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In profondità > Chiesa cattolica

Conventi aperti per accogliere “la carne di Cristo”

di Costanzo Donegana

- Fonte: Città Nuova


Hanno sorpreso molti le parole pronunciate dal papa durante la visita al “Centro Astalli” dei gesuiti a Roma per il servizio ai rifugiati. Un commento

Tra le parole sorprendenti di papa Francesco, quelle sui rifugiati mi hanno impressionato più delle altre, perché indicano, in modo estremamente concreto, qual è la sua visione di Chiesa: la comunità fondata da Cristo per servire “la carne di Cristo”. Proiettata fuori, per discernere i “segni dei tempi”, non visti come fenomeni sociali da studiare, ma come brandelli della carne di Cristo che continua la sua incarnazione macchiata dal sangue.

«In particolare, e questo è importante e lo dico dal cuore – ha affermato papa Francesco – vorrei invitare anche gli Istituti religiosi a leggere seriamente e con responsabilità questo segno dei tempi (il dramma dei rifugiati, n.d.r.). Il Signore chiama a vivere con più coraggio e generosità l’accoglienza nelle comunità, nelle case, nei conventi vuoti. Carissimi religiosi e religiose, i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono vostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati. Il Signore chiama a vivere con più coraggio e generosità l’accoglienza nelle comunità, nelle case, nei conventi vuoti».

«Certo – ha aggiunto il pontefice – non è qualcosa di semplice, ci vogliono criterio, responsabilità, ma ci vuole anche coraggio. Facciamo tanto, forse siamo chiamati a fare di più, accogliendo e condividendo con decisione ciò che la Provvidenza ci ha donato per servire. Superare la tentazione della mondanità spirituale per essere vicini alle persone semplici e soprattutto agli ultimi. Abbiamo bisogno di comunità solidali che vivano l’amore in modo concreto!».

Il papa lo dice in particolare ai religiosi e alle religiose, che sono sorti nella storia e continuano a nascere coi loro carismi piegati sulle ferite dell’umanità: poveri, giovani abbandonati, malati, anziani, analfabeti, contadini, operai… Ma che durante il corso del tempo non sempre sono stati vissuti nella loro autenticità e radicalità. Dovrebbero essere la priorità della comunità cristiana, ma alle volte questa priorità è stata dimenticata.

Papa Francesco ha messo i religiosi di fronte a loro stessi con un metodo tipico di Cristo: facendoli guardare fuori dei loro conventi a un pezzo di umanità abbandonata e senza casa e ricordando loro che è quel Cristo al quale hanno consacrato tutta la loro vita. In questa consacrazione è incluso il voto di povertà, che come stile di vita spoglia di tutto per possedere l’unico tesoro, ma anche come solidarietà verso chi la società rifiuta.

Si dice, alle volte: «Il singolo religioso è povero, ma l’Istituto, la Congregazione sono ricchi». Non è del tutto falso. Avendo vissuto fra i poveri delle favelas del Brasile, posso dire che loro vivono la povertà, mentre noi religiosi apparteniamo alla classe media. Per loro siamo dei privilegiati.

Si giustifica questa situazione soprattutto col motivo che l’Istituto, la Congregazione, hanno una struttura al servizio dei poveri, molte volte, ma che richiede spese. Vero. Il papa riconosce che i religiosi fanno tanto, ma possono fare di più. Sa che accogliere i rifugiati nei conventi vuoti richiede «criterio, responsabilità», ma aggiunge subito che «ci vuole anche coraggio». Non sta nel «giusto mezzo», si sbilancia protendendosi verso gli ultimi, perché si aprano loro le porte chiuse.

«I conventi vuoti non sono vostri», vengono in generale da doni della Provvidenza ai religiosi  attraverso benefattori e poi amministrati e fatti fruttare, non sempre oculatamente né evangelicamente. Francesco denuncia che «i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi». Capita.

Non è semplice coniugare la povertà con la solidarietà, forse anche perché alle volte ci si lascia prendere dalla «tentazione della mondanità spirituale», che niente ha a vedere col vangelo di Gesù, al quale papa Francesco unicamente si ispira. Egli parla spesso di conversione, che non è solo degli individui, ma anche delle strutture, che parte da Cristo, in sé e negli altri. Nella sua visione vale ciò che si ispira al Vangelo, il resto è “mondano”. Con poca diplomazia, poco “buon senso”, poche formalità: da uomo a uomo, in cui abita la  carne di Cristo.

Il 4 ottobre Francesco andrà nella città del Poverello di cui ha preso il nome: che sorprese ci riserverà?

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