Coronavirus, in India contrasti sulla gestione della pandemia

Il secondo Paese più popoloso al mondo è sul bordo dell’abisso da coronavirus? Non si sa ancora, ma gli scenari potrebbero essere catastrofici. La polemica aperta da una lunga dichiarazione della scrittrice Arundhati Roy e la questione della clorichina
Indiani fanno la fila fuori una banca, rispettando il distanziamento sociale previsto per evitare il contagio da coronavirus (foto Ap)

Il politologo italiano Paolo Magri avanza timori sul pericolo di una diffusione devastante del Covid-19 in India, dove vivono un miliardo e 380 milioni di persone, un sesto della popolazione mondiale. Ciò che più preoccupa è la presenza di zone con una densità abitativa fra le più alte del pianeta che offrono l’ambiente ideale per la diffusione del coronavirus.

A favore del Paese asiatico gioca l’età media ben più bassa di quella dell’Europa – soprattutto dell’Italia – e dei Paesi occidentali dove il virus sta mietendo vittime. Metà degli indiani si trova, infatti, sotto i 28 anni. I timori sono, comunque, fondati soprattutto dopo che il coronavirus ha cominciato a diffondersi a Mumbai, metropoli di 20 milioni di abitanti, ed in particolare nella zona di Dharavi, noto come lo slum più vasto e popolato dell’Asia.

Inoltre, si resta ancora col fiato sospeso in attesa di vedere le conseguenze dell’esodo biblico dalle grandi metropoli verificatosi non appena dichiarato il lockdown nazionale con solo quattro ore di preavviso. Le cifre attuali, almeno quelle ufficiali – sei mila casi e meno di duecento morti – pubblicate dal Paese asiatico sono, comunque, ancora basse rispetto ai numeri a cui siamo abituati in Italia e in Europa, per non dire degli Usa degli ultimi giorni. Le misure precauzionali, dove è possibile realizzarle sono, tuttavia, rigide. Ed il sistema fino ad ora tiene. Alcuni amici di Mumbai mi hanno raccontato di zone della metropoli o di caseggiati completamente isolati con gli abitanti che non possono muoversi dopo la scoperta di casi positivi.

Sullo sfondo di questi scenari attuali e possibili, anche in India non mancano polemiche e tensioni. Significativa quella suscitata dalla scrittrice e attivista sociale Arundhati Roy. In una sorta di riflessione-lettera aperta sia ai suoi concittadini che al premier Modi, la Roy descrive la pandemia come una porta verso il futuro, verso un mondo diverso. Con la sua ineguagliabile ricchezza di vocabolario e di immagini propone agli indiani di riflettere a fondo sull’esperienza che il mondo sta vivendo, ma anche e soprattutto su cosa questo significhi per il loro Paese. La scrittrice indiana, che non ha mai risparmiato le critiche a Modi e alla sua politica, analizza gli ultimi mesi, dal momento in cui il coronavirus ha fatto la sua apparizione a Wuhan per diffondersi, poi, sconosciuto e pernicioso in tutto il mondo.

Arundhati Roy lo fa ricordando e rileggendo le priorità politiche di un governo che, ignorando la minaccia del pericolo imminente, si è occupato di ben altri affari, come la Legge sul diritto alla Cittadinanza per migranti provenienti dai Paesi confinanti, negandone la possibilità ai musulmani e, in tal modo, fomentando tensione e violenza in molte zone del Paese. Particolarmente gravi gli scontri avvenuti, a causa di azioni ben orchestrate, in uno dei quartieri di Delhi per distruggere case, moschee e negozi di musulmani. Il tutto con l’appoggio della polizia. E, poi, la Roy parla dell’aver ignotato la pandemia ormai alle porte, per accogliere il presidente statunitense Trump che di fatto ha approvato pubblicamente l’operato dell’attuale governo indiano. Intanto – aggiunge la Roy – il coronavirus stava penetrando nel Paese fino a quel momento apparentemente ignaro di cosa stesse rischiando e con gli occhi fissati su altri panorami: Cina, Iran, Italia

Narendra ModiAlla fine il Covid-19 è atterrato in India e la Roy sottolinea come improvvisamente Modi ed il governo abbiano capito il pericolo. Dopo una prova generale di chiusura totale, hanno deciso di adottare le misure seguite dall’Italia e Modi nel giro di quattro ore ha chiuso tutti in casa. O quasi. Il risultato drammatico è stato l’esodo biblico di cui abbiamo accennato in un recente articolo e le cui immagini sono rimbalzate su tutti i canali televisivi e social media. Gli anziani hanno ricordato le scene della partizione fra India e Pakistan nel 1947, in occasione dell’indipendenza dall’Inghilterra e della divisione dei due Paesi su base religiosa. Questa volta, afferma la Roy, la separazione è stata sulla base delle classi sociali.

Sebbene appaia diversamente agli occhi dell’occidente, le masse che si sono riversate nelle stazioni e che poi hanno cominciato a camminare per le strade del Paese tornando nei rispettivi villaggi non rappresentano i più poveri. Sono gente che lavorava nelle metropoli e che ora, senza un lavoro giornaliero, torna ai propri villaggi dove hanno la loro vera casa. I più poveri sono rimasti negli slum. Ma entrambi, le masse sulle strade e negli slum, sono terribili focolai potenziali per il Covid-19.

Inoltre, è vero che Modi si è scusato con la gente che ha dovuto muoversi per tornare a casa, ma non si tratta di alcune centinaia o migliaia di persone. Si calcola che coloro che si trovano senza un rifugio sicuro ed una prospettiva di sopravvivenza economica siano almeno 460 milioni di persone. Infine, viene l’accusa a Modi di tentare di distrarre l’attenzione dai problemi reali, somministrando lezioni televisive di yoga con animazioni che ritraggono il primo ministro in diverse asana, posizioni di yoga che aiutano a rilassarsi. Ancor più grave che alcune notizie anche in questo momento siano chiaramente anti-musulmane. Infatti, alcuni media identificano un convegno tenuto a Delhi dall’organizzazione Tabligh Jamat come la causa principale della diffusione del virus.

Infine c’è un contenzioso internazionale che riguarda la questione clorochina, il farmaco antimalarico che viene sempre più spesso usato per tentare di curare il Covid-19. L’India ne è un grande produttore e il governo ne aveva recentemente proibito l’esportazione. Trump ha chiesto che la quantità prevista da contratti economici precedenti, e non solo, fosse ugualmente inviata negli Usa, pena conseguenze future. Alla fine Modi ha ceduto rimangiandosi il suo preteso fermo nazionalismo.

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