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Italia > Società

Costruire la pace, il cammino ostinato di Maoz e Aziz

di Daniela Bezzi

- Fonte: Città Nuova

«La tregua è lontana ma noi non ci arrendiamo», ribadiscono Maoz Inon e Aziz Abu Sarah, i due testimoni della riconciliazione possibile tra palestinesi ed ebrei israeliani. In preparazione per il 30 aprile, nonostante tutto, il Summit della pace a Tel Aviv che vede coinvolte più di 80 associazioni

Maoz Inon (S) e Aziz Sarah (D) in occasione dell’Incontro “Arena di Pace – Giustizia e Pace si baceranno”, Verona, 18 maggio 2024. ANSA/EMANUELE PENNACCHIO

In una situazione che più disperante non si potrebbe immaginare, per quella Terra Santa da sempre flagellata da un conflitto che ormai investe l’intera area, Maoz Inon e Aziz Abu Sarah non si lasciano scoraggiare. Parliamo di due attivisti e imprenditori, uno palestinese e l’altro israeliano, che credono fermamente nel dialogo fra i popoli e nella possibilità di usare il turismo come uno strumento per avvicinare le comunità e costruire la pace.

Ormai nota è l’immagine che li ritrae abbracciati con papa Francesco nell’Arena di pace di Verona del 2024. Anche di recente sono stati indicati da papa Leone come un esempio da seguire.

I sondaggi certificano il massimo di popolarità per Netanyahu? Il genocidio di Gaza ormai nell’ombra rispetto alla ben più cruciale partita con l’Iran, oltre al Libano e allo Yemen? Il terrorismo dilagante dei coloni in Cisgiordania, la pena di morte per i palestinesi legiferata dalla Knesset, la vita degli israeliani scandita dalle corse ai rifugi tra le sirene… il quadro non potrebbe essere più lontano dalla tregua, ma loro due non si arrendono.

E il progetto di pace che da oltre due anni li vede impegnati a tempo pieno, può ormai contare su una solida coalizione: 80 diverse associazioni israeliane e palestinesi che il 30 aprile prossimo si ritroveranno a Tel Aviv per il più grande Summit di Pace mai tentato, in migliaia a confrontarsi nel concreto delle emergenze e nell’urgenza delle soluzioni, accomunati dallo slogan It’s Time, Il Momento è Ora!

Entrambi imprenditori nell’ambito del turismo cosiddetto ‘di pace’, l’israeliano Maoz e il palestinese Aziz non si erano mai veramente incontrati fino ai tragici eventi del 7 ottobre, quando i genitori di Maoz vennero trovati carbonizzati nella casa in cui lui stesso era cresciuto all’interno del Kibbutz Netiv HaHasara, vicinissimo all’alto muro di separazione con Gaza.

«A chi mi definisce un ingenuo perché credo nel dialogo come unica soluzione al conflitto, a quelli che sia da parte israeliana che palestinese ci definiscono agenti di normalizzazione, vorrei far notare che nessun muro, benché così alto e fortificato, è riuscito ad impedire il massacro di oltre un migliaio di innocenti, compresi i miei amati genitori», non manca di far notare Maoz ogni volta che può.

E pochi giorni dopo il 7 ottobre, ecco il messaggio di condoglianze di Aziz Abu Sarah che si limitava a poche semplici parole: «So cosa stai provando, ci sono passato, la mia vicinanza…».

Aziz aveva infatti perso il fratello maggiore Tayseer quando ancora era bambino. All’età di nove anni era stato testimone della cattura: di notte, dentro casa, come per chissà quante altre case, portato via dai soldati dell’IDF per aver tirato qualche sasso (erano gli anni della prima intifada). E poi detenuto per poco più di un anno che però fu la sua condanna a morte. Poche settimane dopo il rilascio eccolo ricoverato d’urgenza in ospedale, con poche prospettive di salvarsi per le lesioni interne provocate dalle torture subite.

«Tayseer era più che un fratello, era il mio eroe: quello che mi cavava dai guai, che mi dava le dritte, era il mio punto di riferimento. Non potrò mai dimenticare il momento in cui venne portato via, la rabbia che provai nel vederlo tornare così rovinato, l’abisso in cui sprofondai quando morì, il desiderio di vendetta che continuai a covare per anni» ricorda Aziz.

Fino a che non decise di imparare la lingua del nemico. «In quella scuola piena di ultimi immigrati in Israele, ero l’unico palestinese e il vero miracolo fu l’insegnante: un’israeliana dotata di eccezionale empatia, che percepì la mia rabbia e mi permise di esprimerla, nel più totale rispetto. Esperienza inimmaginabile per me che degli israeliani avevo conosciuto solo la violenza delle divise e gli abusi dei check point».

