Crepe profonde nell’economia d’assalto

Ogni volta che dobbiamo decidere come investire i nostri pochi e sudati risparmi, oltre ad affidarli a chi ci dà fiducia, naturalmente ci chiediamo quanto essi ci renderanno ogni anno. Ed ecco il funzionario della banca, o magari nostri amici, diventati promotori finanziari: essi ci dimostrano che se negli anni passati avessimo investito nei loro “fondi”, avremmo ottenuto il 25, il 30, ed anche 50 per cento all’anno, ben di più del misero tre, quattro percento dei Buoni del Tesoro degli ultimi anni. Ascoltiamo queste meraviglie con un po’ di apprensione: è umano credere nei miracoli e non tutti si chiedono come mai le banche che propongono a noi i fondi, imprestino invece il loro denaro per i mutui di casa, a tassi molto inferiori a quelli che ci prospettano di farci guadagnare. Tanti hanno creduto ai miracoli, e vi è chi addirittura ha fatto debiti, offrendo la sua casa in garanzia, per investire in questi miracolosi fondi, che negli ultimi mesi hanno dato sì, rendimenti a due cifre, ma con segno negativo! E non si può dare la colpa di tutto questo all’11 di settembre, che è stato solo un elemento che ha reso più evidenti ben altre cause di fondo. I fuochi di artificio sono iniziati con la americana Enron, trasformata da pacifico gestore di gasdotti in inventore di un mercato sul futuro dell’energia, a cui tutti coloro che volevano assicurarsi energia a prezzo bloccato si rivolgevano, rincuorati dalla garanzia di correttezza che veniva offerta dalla rinomata Arthur Andersen, che certificava la Enron. Una attività speculativa che ingigantiva la Enron, in cui però si può guadagnare o perdere. Quest’anno si è scoperto che la vera “innovazione” della Enron, che guadagnava sempre, stava nel far comparire solo le attività che davano profitto, nascondendo quelle in perdita in società collegate, fuori bilancio. Ma esse non dovevano sfuggire al controllo della Arthur Andersen, se non fosse stata complice; e neppure a quello della Sec, l’organismo che vigila sulla borsa americana. Questa “innovazione” faceva impennare il valore delle azioni Enron, a vantaggio dei fondi di investimento e soprattutto dei manager, compensati con acquisti di tali azioni a prezzo scontato: essi le rivendevano prima del loro crollo, impedendo però che facessero altrettanto le decine di migliaia di dipendenti che avevano creduto nella loro società e che perdevano lavoro, risparmi e fondo pensione. Il secondo botto, ancor più forte, è stato scoprire che Worldcom, la seconda società americana nella telematica, aveva nascosto oltre 3 miliardi di dollari di costi, facendo di una vergognosa perdita un brillante utile. Anche in questo caso decine di migliaia di lavoratori non sanno se avranno ancora lavoro. Il terzo botto, questa volta europeo, è quello della Vivendi, società francese passata dagli acquedotti alle attività più diverse, acquisite senza una logica industriale, che in un giorno ha visto dimezzare il valore delle sue azioni, mettendo in difficoltà molte banche che le avevano fatto enormi crediti. L’ultimo botto lo abbiamo avuto a casa nostra, quando abbiamo assistito con tristezza al declassare i crediti concessi alla Fiat ad un livello vicino a quello delle “obbligazioni spazzatura”, cosiddette perché offrono grandi rendimenti perché molto rischiose. Debiti Fiat, non certo dovuti tutti alla crisi dell’auto, ma piuttosto al voler comperare con soldi altrui, valendosi del proprio nome e relazioni, tutto quanto è posto in vendita: la Fiat lo ha fatto nel settore della chimica e dell’energia, dimenticando che la cosa funziona solo fintanto che le aziende acquistate riescono a ripagare i debiti fatti per comperarle, ma non funziona più appena esse hanno un momento di difficoltà. In nome della Nuova Economia si trasformano gruppi industriali, che facevano profitti producendo beni, in gruppi finanziari che fanno i maggiori profitti solo