Corea del Sud, il centro “Sorgente della Consolazione”

L’esperienza di comunione e di dialogo interreligioso vissuta dai Missionari della Consolata in uno dei più vivaci paesi del continente asiatico
Corea del Sud Missionari della Consolata
 Come Missionari della Consolata lavoriamo sin dagli inizi della nostra fondazione in Africa e dagli anni ‘40 anche in America. In Asia non eravamo presenti e da diversi anni si parlava di aprire una nostra presenza, poiché dicevamo, “un istituto missionario non può non essere presente in quel continente”. Il pensiero di una apertura in Asia logicamente era unito a quello del dialogo interreligioso. E così nel 987 la scelta cadde sulla Corea del Sud. Una delle motivazioni fu la presenza in quel Paese delle grandi religioni.

I sogni di Nepi

 

Durante il ritiro, vissuto da noi quattro missionari destinati alla Corea, insieme alla direzione generale, condividemmo i nostri sogni: l’annuncio del Vangelo, la presenza tra i poveri, la testimonianza della vita religiosa, il donare il nostro carisma missionario alla Chiesa locale, un forte discernimento comunitaria e il dialogo interreligioso.

All’inizio del 1988 arrivammo a Seoul. Nei primi anni, per lo studio della lingua, della cultura e della storia del paese, vedevamo molto lontana la realtà del dialogo interreligioso, anche se l’inquietudine e l’interesse erano presenti in noi.

Sin dall’inizio nacque tra di noi un’intensa e costante comunicazione su tutto quello che vedevamo, sentivamo, pensavamo e scoprivamo, decidendo insieme qualsiasi passo da fare. Ogni settimana passavamo mezza giornata insieme e ancora oggi, dopo 22 anni, questo appuntamento è rimasto, coinvolgendo anche i nuovi missionari.

Questo realizzare la missione in comunione o – come sottolineava il nostro fondatore, Giuseppe Allamano –, in “unità di intenti”, è diventata la dimensione fondamentale di tutti i nostri missionari presenti in Corea e ha guidato tutte le nostre scelte: la presenza tra i poveri della città, l’animazione missionaria della Chiesa locale tramite una rivista e altre attività di formazione, la creazione nel 1999 del centro di dialogo interreligioso “Sorgente di Consolazione”.

Questo spirito di comunione e di famiglia, che implica l’accoglienza fraterna vicendevole, il rispetto per la diversità e l’apprezzamento dei doni e delle qualità di ognuno, fa sì che tutti si sentano coinvolti nei diversi settori e nelle scelte di fondo, che tutti si sentano responsabili delle attività particolari di una comunità o di una persona. Favorendo l’aiuto vicendevole e la cooperazione ciascuno poi è disponibile ad assumere l’impegno di portare avanti tali attività o a sostituire qualcuno quando c’è bisogno.

Dieci anni di cammino

Per concretizzare la nostra scelta del dialogo interreligioso sono stati necessari dieci anni. L’arrivo in Corea di un missionario particolarmente interessato al tema del dialogo mantenne viva, nella coscienza della nostra comunità, questa esigenza dell’incontro con le religioni non cristiane. Poco a poco, le occasioni di conoscere persone (monaci, pastori, laici impegnati di varie religioni), gruppi e istituzioni dediti al dialogo si moltiplicavano.

La spinta decisiva venne da una visita dell’allora vice superiore generale, e dalla riflessione che facemmo insieme sulla missione e sulle sue vie. La conclusione fu una decisione formale della comunità di scegliere il dialogo interreligioso come una delle nostre “vie” di missione in Corea.

Seguì un periodo intenso di conoscenza e contatti con persone impegnate nel dialogo, di partecipazione ad incontri e corsi, di visite, di richieste di pareri ed opinioni… finché ci sembrò di capire che il modo concreto in cui realizzare la nostra “via” al dialogo consisteva nel creare un piccolo centro, inteso come uno “spazio aperto” dove persone di diverse religioni potessero incontrarsi, conoscersi, confrontarsi, dialogare, soprattutto condividere il proprio cammino spirituale e magari anche fare qualcosa insieme nel campo sociale, per i poveri e la giustizia.

Poi abbiamo fatto studiare due missionari nelle università coreane, impegno che è costato non pochi sforzi e sacrifici ai diretti interessati. Per la scelta del luogo e lo stile della costruzione del futuro centro, consultammo i nostri amici appartenenti a diverse religioni: le loro opinioni ci orientarono verso un piccolo paese vicino ad una zona boscosa non lontana della città. Così anche la struttura fisica del piccolo centro rifletteva i loro suggerimenti.