Fu grazie a quell’incontro che Aziz osò affacciarsi a qualche riunione dei Parents Circle Families Forum e alla loro pratica di reciproco riconoscimento nel lutto: «La possibilità di percepirsi alla pari, come esseri umani, per il solo fatto di essere lì, in cerchio: con la voce che magari ti si incrina mentre racconti la tua storia e la commozione che ti assale mentre ascolti la storia di chi avresti considerato nemico. Vicenda davvero straordinaria quella dei PCFF per migliaia di famiglie come la mia, e senz’altro fondamentale per me: è grazie a loro se sono quello che sono adesso».

Fu grazie a quel semplice messaggio di condoglianze di Aziz verso Maoz che i due decisero di incontrarsi. Aziz era rimasto colpito dalle parole che Maoz aveva pronunciato in una delle interviste televisive rilasciate in quei drammatici giorni, quando tra le lacrime aveva descritto l’abisso di dolore in cui si trovava non soltanto per i suoi genitori, ma «al pensiero delle tante vite che verranno sacrificate, per la punizione collettiva che sta per scatenarsi sull’intera Gaza».

Parole che esprimevano la chiara intenzione di andare oltre: oltre il desiderio di vendetta, oltre la gabbia del risentimento, contro la guerra prospettata come unica soluzione, totalmente ricettivo nei confronti del percorso già da tempo imboccato da Aziz.

Nel giro di poche settimane il loro incontro si era già formulato in progetto: a lungo termine, con precise scadenze, obiettivi da raggiungere. E la condivisa chiarezza circa il fatto che la pace è una cosa che si fa: non basta parlarne, richiede impegno nel concreto, con metodo e perseveranza, come per qualsiasi altra impresa.

Un obiettivo per il quale occorre visione unita alla pianificazione, e che non si può raggiungere da soli. «Questa è la cosa che ci è stata ben chiara fin dal principio: l’importanza di muoverci in coalizione, con il maggior numero di altre realtà, non importa quanto diverse e quanto possa essere impegnativo l’investimento organizzativo, relazionale, di comunicazione» hanno rievocato in occasione di un webinar trasmesso recentemente dai PCFF.

E così è stato. Il primo passo in questo tragitto così convintamente orientato ai risultati è stata la partecipazione ai Ted Talks di Vancouver nell’aprile 2024: confronto calibrato nei minimi particolari e infatti applauditissimo. Un mese dopo eccoli all’Arena di Pace di Verona, la loro fratellanza sintetizzata in poche semplici parole da papa Francesco, con Alex Zanotelli a far da testimone e tutti e quattro uniti in quel finale abbraccio ripreso dalle telecamere di tutto il mondo.

Ma il significativo esordio fu nel luglio dello stesso anno, con il primo Summit di Pace: 50 diverse organizzazioni e relative istanze che per un’intera giornata si avvicendarono sul palco di uno stadio enorme a Tel Aviv.

E a coronare quel primo anno di attivismo, eccoli nel mese di dicembre a guidare una spedizione di sette giorni in Cisgiordania, insieme alle tante sigle riunite nella coalizione It’s Time: un’occasione unica per molti giovani (e meno giovani) israeliani che da soli non avrebbero mai osato avventurarsi.

I risultati si vedranno al Peace Summit dell’anno successivo, 8/9 maggio 2025, a Gerusalemme: con una coalizione ancor più numerosa, una due giorni che letteralmente invade la città di eventi, seminari, laboratori, momenti musical/teatrali e che nella plenaria del secondo giorno affronta non poche questioni complicate ai fini di una riconciliazione sostenibile nel tempo.  Per esempio, l’annoso dibattito circa la soluzione “a due stati” rispetto a un’ipotesi di possibile confederazione, che non potrà prescindere da un radicale cambio di regime, e dalla più totale eguaglianza in termini di diritti, giustizia, opportunità, indennità per i crimini subiti, penalità per i perpetratori…

Obiettivi che il conflitto in corso ha reso di nuovo secondari, ma che restano molto chiari per il duo Maoz/Aziz. Che infatti anche quest’anno, nonostante tutto, hanno deciso di confermare l’appuntamento con l’ennesimo Peace Summit il 30 aprile: se tutto andrà secondo i piani, è già pronto uno stadio per 10mila persone.

Se invece la situazione dovesse aggravarsi i panel tematici avverranno comunque, in streaming o in chissà quale altro modo… Ma niente potrà impedire che il 30 aprile prossimo si parli di pace a Tel Aviv.

E comunque, già pochi giorni prima, 14 aprile, ci sarà l’uscita del loro libro The Future is Peace (Il Futuro è Pace) che il New York Times ha elencato tra i titoli dell’anno da non mancare. E che non mancheremo di recensire, in anteprima per i lettori di Città Nuova.

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