Cosa sono i Corpi Civili di Pace e perché ne avremmo bisogno

Nascita, sperimentazione e potenziale dei Corpi Civili di Pace (CCP), nonviolenti e disarmati, per la prevenzione ma anche l’interposizione in conflitti armati. Il grande sogno di Alex Langer. Un progetto ancora relegato in un cassetto dalle istituzioni e dalla politica. Il contributo di "Un ponte per.." Città Nuova aderisce alla Giornata nazionale dell’informazione costruttiva #Gnic2022
Per la pace. Manifestazione in Libano, foto di Fighters for Peace

Mai come in quest’ora buia la voce pacifista è stata vilipesa, insultata, messa all’angolo dal pensiero unico bellicista: «Senza le armi come faremmo? Non ci si può difendere, senza le armi. Ma cosa proponete voi pacifisti di realistico?». A ciò seguono sempre accuse più o meno velate di putinismo. Il dibattito attuale sulla guerra in Ucraina è più o meno questo, schiacciato da un realismo machiavellico attorno ad uno ed un solo punto: inviare aiuti militari, rispondere alla guerra con la guerra, alla violenza con altra violenza.

Eppure la storia del ‘900 insegna che più armi significano un conflitto più lungo e con più vittime, civili e militari. Sarebbe invece ora che l’Europa riscoprisse quegli ideali politici che l’avevano resa uno dei progetti più avanguardisti della storia dell’umanità. Tant’è che proprio da parlamentari europei, consapevoli che le ricette del passato produrranno, inevitabilmente, i risultati del passato, nacque una proposta alternativa.

Era il 1994 e mentre lo sciovinismo mostrava il suo volto più crudele nelle fratricide guerre jugoslave, Alex Langer lottava nel Parlamento Europeo per un’idea che sembrava talmente semplice da risultare geniale: il ruolo dei civili nel prevenire o nel gestire i conflitti era grandemente sottostimato.

Certo, si potrà opporre, mandare civili disarmati sotto le bombe è da pazzi. Si va al macello senza gloria alcuna, come d’altronde avviene continuamente con i civili dei luoghi di conflitto. Civili, senza alcuna colpa, massacrati ogni giorno. Langer credeva invece che un fatto ben preciso, rappresentasse tutta la differenza del mondo: uccidere qualcuno che è tuo nemico è un conto; uccidere un amico, armato, del tuo nemico è simile; uccidere qualcuno che è terzo alla contesa ed è disarmato, che si interpone tra te e il tuo nemico, è decisamente un’altra cosa. Nasceva l’idea di Corpi Civili di Pace (CCP), nonviolenti e disarmati, per la prevenzione ma anche l’interposizione in conflitti armati.

«L’Europa, come il mondo, è afflitta da guerre e conflitti» – scriveva Langer nel 1995. La maggior parte di questi non avvengono tra gli stati ma all’interno di stati o regioni. Molti di questi conflitti sono motivati da differenze etniche, repressione delle minoranze, tendenze nazionaliste, confini contestati». Problemi analoghi a quelli che riscontriamo oggi, ma in quegli anni 90 erano anni di rinnovata fiducia nell’umanità, in cui dalla comunità internazionale ci si aspettava un vero scatto in avanti riguardo l’uso di caschi blu per mantenere la pace. Se ne parlava continuamente, nonostante risultati pratici non certo esaltanti. Un progetto quello, che oggi sembra finito nel dimenticatoio.

«Per far sì che alle parole seguano i fatti, dobbiamo cercare di elaborare questo concetto in una maniera chiara e praticabile». Dall’analisi dei conflitti Langer deduceva la necessità di operatori civili di pace e introduceva l’elenco preciso dei doveri del CCP, chiarendo pragmaticamente che la cosa più importante era «sfruttare al massimo le capacità di coloro che nella comunità non sono implicati nel conflitto (gli anziani, le donne, i bambini)».

Sono insegnamenti poi recepiti almeno in parte dall’ONU con le due risoluzioni 1325 e 2250 che impegnano gli Stati a coinvolgere donne e giovani nei processi di pace. In Italia il movimento degli obiettori di coscienza infuse questo spirito nel servizio civile, gli amici della nonviolenza organizzarono ampie delegazioni in zone di guerra, ma i CCP rimanevano un’azione extra-istituzionale.

Era il dicembre 2013, quando, a seguito di una faticosa e “spericolata” azione politica, il deputato Giulio Marcon riuscì a far inserire nella legge di stabilità italiana del 2014 il finanziamento triennale e sperimentale di “corpi civili di pace”: 500 giovani volontari da impegnare in azioni di pace non governative nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto o nelle aree di emergenza ambientale”, coerentemente con il mandato del Servizio Civile di “difendere la patria con mezzi ed attività non militari” (legge 64/2001).