Come Dio volle, il nostro Centro di Dialogo interreligioso “Sorgente di Consolazione” fu pronto. Cominciò a funzionare informalmente per tre mesi e, infine, fu inaugurato solennemente il 5 aprile 1999, dal vescovo della diocesi di Inch’eon, presente anche il nunzio apostolico in Corea che aveva dimostrato molto interesse per la nuova iniziativa, e alla presenza di molti amici non cristiani, provenienti dal buddismo, dal buddismo Won (religione nata in Corea nel 1916), da altre religioni autoctone della Corea, e da varie Chiese cristiane evangeliche (battisti, metodisti, avventisti ecc.).

Diversi gruppi interessati al dialogo interreligioso, composti da appartenenti alle diverse religioni e confessioni cristiane, e diventati amici nostri, iniziarono a radunarsi nel nostro centro, che sentivano come casa loro. Un monaco buddista, ogni volta che veniva nella capitale, si fermava al nostro centro, perché dopo il suo tempio era la sua seconda casa.

Singole persone o gruppi vennero al centro per passare una giornata o alcuni giorni di ritiro e di meditazione, cercando dei momenti di scambio con alcuno di noi o invitandoci a parlare.

Andando avanti, ci rendemmo conto che era anche importante offrire una formazione sul dialogo interreligioso ai laici della nostra famiglia religiosa. E così iniziammo ad incontrarci con un monaco buddista e con n gruppo di suoi discepoli.

Anche la conferenza nazionale dei religiosi diede inizio ad un gruppo di religiosi e religiose interessati al dialogo interreligioso. Iniziammo da soli e poi, invitando dei monaci e delle monache buddiste e del buddismo Won, realizzammo una serie di appuntamenti su diversi temi relativi alla vita monastica (preghiera e meditazione, vita in comune, castità ecc.).

Un dialogo vissuto come comunità

 

Se dovessi riassumere le caratteristiche della nostra esperienza in Corea, direi che innanzitutto la nostra comunità mi sembra l’unica che come comunità vive e mette a disposizione il proprio tempo e la propria struttura per il dialogo interreligioso. Ci sono delle persone interessate al dialogo interreligioso nella Chiesa cattolica coreana, nelle altre confessioni cristiane e nelle altre religioni, ma quasi tutte sono coinvolte a livello personale.

È una comunità che tenta di vivere il dialogo, prima di tutto, all’interno della comunità, come garanzia di quel dialogo che poi si vuole avere e si ha con i membri delle altre religioni.

È una comunità nata dal discernimento comunitario di tutti i missionari presenti in Corea e condivisa e sostenuta da tutti.

È uno spazio aperto a disposizione di tutti coloro che, appartenenti alle altre religioni, alle differenti confessioni cristiane ecc., vogliono dialogare sulla loro esperienza di fede, vivere una giornata o più di ritiro o di meditazione.

È inserita pienamente nel programma della commissione episcopale per il dialogo interreligioso ed ecumenico, con la benedizione del vescovo e del nunzio.

In una parola… missionario

Lascio ora la parola all’esperienza di uno dei nostri missionari che è attualmente nel centro “Sorgente di Consolazione”:

Nel contesto del dialogo interreligioso mi sono sentito, pur con tutti i miei limiti, ‘mediatore’ della presenza e dell’amore di Dio per tutti gli uomini.

Proprio la nostra semplice ‘presenza’, come credenti in Cristo e missionari, tra quelle persone non cristiane concretamente incontrate, è stata (e continua ad esserlo) un segno ‘vicino e concreto’ della presenza e dell’amore di Cristo per loro. In un clima, per di più, di reciproco rispetto e mutuo ascolto, che rende tale ‘presenza’ ancor più significativa. Credo di poter dire che davvero sono arrivato a sentire il mio impegno nel dialogo interreligioso come esigenza della mia fede in Cristo e come fedeltà alla mia vocazione di missionario.

Le relazioni umane di fraternità ed amicizia sono la condizione fondamentale per il nostro essere ‘mediatori dei misteri della salvezza’.

