Cose nuove già parte di me

“Sono passati quasi 32 anni da quel Natale del 1971, e continuo a sperimentare lo stesso “fuoco” di allora, la stessa passione, lo stesso ardore”. A quale fuoco allude Daniel? Fra le tante esperienze vissute nelle situazioni e nei contesti più diversi, questo argentino di Mendoza, figlio di un discendente di italiani e di una discendente di spagnoli, sceglie di raccontarmi le tappe relative alla “svolta” che ha deciso il suo futuro. “Frequentavo un liceo collegato alla facoltà di agraria per studiare enologia. Lì la chimica era la materia forte, il che mi avrebbe facilitato poi lo studio di farmacologia all’università. Era il ’68, l’anno “caldo” della contestazione, ed io pure partecipavo attivamente alle manifestazioni studentesche per creare una società più giusta”. A 16 anni, Daniel si innamora di Lucia, conosciuta in una festa di Carnevale. Dopo un anno che si frequentano, lei si sottopone ad un delicato intervento al cuore. “Durante le quasi sei ore dell’operazione sostai in preghiera nella cappella dell’ospedale. Con la prospettiva di perdere Lucia, potevo solo offrire a Dio il nostro amore e prepararmi ad accettare la sua volontà. “Quando lei uscì dalla terapia inten- siva fuori pericolo, era come se mi venisse riconsegnata come un dono personale di Dio, un dono che andava custodito come “sacro””. Nel dicembre 1970, Daniel confida a Lucia il suo desiderio di prepararsi alla cresima, dichiarandosi pronto a sposarla dopo un anno, appena finito il liceo. La ragazza si fa seria. “Oggi m’è sembrato che Gesù mi dicesse: “Lascia Daniel, perché è tutto mio”. A questo punto, capirai, sono turbata. Perché proprio ora tu mi fai una proposta del genere?”. Daniel la butta sullo scherzo, ma lei lo interrompe: “Lascia stare, è molto serio quello che sto cercando di dirti. Sai benissimo che non desidero altro che averti come compagno per il resto della mia vita. Ma perché Dio, oggi, mi ha fatto capire un’altra cosa?”. Per sfatare i suoi dubbi, il giovane le racconta l’esperienza fatta nella cappella dell’ospedale durante e dopo il suo riuscito intervento. “Sono sicuro che Dio ci ha pensati l’uno per l’altra”, insiste. Ma Lucia, poco convinta, propone: “Chiediamogli di mostrarci più chiaramente cosa vuole da noi”. In seguito Daniel partecipa, nella sua parrocchia, ad un gruppo di cresimandi adulti. “L’ultimo giorno il sacerdote accennò ad alcuni giovani che, a suo dire, vivevano “come i primi cristiani” e la cui testimonianza era arrivata in tutti i continenti. Se eravamo d’accordo, ci avrebbe fissato un appuntamento per conoscerli”. L’incontro avviene un mese dopo la cresima: sono tre ragazze e cinque ragazzi, più o meno dell’età di Daniel, appartenenti ai Focolari. “Rimasi colpito dalla loro gioia e semplicità. Per uno come me, abituato a ricorrere a Dio quando avevo necessità e con una certa soggezione, sentir parlare di lui come Amore, come Padre vicino a tutti, risultava una vera novità. Come pure il fatto che le parole di Gesù potevano essere “vissute”, scorgendo in ognuno un altro lui da amare. Mi fu narrato come alcune ragazze, in Italia, avevano iniziato a vivere così sotto i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale”. Per Daniel quelle due ore circa passano come un soffio. Anche lui vuole provare a fare come loro. Intanto, non perderà più di vista quei giovani. “Era strano, le cose ascoltate, pur suonandomi nuovissime, sembravano fare già parte di me. Avevo trovato ciò che dava senso alla mia vita!”. Senza troppi ragionamenti, il giovane si mette a vivere ciò che ha capito. “Come prima cosa mi misi ad aiutare nelle faccende di casa e a badare alle esigenze della mia sorellina: tutte cose di cui prima mi sarei vergognato. Una domenica rinunciai anche ad andare a vedere la partita di calcio allo stadio per montare una tettoia con papà. “A scuola, contrariamente alle mie abitudini di studiare per conto mio, aiutai una compagna in difficoltà a ripassare le lezioni insieme. La cosa sorprendente fu che, studiando così, capivo molto più velocemente, mi ritrovavo una capacità di sintesi insolita. E agli esami sia lei che io fummo tra gli unici 10, di 150, a superarli”. Daniel continua a frequentare assiduamente i nuovi amici mettendo in comune con loro le sue esperienze. Dopo un mese, riceve l’invito a partecipare ad un meeting giovanile a Cordoba, città a 700 chilometri da Mendoza. “Non avevo di che pagarmi il biglietto per l’autobus e tantomeno il soggiorno. Ma appena feci presente questa difficoltà, tra gli amici dei Focolari ci fu una gara per contribuire con i propri risparmi affinché io non mancassi a quell’appuntamento. Dunque, quello che si raccontava dei primi cristiani, e cioè che “non c’era fra loro nessun bisognoso”, era una realtà anche fra noi!”