Cosa fare delle nostre ferite?

Michela Marzano - Erikson
Copertina del libro

“La fiducia e l’accettazione dell’altro” recita il sottotitolo di un libretto che raccoglie tre studi della filosofa dell’etica, toscana, trapiantata in Francia. Un libro che si legge d’un fiato. Michela Marzano si mette in gioco personalmente: confessa che la sua riflessione sulla fiducia è nata dalla ferita dell’anoressia, di cui è stata vittima, e che continua a condizionarla.
Marzano compie un’opera di verità su sé stessa. Partita con una lunga psicanalisi, comincia poi a viaggiare per conto proprio: «Ciò di cui mancavo – scrive – era un’immagine unitaria di me stessa; ciò di cui avevo bisogno era la certezza di essere viva e di occupare un posto nel mondo; ciò di cui soffrivo era la perdita di uno sguardo d’amore che avrebbe potuto (e dovuto) insegnarmi ad essere materna per me stessa».
L’autoanalisi è spietata: «La paura terribile di ammettere che, nonostante si proclami di non dipendere da niente e da nessuno, in realtà si dipende da tutto e da tutti». E la soluzione è nell’altro, nella necessaria fiducia nell’altro: «Solo in un clima di fiducia – laddove la fiducia è sempre un insieme complesso dell’alterità in sé, fiducia negli altri, accettazione dell’alterità in sé e accettazione dell’alterità altrui –, si può discutere, dialogare, confrontarsi, crescere, imparare… in poche parole accettare l’altro».
La prospettiva della Marzano è risolutamente laica. Dio non c’entra. Ma la fiducia che lei propone non è solo frutto della ragione: «La fiducia è una scommessa umana. Ecco perché sembra esserci qualcosa di comune fra la fiducia e la fede, nel senso che il risultato non è mai garantito». Una fiducia che, a differenza della fede, «non è mai un puro “dono”: è qualcosa che si costruisce, per sé e per l’altro». Quindi dare fiducia è uno degli atti etici per eccellenza, che si creda o non si creda.

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