Una buona relazione umana aiuta tutti a rompere barriere, a eliminare pregiudizi, a favorire un ulteriore e più profondo incontro, a lavorare insieme per il bene di tutti, a collaborare sui temi della giustizia, della pace, della solidarietà con i poveri.

Nella mia stessa esperienza personale, sono stati appunto l’incontro, la relazione e l’amicizia con persone di altre religioni, che mi hanno portato ad apprezzare, rispettare e stimare le altre tradizioni religiose. Grazie alla loro relazione con noi, spero che altri possano dire la stessa cosa del cristianesimo. La profondità e la trasparenza della propria fede sono comunque una condizione essenziale per il dialogo interreligioso.

Il contatto più approfondito e ravvicinato con persone di altre tradizioni religiose, e il confronto con loro, mi ha fatto prendere coscienza, ancor di più, di quale straordinario dono di amore, del tutto gratuito e immeritato, sia la fede che ho ricevuto. Inoltre è stato proprio il confronto diretto con le pratiche religiose di altre tradizioni che mi ha reso ancor più consapevole di prima, di quale immenso tesoro costituiscano, per il mondo, per la Chiesa e per me, il Vangelo, la Parola di Dio, la presenza viva di Cristo nell’Eucaristia… oltre che il patrimonio di riflessione teologica e di spiritualità della Chiesa cattolica. Mi sono reso conto di quale responsabilità avevo, proprio davanti ai nostri amici non cristiani, di mostrare e testimoniare tale tesoro. D’altronde, ho sempre avuto la sensazione che proprio questo si aspettassero da noi i nostri amici non cristiani.

Credo fermamente che il dialogo interreligioso richieda, da parte di chi lo intraprende, una coscienza e un’esperienza profonda della propria fede, oltre che la voglia di farla conoscere più in profondità e di farla apprezzare sempre più anche dalle persone che non la condividono.

La missione è di Dio. Noi non ne siamo che umili strumenti…

La sensazione che sempre ho avuto, da quando ho cominciato a conoscere più in profondità le altre religioni, è che Dio non è certamente lontano dai loro membri. Colui che ha creato per amore tutti gli uomini, non può non attrarli anche a Sé, attraverso molte vie differenti nella loro espressione storica, ma confluenti nella meta del loro cammino. Infatti noi siamo convinti che il Signore Risorto influisce, per vie misteriose, sul cuore di tutti gli uomini.

Allora, a noi missionari non resta che prenderne atto, e affermare che la missione (la salvezza di tutti gli uomini) la realizza Dio, e che noi siamo solo cooperatori, o meglio ancora, servi – per grazia – di questa sua opera. Dobbiamo coscientemente rinunciare a pensare, neppure per un istante, che siamo noi quelli che convertiamo. E di conseguenza, almeno nel dialogo interreligioso, dobbiamo imparare a rinunciare a cercare i frutti visibili della nostra azione missionaria. Lasciamoli a Dio, che ha i suoi tempi e i suoi mezzi. Il nostro compito è fare, con umiltà e nel modo migliore possibile, la nostra parte di testimonianza, per aiutare anche altri a ‘vedere e gustare’ quanto è bello, quanto riempie la vita, quanto dà significato alla vita dell’uomo, quella fede che abbiamo ricevuta, in Cristo morto e risorto per tutti.

Non mi sono mai sentito così veramente ‘missionario’, come nell’impegno del dialogo interreligioso. Che l’ambito ‘naturale’ della vita e dell’azione del missionario siano i non cristiani, a livello di teoria è assodato, e così lo affermano a chiare lettere numerosissimi documenti del mio istituto, a partire dalle Costituzioni, come quelle di altri istituti missionari ad gentes. Ma è anche vero che la ‘prassi’ attuale e normale della missione porta i missionari a stare spesso più in contatto con i cristiani che con i non cristiani. Così era successo a me, nella mia vita missionaria, fino a quando non sono entrato un po’ nel mondo del dialogo interreligioso.Con questo sto richiamando alla memoria la profonda sensazione che mi prendeva, quando potevo parlare del Vangelo, o celebrare l’Eucaristia, in mezzo a persone non cristiane. In quei momenti, soprattutto, mi sentivo davvero ‘dispensatore’ della salvezza che Dio vuole per tutti gli uomini, stavo ‘annunciando la Parola’, ero ‘segno’ della presenza del Cristo (e della Chiesa) a quanti non lo conoscono e non lo accolgono esplicitamente nella propria vita… in una parola: missionario!”.

 

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