di Akshardham, ma anche Gorakhpur, Shravasti e Kushinagar senza dimenticare le meraviglie architettoniche di Lucknow, capitale di uno stato che sta per raggiungere i 200 milioni di abitanti.

La zona è, inoltre, raggiungibile non solo in bus o treno, ma vanta anche tre aeroporti nel raggio di 150 chilometri, che in India vengono considerati un’inezia in quanto a distanza. Si prospetta, quindi, un futuro roseo per una zona dell’India che, oltre alla sacralità, è nota per la povertà e la mancanza quasi totale di prospettive di sviluppo. Il turismo e la cultura sono stati inseriti nella lista dei 10 settori prioritari nella politica amministrativa dello Stato, con l’obiettivo e la speranza di arrivare a ulteriori importanti incrementi dei flussi turistici in quella zona. Dunque, il turismo a servizio del sanatana dharma, il nome ufficiale delle religioni indiane, ma anche il sanatana dharma a servizio del turismo per la crescita del Paese, in particolare di questa regione molto importante dal punto di vista religioso e sacro.

A conferma di tutto questo, il 10 gennaio scorso, in uno dei luoghi di cremazione più sacri di Varanasi, il Manikarnika Ghat, senza preavviso o comunicazione ufficiale, le autorità municipali hanno avviato una vasta operazione di demolizione. Non si tratta di una rimozione indebita come spesso accade in India, quanto di un più ampio, e contestato, progetto di modernizzazione di uno dei punti più delicati per la sensibilità popolare. Si tratta infatti delle terrazze dove avvengono le cremazioni dei defunti in riva al Gange. La notizia ha suscitato molte polemiche in quanto le autorità non hanno tenuto conto del fatto che il luogo non è solo particolarmente caro alle persone che vi hanno cremato i parenti, ma è anche un sito archeologico di tradizionale importanza. Si tratta, infatti, di uno dei siti legati all’eredità di Devi Ahilyabai Holkar, una regina maratha del XVIII secolo nota per aver finanziato la ricostruzione di vari templi indù che erano stati distrutti durante il periodo Moghul (il più importante impero indiano di religione musulmana, che durò circa 3 secoli, dal XVI agli inizi del XIX secolo).

I discendenti della regina e il Khasgi Trust, che gestisce i beni che appartenevano al regno principesco, hanno espresso profonda indignazione, sottolineando che il sito demolito era uno dei pochissimi in cui la regina aveva posto effigi con la propria immagine in segno di devozione alla Madre Ganga (la dea del Gange). La demolizione a Manikarnika è parte di un piano di riqualificazione molto più ampio promosso dal premier Modi, il cui governo è sostenuto da aggregazioni ultranazionaliste indù. In particolare, la costruzione del corridoio del tempio di Kashi Vishwanath (o Vishwanath Dham), mira a trasformare gli antichi e congestionati vicoli di Varanasi in un’ampia zona di oltre 4.000 metri quadrati che collegherebbe il fiume Gange al tempio indù. Nel 2019 Modi ha presentato l’opera come un atto di “liberazione” di Shiva, che sarebbe “tenuto prigioniero” dagli edifici circostanti. Il progetto include la realizzazione di una piazza del tempio, biblioteche storiche e spazi per spettacoli, pensati per accogliere milioni di pellegrini.

Insomma la religione è sempre più protagonista nella vita sociale e politica dell’India, ed anche abilmente strumentalizzata per assicurare crescita economica e propaganda politica.

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