Corno d’Africa è di nuovo guerra

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Ètriste costatare che il Corno d’Africa riesce a salire alla ribalta internazionale solo in occasione di crisi umanitarie o politiche, talvolta militari. Eppure i Paesi della regione (Somalia, Etiopia, Eritrea) sono da sempre una cerniera culturale ed anche politica tra Mediterraneo e Africa sub sahariana, un passaggio tra Oriente ed Occidente. Soprattutto, costituiscono un angolo di mondo ove Islam, cristianesimo e cultura tradizionale si sono per secoli incontrati ed anche confrontati. Dopo la fine dell’epoca coloniale, certi antichi equilibri hanno sostanzialmente retto, nonostante che la regione fosse divenuta, per procura, un avamposto della rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Dopo l’11 settembre il Corno d’Africa è rientrato, ma per il verso sbagliato, nelle gradi strategie globali. Da una parte, gli Stati Uniti lo hanno iscritto a pieno titolo nelle potenziali aree di coltura del terrorismo di matrice islamista; dall’altra, una situazione di anarco-tribalismo ha fatto ripiombare la Somalia in una situazione di disfacimento politico- istituzionale, sociale ed economico. In mezzo, una popolazione che da decenni non riesce a condurre una vita decente. I fatti nuovi sono due. In primo luogo, la supremazia progressivamente conquistata dalle cosiddette Corti islamiche, formazioni fondamentaliste, rispetto a fragili istituzioni transitorie. Su questa tela si inserisce l’intervento militare dell’Etiopia, che asseritamente ha inteso salvaguardare la sicurezza dei propri confini rispetto alle Corti islamiche. Ma non è difficile intuire che le operazioni dell’Etiopia hanno ricevuto l’avallo degli Stati Uniti, che non hanno poi esitato a compiere un intervento diretto per colpire – questa la versione ufficiale – cellule di Al Qaeda in Somalia. Sarà pure così, ma è benzina sul fuoco, e non è certo una bomba il metodo efficace per sconfiggere il terrorismo. In questi casi, il primo risultato certo sono vittime collaterali, cioè civili innocenti. Ma non ci sono solo ombre. Nello scorso dicembre, il Consiglio di sicurezza ha approvato una risoluzione che in sostanza chiede l’invio in Somalia di un contingente internazionale di pace, formato prevalentemente da truppe di Paesi africani. Tuttavia la sua applicazione stenta a decollare. Ciò che è certo è che la differenza la potrà fare la parte non militare dell’intervento auspicato, e cioè l’impegno a promuovere il dialogo ed il consenso sull’assetto del Paese.

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