Cosa significa la mancanza di poesia

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In Italia si legge poco, e gli indici volgono verso un inquietante ancor meno; e se si considera che leggere comporta pensare oltre la logica binaria del computer (non al di qua, ma al di là di essa), c’è di che preoccuparsi. Ma preoccupiamoci ancora di più: tra il poco che si legge si fatica a distinguere il quasi niente della poesia. Ora, due cose sono da dire subito per evitare equivoci: primo, che la poesia ha avuto sempre pochi veri cultori (ma non i quasi nessuno di oggi), secondo, che nel quasi niente bisogna sceverare ancora (e siamo, per così dire, al quasi invisibile) oltre il 95 per cento della pseudo-poesia, composta da manie narcisistiche, fenomeni di moda, ostinazioni ideologico- editoriali, mafie di premi e premietti (io ti premio, tu mi premi, ecc.), per trovare quel 5 per cento, indicativamente, che è vera poesia, rarissima sempre. Ma – è questo il punto – in poesia non contano le percentuali, il “fatturato”, e neppure conta il grande disturbo della pseudo-poesia. Quella della poesia è una presenza ineliminabile e insurrogabile anche tra gli assenti, gli illusi, i profittatori, i truffatori: fino a quando – ecco il punto ancor più preciso – si sa che c’è e la si custodisce, persino trascurandola, come un patrimonio inconfondibile, a cui comunque si può o si potrebbe attingere, anche se non lo si farà. Quella della poesia è una presenza quasi sempre virtuale ma operante e orientante – finché c’è rispetto per essa, per la sua idea, il suo ideale, il suo cielo, per quanto remoto. Poi, nei «tempi di povertà», come disse e direbbe ancora Hölderlin, «i poeti vagano nella sacra notte». Ma se la notte del decadimento culturale è anche dissacrata? Se un popolo, una società, una civiltà, dimentica e disprezza i suoi (veri) poeti? Verso la fine della sua tragica vita P.P. Pasolini lamentava in una poesia ironico-dolente di non aver più richiesta di poesia», negli stessi anni Montale si spoetizzava in righe (ex versi) di aridi o digrignanti singhiozzi, e le posizioni neoavanguardistiche aprivano a un parlare “poetico” che stava alla poesia come il contorto appassire sta allo sbocciare. Non che oggi si possa scrivere e leggere poesia come quella di Ungaretti, Montale o altri, che pure sono classici; perché per oggi occorre la poesia dell’oggi; e neppure si deve dimenticare che poeti di alta levatura ci sono tuttora (Luzi, Zanzotto), accanto accanto ai molti minori. Il problema è che gli italiani si incretiniscono a milioni davanti alle volgarità televisive, e non studiano, non leggono se non utilitaristicamente, tranne una minoranza stretta, riducibile e spaesata. Figuriamoci se “perdono tempo” per la poesia. Che è invece come il ramo su cui non sanno di stare seduti mentre fanno tutt’altro. Ma “ciò che resta”, nel senso di ciò che permane, «fondano i poeti », dice Hölderlin. Infatti è la presenza pur dissimulata o celata della poesia, è la dimensione poetica dell’esistenza, a far vivere, è il contrario a far morire. La poesia è rivelatrice di una misteriosa inesauribilità della vita anche nei suoi dolori trafiggenti, è foriera di una parola che salva anche se essa stessa, per paradosso, fosse priva di speranza. Tanto risplende e riverbera di luce non sua. Ed è critica radicale di ogni soffocante autosufficienza materiale e culturale: con la sua povertà aperta e oltrepassante trasforma in spazio aperto il suo vuoto. Perciò dice con finissima ironia, e universale respiro d’anima, Hölderlin, che cito per l’ultima e definitiva conferma: «Pieno di meriti, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra»

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