Correndo nel giardino

Altro che noia, pause e lentezze cechoviane di tante messinscene tradizionali.
Giardino dei ciliegi

Altro che noia, pause e lentezze cechoviane di tante messinscene tradizionali. Al suo terzo Giardino dei ciliegi (a Zagabria e Wüppertal) il regista Paolo Magelli procede con un approccio all’opposto. Velocità, grida, frenesia sono la cifra del suo allestimento, che segue la concezione “biomeccanica” del russo Mejerchol’d. Gli attori sembrano spesso marionette impazzite. Sul palcoscenico spoglio, il giardino in fiore ci è precluso alla vista. Sta fuori dal teatro, illustrato dai concitati protagonisti in corsa, e dal suono dei colpi della scure che lo abbatte. Il teatro è la casa in decadenza destinata a implodere e venire distrutta come il giardino – simbolo di rimpianti, speranze e sogni –, per fare posto a lottizzazioni di villette a schiera, per le nuove classi urbane emergenti. Riuniti nella grande casa dell’infanzia, i personaggi della commedia non possono che scorgere su di sé, ognuno nell’altro, i segni del tempo che passa, l’approssimarsi di una resa dei conti col proprio destino. Attraverso il chiacchiericcio inconsistente che copre la disperazione, la vicenda lascia intravedere le ferite della vita che se ne va “senza averla vissuta”. Tutto questo, però, non ci arriva pienamente: si gesticola e si grida troppo, senza rendere spesso credibili sulla bocca degli attori – bravi, ma disomogenei – le parole del magnifico testo.

 

Al Metastasio di Prato. In tournée.

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