Cooperare

3 proposte per uscire dalla crisi.
Al mercato

L’attuale crisi economica presenta vari aspetti, per i quali spesso non si riescono ad individuare le ragioni profonde. Tutte le ricette che vengono suggerite per la soluzione sembrano non tener conto della storia dell’umanità e delle varie fasi dello sviluppo economico. Da ogni crisi si esce o in positivo o in negativo. Per uscirne in positivo bisogna che ognuno rinunci a qualcosa e tutti si mettano in discussione.
La finanza sembra essere il male della nostra epoca, in quanto non c’è corrispondenza tra un bene reale e il suo corrispettivo finanziario. Perde valore quindi il lavoro e acquista importanza solo la finanza: sono situazioni inconciliabili tra loro. Non a caso, dalle recenti analisi internazionali si evince che gli unici Stati che sopportano bene la crisi sono l’Australia e il Canada, dove la maggioranza delle banche è composta da cooperative; forse da qui bisogna partire, cioè dalla cooperazione tra le persone in carne e ossa e non dall’alienazione finanziaria.
 
Per il Movimento dei focolari, che propugna la comunione dei beni e ha dato origine all’Economia di Comunione, potrebbe essere questo il momento di far riflettere anche “gli altri” su queste basi, onde far avanzare proposte concrete, legislative e culturali.
Mi permetto di fare tre proposte.
La prima. Adriano Olivetti, 50 anni fa, proponeva cinque livelli di retribuzione, tra il minimo e il massimo, per i dipendenti di una azienda. Questi insegnamenti non sono minimamente recepiti nell’attuale situazione: se si pensa alla differenza tra lo stipendio di Marchionne e quello di un operaio, si resta allibiti! Si potrebbe proporre che, se il minimo è mille euro al mese, il massimo non dovrebbe superare i cinquemila, per cui tutti i dipendenti che percepiscono più di questa cifra potrebbero essere pagati in Bot, in attesa di una soluzione più equilibrata.
Una seconda idea riguarda la riforma delle pensioni, che non prevede niente di nuovo per le prossime generazioni. L’accumulo per l’età dell’acquiescenza potrebbe invece avvenire attraverso una forma di previdenza obbligatoria dalla nascita in poi, con contribuzione sia individuale che da parte dello Stato (con una tassa indiretta tipo Iva). Questo permetterebbe a tutti i cittadini di essere sicuri del proprio futuro, e allo stesso modo diminuirebbe l’onere previdenziale delle aziende.
Infine, occorre giungere all’eliminazione dell’eredità, una stortura valida nel periodo della civiltà agricola predominante, ma senza valore in una società post industriale: la disgregazione della famiglia patriarcale, infatti, tra le sue conseguenze porta anche ad una distorsione del meccanismo dell’eredità. I movimenti cattolici, in particolare, e i movimenti laici lasciano spesso libertà di donazione dell’eredità alla Chiesa o alle fondazioni. Sulla base di queste esperienze sarebbe auspicabile una legislazione quadro che permetta la scelta di lasciare la propria eredità a disposizione della società, nelle forme e nei modi che ogni comunità potrebbe organizzare.
 
La parola ai lettori
«Sareste disposti a lasciare la vostra eredità alla comunità civile, invece che ai figli?».
Scriveteci a segr.rivista@cittanuova.it o all’indirizzo postale.

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