facendo in modo che crescano di valore le azioni di cui sono in possesso, e si ingigantiscono fino a scoppiare come bolle di sapone. Quando scoppiano, ci rimettono quanti avevano creduto, come Pinocchio, nel campo dei miracoli, e ci rimettono i lavoratori che producevano quei beni che per l’azienda sono diventati un fattore secondario, davanti ai profitti della finanza. Nel mondo di oggi, dove conta solo il presente e la logica del “mordi e fuggi”, il valore in borsa delle azioni dipende dai profitti che la società può dichiarare per il prossimo trimestre: quando questi sono inferiori al previsto, gli operatori finanziari, per primi i fondi di investimento, tendono a venderle prima che perdano troppo valore: basta invece la prospettiva di un futuro maggior guadagno, per farle apprezzare. In questo vero “campo di battaglia” globale, le aziende tendono a tenere stretti i dirigenti più capaci di far crescere i profitti immediati o comunque il valore delle azioni. Lo fanno promettendo ad essi, se le azioni della società cresceranno di valore, il diritto di acquisirne notevoli quantità a prezzi scontati, con guadagni, che negli Usa hanno raggiunto il valore di centinaia di milioni di dollari. Così questi manager, invece di pensare ad impostare l’azienda perché abbia un futuro duraturo, con investimenti anche per il domani, cercano ogni strada per realizzare profitti immediati. Trasformano le aziende in “cicale” anziché nelle “formiche” che dovrebbero essere per riflettere la fiducia di chi investe in esse a lungo termine. Sapendo che questo farà crescere il valore delle azioni, spesso non hanno alcun ritegno ad annunciare grandi tagli di posti di lavoro, incuranti della serenità che tolgono a migliaia di famiglie. La cosa peggiore è che essi finiscono per avere anche una grande influenza sul bene comune, perché diventano in grado di condizionare la politica e le istituzioni internazionali, quali la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale, come è evidente in questo periodo nella crisi argentina. Con Enron e Worldcom è crollato il mito della affidabilità dell’economia americana, e gli investitori ora tendono a fuggire dal mercato azionario ed in particolare dal dollaro: l’euro si è apprezzato del 15 per cento, mentre la borsa crollava dappertutto, perché il mercato americano condiziona tutta l’economia mondiale. Tutto questo dimostra quanto sia urgente arginare, assieme al terrorismo mondiale, anche questa spregiudicatezza finanziaria che si è affermata in nome del dogma del liberismo ad oltranza. Il presidente Bush ha assicurato che metterà in prigione i manager che truccano le carte ed i controllori che chiudono gli occhi per non vedere: impresa ardua, se si pensa che la sua elezione è stata finanziata proprio da grandi aziende oggi nell’occhio del ciclone. Ma quando uno diventa presidente di una nazione così grande, può anche trovare la forza, nei momenti difficili, di ergersi al di sopra di tutti. Importante sarebbe che intanto l’Europa, che per sua fortuna non è ancora completamente influenzata da questa logica, ed ha una forte società civile, operasse in tal senso. Tutte cose che sembrano più grandi di noi, in cui pare non si possa fare molto, ma non è vero. Occorre un grande cambiamento culturale, occorre che coloro che rincorrono il successo e la ricchezza a tutti i costi vengano scoperti nella loro disumanità e non siano più gli eroi, come spesso oggi appaiono. Occorre anche fare proposte, per un mutamento strutturale della finanza oggi. Noi lo abbiamo fatto proponendo che si costituisca a livello internazionale il “Fondo Giovani del Mondo”, che obbligherebbe il mondo finanziario a dedicare parte delle risorse a quegli investimenti a lungo termine, che agirebbero come fattore di promozione della fraternità fra i popoli e dello sviluppo, per un domani sereno e sostenibile per tutti.

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