. Sempre più questa del Vangelo appare a Daniel come l’unica vera rivoluzione capace di rinnovare l’uomo nel profondo, e quindi la società. “Le ideologie che in passato mi avevano attratto apparivano ora come la luce di una candela in confronto con quella del Sole. “A Cordoba sperimentai in piccolo come la fraternità universale non fosse una utopia, ma già una realtà. Fu allora che sentii la forte spinta a lasciare tutto: madre, padre, fratelli, la possibilità di creare una famiglia con Lucia, come pure i miei progetti all’università. E ciò per seguire Dio, perché lui potesse fare della mia vita uno strumento per realizzare i suoi fini”. Appena rivede la fidanzata, come un fiume in piena Daniel le confida ogni cosa in dettaglio. “Hai trovato la tua strada, vero? – si sente domandare -. Allora devi seguirla, è la tua felicità”. “E tu?”. “Daniel, non abbiamo chiesto insieme di essere illuminati? Vedrai, se Dio ha pensato a te, avrà cura anche di me”. “Fu così che nel Natale del 1971, lo stesso giorno in cui avevo progettato di sposarmi, lasciai Mendoza diretto ad O’Higgins, la piccola Loppiano argentina. Due anni dopo venivo in Italia per approfondire la mia scelta”. Oggi anche Lucia ha realizzato il sogno della sua vita: formare una bellissima famiglia allietata da diversi figli. HA UN SIGNIFICATO NON SPOSARSI? In una società come la nostra, la scelta di rimanere vergini per tutta la vita è guardata con commiserazione o, più spesso, con sospetto perché sembra fatta per paura dell’altro sesso o delle responsabilità legate al matrimonio. È anche vero che non è una scelta facile in quanto è difficile rimanere indenni dai più svariati stimoli sessuali riversati in abbondanza dai mass media fin dentro casa. Non è una scelta facile anche perché l’essere umano è naturalmente orientato al matrimonio; la differenza sessuale è un segno impresso nel nostro corpo, che continuamente ci ricorda che siamo fatti per stabilire una particolare intimità psicofisica con una persona dell’altro sesso. Proprio per questo la verginità non rappresenta un valore in sé, ma può diventarlo se vissuta non come una repressione, un no alla gratificazione delle proprie pulsioni, ma in funzione di un sì a qualcosa che viene vista ancora più bella del matrimonio stesso. Non fare sesso solo per paura può invece generare gravi frustrazioni. Partendo da questi presupposti, alcune persone scelgono di non sposarsi perché si sentono chiamate da Dio ad una particolare intimità con lui per essere testimoni, di fronte ad un mondo spesso angosciato, della bellezza di questo Amore, per gridare con la loro stessa vita che solo lui conta e che lui è la sorgente di ogni tipo di amore, in tutte le sue molteplici espressioni. È il caso appunto di Daniel. Si comprende come tale tipo di verginità non possa assolutamente essere paragonata al semplice rimanere nubili o celibi, in quanto essa va molto al di là della semplice astensione dai rapporti sessuali: è uno stile di vita, una scelta che tocca la profondità del cuore umano, coinvolgendo tutta la persona. D’altra parte quante volte dobbiamo astenerci da qualcosa per il raggiungimento di un fine che riteniamo utile per noi! Penso, per esempio, all’astensione da particolari cibi per motivi di salute o per un migliore rendimento sportivo. Ogni pulsione generata nel nostro organismo può creare frustrazioni se non viene soddisfatta, a meno che non ci siano delle motivazioni importanti a sorreggere la nostra scelta; quanto più forte ed importante è la motivazione, tanto più facile sarà il controllo di una pulsione. La scelta della verginità acquista senso solo se è una scelta d’amore, se è vissuta come un modo diverso di vivere l’amore. Non esistono diversi tipi d’amore; uno solo è l’amore, cambia solo il suo modo di esprimersi, ma la dinamica è sempre la stessa. Perciò, scrive un esperto come I. Fucek, nella scelta della verginità si ritrovano tutti gli elementi dell’amore presenti nell’esperienza matrimoniale, “tranne l’esercizio (l’uso, l’attuazione) dell’eros e della genitalità “.

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