Cotti e mangiati

Raiuno, ore 20,30. Se di là vanno in scena gli sgarbi in ufficio, qui la protagonista è una famiglia con i suoi pregi e difetti. Se per far ridere la concorrenza ricorre anche al politicamente scorretto, il servizio pubblico strappa il sorriso con un buonumore senza spigoli, da vignette della settimana enigmistica. Ancora una volta la Rai insegue Mediaset, adeguando i format al suo pubblico e alla sua missione. Dopo Sottocasa, che ha rifatto in chiave sociale la formula di Centovetrine, adesso è il turno di Cotti e mangiati, uno sketch-show fatto da mini fiction come il fortunato (e ben fatto) Camera Cafè di Italia 1. La produzione è per entrambi della Magnolia, ma se nella serie con Luca Bizzarri e Paolo Kessislogu la camera fissa si trovava nel distributore automatico di bevande, qui il punto di vista è quello del televisore della cucina. I protagonisti guardano la tv e noi, attraverso la tv, guardiamo loro in un gioco di specchi che ricorda i vetri oscuri di certe stanze dei commissariati adibite agli interrogatori. Davanti ai nostri occhi, tutti i giorni dopo il tg1 della sera, come in un reality, vanno in onda le avventure domestiche della famiglia Mancini con la bonomia di Franco, trapiantato a Milano dove gestisce un autonoleggio, e le ansie di sua moglie Silvana, insegnante di Lettere. Ci sono la vita da precario un po’ sognatore del figlio 22enne Marco, e la determinazione e i tic adolescenziali della figlia sedicenne Alessia. Il tutto farcito dall’immancabile contrasto tra una romanità un po’ guascona e una milanesità dedita al lavoro. Ogni episodio dura circa 6 minuti ed è composto di 5 brevi segmenti montati uno dopo l’altro, separati soltanto da un fulmineo voltapagina. Sono frammenti di vita, fiction bonsai che hanno il ritmo di una freddura, la velocità di una barzelletta. Nelle prime puntate (pur richiamandosi troppo ai modelli della concorrenza, addirittura con effetti sonori e grafici trapiantati da Camera Cafè e Love bugs) Cotti e mangiati si è fatto apprezzare, sia per l’interpretazione degli attori (i simpatici Flavio Insinna e Marina Massironi) che per la scrittura, macchiettistica, ma non banale. Piace anche il modello di famiglia presentato dalla fiction, che prende esplicitamente le distanze dall’icona patinata in stile Mulino Bianco. I Mancini non sono e non vogliono presentarsi come perfetti, sono goffi e a volte litigano, schivano con un po’ di meschinità i conflitti, ma se capita non mancano di mostrarsi affetto. Come già la banda di Nonno Libero e del Medico in famiglia (al quale la serie sembra ispirarsi) sono un po’ come noi, alle prese con le mille corse del vivere moderno e in loro è facile identificarsi. E tra una battuta che funziona e un’altra che arriva fiacca, l’ambizione di Cotti e mangiati è anche quella di sfiorare con leggerezza i temi dell’attualità e i nodi più seri legati al presente, ai sentimenti, alle scelte importanti della vita.

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