I Corpi Civili di Pace sono stati quindi costituiti come gruppi di volontari, formati e organizzati da associazioni non governative, pensati per intervenire come terze parti in una situazione di conflitto, tramite azione civile, non armata e nonviolenta. L’obiettivo è sostenere e rafforzare attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti, per una pace intesa non solo come cessazione della violenza ma anche come affermazione di diritti umani ed economico-sociali.

Nel 2017 e nel 2020, rispettivamente 98 e 108 volontari hanno firmato un contratto con lo Stato per svolgere un “servizio civile di pace”, in base a progetti gestiti da associazioni e università in collaborazione con partner locali sia in Italia che all’estero.

Sarebbe dovuto essere un ciclo triennale, ma stiamo ancora aspettando il bando pubblico per la terza annualità, nonostante il triste momento che stiamo vivendo. A prescindere dal futuro incerto di questa neonata istituzione, in questi anni giovani volontari/e opportunamente formati sono partiti per America Latina e Haiti, Balcani, Africa, Medio Oriente e Asia.

Hanno sostenuto chi a livello locale lavora sulla riconciliazione, il superamento dei pregiudizi tra comunità, il rapporto con i rifugiati, i conflitti in quartieri suburbani, il sostegno ai giovani, alle donne e alla partecipazione dei cittadini nella vita politica, il reinserimento sociale delle vittime di conflitto, la gestione e prevenzione dei conflitti ambientali.

É cosa ormai nota che la presenza in loco di rappresentanti di realtà  internazionali scoraggia alcuni gruppi armati dall’abusare del loro potere e spesso limita gli abusi sui civili. Pensiamo alla raccolta delle olive palestinesi in Cisgiordania, tradizionale momento di repressione dei contadini locali da parte dei coloni israeliani.

La presenza dei volontari internazionali sul posto diminuisce di molto il rischio di intimidazioni e violenze. Le Ong internazionali Peace Brigades International e Nonviolent Peaceforce hanno dimostrato in molti altri contesti che l’accompagnamento nonviolento di attivisti e difensori dei diritti umani in tutto il mondo può salvare loro la vita e consentire la crescita di movimenti e organizzazioni per la pace. Tramite la presenza al loro fianco si concordano attività di peacekeeping disarmato, di costruzione di reti, di formazione e di pianificazione strategica, nonché di advocacy con la comunità internazionale.

Nella sperimentazione di CCP avviata all’interno del Servizio Civile Universale, l’associazione Un Ponte Per ha scelto di impiegare volontarie e volontari in Libano: una società in cui purtroppo l’odio, la violenza e le armi sono ampiamente sdoganate, dilaniata da una lunghissima guerra civile.

I CCP in Libano lavoravano al fianco dei “Fighters for Peace” (Combattenti per la Pace), un’organizzazione locale di ex combattenti provenienti da tutte le fazioni della guerra civile e che, proprio per questo, hanno scelto consapevolmente di dedicare ciò che gli resta da vivere alla riconciliazione, ad un futuro di pace, senza le armi. Certamente un impegno volontario di un anno, da parte di giovani che hanno ricevuto solo un mese e mezzo di formazione sulle metodologie nonviolente di trasformazione dei conflitti, ha un impatto limitato sul terreno, ma forma operatori di pace che la società civile potrebbe poi impiegare in missioni più complesse e ambiziose. Se la cooperazione internazionale le finanziasse.

Dovrebbe essere ormai chiaro: esiste una linea del fronte che non coincide con quella in cui i soldati si fronteggiano. É il fronte delle idee e interessi contrapposti, tracciato dai semi di odio e dal desiderio di vendetta, che produce demonizzazione dell’altro nelle comunità.

Le guerre non iniziano banalmente con una parte che attacca l’altra, ma con profonde strutture di violenza e oppressione, e problemi accumulati in decenni. La pace non si costruisce firmando un accordo, né sconfiggendo un nemico in battaglia, né liberando una città.

Fare la pace è molto più difficile che fare la guerra. Bisogna agire sulle cause profonde della violenza, facendo leva sulle capacità locali e internazionali di risoluzione e trasformazione nonviolenta dei conflitti. A questo fine, è necessario formare, organizzare e inviare CCP dove questi possano essere efficaci. Attendiamo ancora il governo che decida di investire in questa rivoluzione copernicana per la Difesa italiana, atta a difendere i civili invece dei confini, i valori costituzionali invece del bilancio dell’industria delle armi.

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