Coronavirus: l’industria dà una mano

Piccole e grandi aziende riconvertono la produzione per sopperire alla mancanza di mascherine o respiratori utili nelle settimane del Covid-19. Oppure offrono donazioni. Si moltiplicano anche le iniziative di raccolta fondi. E tanti sconosciuti danno una mano per fare “succedere” le cose in fretta
Elena e Flavio Milan di Buja (Udine) hanno riconvertito la loro azienda per produrre le mascherine necessarie per contrastare il Coronavirus

«Un Paese in cui Armani e Prada producono camici e mascherine, Bulgari produce disinfettanti, e la Ferrari produce respiratori, non può essere che l’Italia»: una gag che in questi giorni è circolata sui social, ma che rispecchia la realtà. Sono numerosi infatti i grandi nomi dell’industria italiana – soprattutto della moda e della cosmetica, ma non solo – ad aver riconvertito la propria produzione per sopperire alle carenze messe tragicamente a nudo dall’emergenza Coronavirus: Fendi, Armani, Gucci, Ferragamo, Valentino, Prada, Ermanno Scervino, Calzedonia, sono solo alcune delle case di moda (circa 200) che hanno iniziato a sfornare camici monouso e mascherine per gli ospedali.

Chi già utilizza l’alcool per produrre profumi, come Bulgari, adesso è passato ad utilizzarlo per i disinfettanti; idem per alcune grandi distillerie riunite in Assodistil; mentre gli ingegneri della Ferrari stanno collaborando con Siare Engineering, una delle poche aziende che producono respiratori, per aiutarli a raddoppiare la produttività.

Non solo grandi nomi, comunque: in questi giorni si sono moltiplicate le storie di piccoli laboratori artigiani che hanno fatto la stessa scelta, anche sotto l’egida di associazioni di categoria come Confartigianato. Certo, come spiegato dal commissario straordinario Domenico Arcuri, per chi sostiene spese per riconvertire la produzione sono disponibili incentivi per 50 milioni di euro: ma il fatto che in molti casi il materiale prodotto sia stato poi donato, o che siano stati donati addirittura i macchinari perché la produzione possa proseguire anche in futuro, fa capire che non è stato un mero calcolo di convenienza economica a muovere il tutto.

E non solo per le grandi aziende che, si dirà, se lo possono permettere: anche i piccoli laboratori, che spesso stanno soffrendo in prima persona per il calo degli ordini, non si sono tirati indietro. Anche, a volte, per ragioni “stoiche”: come l’azienda di tessuti di Elena e Flavio Milan, di Buja (Udine), che in ricordo degli aiuti ricevuti ai tempi del terremoto del Friuli ora si è accollata interamente il costo della realizzazione di migliaia di mascherine per gli abitanti della zona. Ma ci sono stati anche FabLab (laboratori di stampa 3D) che si sono messi a disposizione per realizzare pezzi di ricambio per respiratori, o finanche quelli necessari ad adattare mascherine da sub a questo scopo.

Naturalmente non va dimenticato il capitolo donazioni: aziende di più o meno qualsiasi comparto hanno scelto di destinare parte dei pur magri proventi di questo periodo agli ospedali o alla protezione civile. Tra le tante storie vale la pena citare quella del birrificio Curtense, in provincia di Brescia – zona duramente colpita dal coronavirus – che ha scelto di realizzare una cotta (ossia un lotto di produzione di 1800 bottiglie) da mettere in vendita ad offerta libera, e destinare l’intero ricavato al locale ospedale. La birra non è ancora pronta, ma già è stata tutta prenotata, tanto che il birrificio ha fatto un ulteriore salto di fiducia anticipando la somma.

Tra le raccolte fondi più consistenti (e note) c’è stata quella lanciata da Fedez e Chiara Ferragni, che ha consentito di aprire a tempo di record un reparto aggiuntivo al San Raffaele di Milano grazie ai 4 milioni e mezzo di euro raccolti da oltre 200 mila donatori (tra cui 100 mila euro da parte della coppia “Ferragnez”).

E sempre a Milano stanno accadendo altri piccoli e grandi miracoli nel reparto di terapia intensiva appena inaugurato in Fiera, come testimonia un ingegnere che ha lavorato alla costruzione. «Succedono cose incredibili – scrive l’ing. Roberto Taddia –: alla sera decidi una modifica, la mattina è già tutto fatto. Ieri ordini una TAC, domani vengono a installarla e in un giorno si preparano i locali dal nulla. Questi sono moduli di terapia veri, con tutti i crismi e le dotazioni di norma. Vi assicuro che quello che sta succedendo in fiera non è normale, è straordinario, grazie a gente incredibile che non si ferma mai. Non si costruisce un ospedale da 250 posti di terapia intensiva in 15 giorni, e non sto parlando di 250 brandine messe in un palazzetto dello sport. Ci saranno 200 persone che lavorano 2 ore al giorno, tutte sfamate gratis dallo chef Carlo Cracco che cucina qui dall’inizio, e potrei andare avanti. Questa è un’Italia fantastica che non avevo mai visto. Queste persone stanno facendo miracoli!».

 

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