Coronavirus e Terzo settore, il capitale da riscoprire

Negli interventi governativi, imposti dall’emergenza da pandemia, manca la considerazione della ricchezza del non profit. È l’ora della fase 2 per ripartire veramente
Claudio Furlan - LaPresse 01 Aprile 2020 Milano (Italia)

In Italia uno degli effetti del Covid-19 è quello di aver smascherato, se ancora ce ne fosse bisogno, la morte della welfare community nella mente del legislatore, e del governo in particolare.

Esattamente 20 anni dopo la legge 328/2000, la prima legge quadro sul welfare dal 1890, possiamo dire che quella grande riforma, che fu acclamata unanimemente come tale dal Terzo settore per il protagonismo che riconosceva ai corpi intermedi nella costruzione dei legami di comunità, è entrata in una fase profondamente recessiva.

Di fronte a questa grande emergenza il governo ha affrontato con grande dettaglio e precisione, codici Ateco alla mano, tutti i comportamenti da tenere per le diverse espressioni del mondo del lavoro pubblico e privato (chi può funzionare e come, chi deve obbligatoriamente fermarsi), ha dovuto dettagliare i comportamenti intimi delle persone (possono uscire di casa solo il tempo della spesa, possono andare a compare le sigarette ma non la pizza, possono portare un cane a fare pipì, ma non possono fare jogging).

Ma quando ha dovuto parlare della società civile organizzata, non ha speso una parola specifica se non la previsione che le organizzazioni del Terzo settore verranno coinvolte nella distribuzione dei pasti caldi, cosa nobile, urgente e importante, ma molto meno di ciò che sarebbe dovuta essere l’attenzione a questo universo.

Come ha fatto notare Riccardo Bonacina su Vita.it al Terzo settore è stato attribuito il ruolo del “garzone”. Oggi le organizzazioni sociali con un balzo temporale sembrano essere tornate ai primi anni del ‘900, a far parte degli Enti comunali di assistenza, il valore costituzionale delle stesse sembra sparito nel nulla.

Non è stato previsto che ogni Comune dialoghi con le associazioni presenti sul territorio per organizzare un piano strategico sociale di emergenza per contenere la solitudine di anziani e bambini, non è stato previsto che la società civile potesse essere una leva per attuare legami di vicinato dove le condizioni ambientali sono meno favorenti alla buona riuscita della quarantena, non è stato previsto che il Terzo settore venga coinvolto per sostenere la didattica a distanza delle scuole dove la distanza significa isolamento digitale ed essere immersi e sommersi nella complessità familiare. Il Terzo settore italiano, movimentato nei vari Dpcm dettati dal virus, torna a distribuire  farmaci e cibo come “ ai tempi di guerra e carestia” incuranti del fatto che la quarantena e il blocco dell’economia nazionale sono soprattutto due dinamiche sociali correlate a un’urgenza sanitaria.

Dov’è la valorizzazione del capitale sociale italiano costituito in migliaia di corpi intermedi? Sparito nei meandri dei codici Ateco, come se in Italia esistessero ancora solo il primo e il secondo settore, il pubblico e il privato.

E le centinaia di esperienze di housing sociale? Come stanno affrontando l’urgenza? Nulla. I comitati di contrada sono stati considerati protagonisti della mutualità nelle aree interne dove gli anziani vivono in decine di case sparse sulle colline?

Un volontario che ogni settimana si occupava di bambini in difficoltà e di persone disabili confinate a casa già prima dell’epidemia, può continuare a fare volontariato con le giuste precauzioni richieste al mondo del lavoro (le colf rientrano tra i sevizi essenziali non interrotti) o il suo servizio gratuito non rientra nelle uscite permesse “perché non necessarie” o non correlate a “motivi di lavoro?”.

Il virus apre uno spaccato nel rapporto tra forze politiche e società civile assolutamente interessante e urgente da affrontare, urgente almeno quanto la crisi sanitaria scoperta dal Covid-19 sulle enormi sperequazioni tra Nord e Sud in materia di numero di posti letto per i reparti di terapia intensiva.

Come già accaduto per la grande riforma del Reddito di inclusione, voluta da oltre 30 associazioni nazionali impegnate sul fronte dell’indigenza, poi spazzata via quando muoveva i primi passi da un’altra riforma simile ma del tutto priva dell’apporto del capitale sociale, il Reddito di Cittadinanza (RdC).

Oggi il RdC, nella sua valenza economica, sta certamente tenendo botta alla crisi sociale, ma non può far fronte alla mancanza di legami sociali che divide il mondo tra persone in quarantena e persone sole. Tra quarantene ricche di chance e quarantene povere di opportunità.

Il premier Conte ha affermato che presto andremo nella fase 2.

Il denaro direttamente nella tasche delle famiglie italiane colpite è cosa importante e urgente, ma come sappiamo ormai da troppi anni non sarà mai il denaro a portarci fuori dalla crisi. Il denaro serve all’urgenza del fine mese ed è sacrosanto. Ma dopo il fine mese c’è l’inizio di un altro mese e sono le relazioni di comunità, il to caring, a fare la differenza tra un territorio ricco e uno povero e quindi a determinare la resilienza alla crisi e l’uscita più veloce da essa.

Esiste un grande capitale sociale del Paese che può entrare in gioco invece di stare inutilmente in panchina.

 

 

 

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