Craxi, l’agonia dei potenti

Nella pellicola Hammamet, Gianni Amelio ripercorre l'esilio in Tunisia e gli ultimi mesi di vita del leader politico. Lo sguardo del regista non è spietato, ma lucido: Amelio non giudica, racconta con una misurata e nascosta pietas

Un’indagine  che vorrebbe essere distaccata, un thriller dai risvolti tragici, onirici ed anche surreali, recitato alla grande da un Pierfrancesco Favino trasformato nella voce, nell’andatura, nel volto di Craxi negli ultimi mesi della sua vita ad Hammamet. Un ex sovrano blindato in casa, in preda a rancori, rimorsi, alla malattia che avanza inesorabile. Questo il film del regista calabrese dal ritmo lento, indagatore, dai molti dettagli. Quasi un lamento su un personaggio che del passato ricorda le ingiustizie subite (leggi Mani Pulite), teso a combattere con la morte e il dopo morte («Ci sarà Dio, dopo»? chiede ad un navigato democristiano venuto a trovarlo). Ancora arrogante, scattante, deciso a non umiliarsi.

Amelio ritorna sul personaggio morto giusto vent’anni fa in un esilio scelto, assistito dalla figlia-infermiera Anita (nome immaginario) dalla moglie ritrovata ma fredda, con il passato che torna grazie ad un’antica amante (sintesi di tante altre) che tenta invano di far rivivere il tempo andato. Ed un giovane, un’immaginaria coscienza, personificata in Fausto, figlio di un dirigente del partito morto suicida, al quale l’ex leader affida le sue confessioni più intime, mai rivelate, e forse un giorno da rivelare.

Lo sguardo sul tramonto di Craxi, che viene solo chiamato “Presidente”, un quasi-sovrano degli anni Ottanta-Novanta non è spietato, ma lucido: non giudica, racconta.  Il ritmo talora da docufilm si spezza, per fortuna, in momenti di alta tensione, come quando Craxi in partenza per Milano per operarsi, sceglie di restare chiuso in macchina sotto la pioggia e di non lasciare l’esilio. Vero o inventato, l’episodio apre uno squarcio su una vicenda soprattutto umana, quella che interessa ad Amelio anche per lanciare una parola – con molto tatto – ai politici attuali senza carisma quale invece aveva Craxi con i suoi pregi e difetti, di cui nulla viene nascosto.

Il regista affronta con il “caso C” come lo chiama, la vicenda di un leader sconfitto, di un leone umiliato che deve arrendersi alla vita stessa. Come tutti i potenti, anche Craxi  muore di una morte solitaria, cupa, forse voluta. E non valgono i doppi-tripli finali – onirici cabarettistici surreali – a togliere il senso della caducità che aleggia sulla storia ed anche sotto il sole di Tunisia in questo film imperfetto ma onesto, osservato con una misurata e nascosta pietas.

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