Contraddirsi e oltre

Mi contraddico? Ebbene, mi contraddico cominciò a dirlo un intellettuale, molti anni fa. Oggi la cosa è tanto diffusa e normale che nessuno, salvo eccezioni, sembra accorgersene. L’anno scorso ci ha martellato lo spot televisivo di un’antica blasonata ma non inflazionata bevanda: per incrementarne le vendite il pupazzetto carino portatore del messaggio la mostrava trionfalmente entrando in una nuova fila di affezionati. Slogan: Esci dal coro, proprio mentre lui si inseriva in un coro, quello giusto. Quest’anno il cantante Vasco Rossi ha mandato in delirio le folle estive con la canzone il cui ritornello prima sussurra poi spara: Come stai? Ti distingui dall’uomo comune: ti piace vivere come sei e rispondere solo a te: cioè, esattamente, ciò che tenta di fare, con tutti i mezzi, l’uomo comune, appunto. Testimonial improvvisati e altre guide cieche, così le chiama il Vangelo, invitano i – come chiamarli: fans, consumatori, vittime? – loro seguaci ad obbedire a inviti precisamente contraddittori in sé stessi. Se vogliamo salire di molto nel livello culturale, ricordiamo come il genio di Leopardi mettesse in dubbio, quasi due secoli fa, lo stesso principio aristotelico di non contraddizione af- fermando che natura e uomo sono tra loro in contraddizione insanabile, poiché la natura è indifferente volontà di vita e l’uomo è inappagabile desiderio di felicità: finalità discordanti. Si può discutere (Leopardi), ma resta evidente, nella cosiddetta modernità, una molteplicità di segni di un disagio umano che ha ricevuto mille nomi: mal de vivre, angoscia, pessimismo, nichilismo, ecc., e mille collocazioni: sociale, culturale, esistenziale ecc., ma che non si può né negare né trascurare né strumentalizzare (almeno, non si dovrebbe). Cosa è veramente andato in crisi, cosa si è rotto nell’antico meccanismo (anche se non è la parola giusta) del vivere un po’ bene un po’ male, un po’ entusiasti un po’ rassegnati, che ha fatto la miseria e la gloria di tutti – con il suo corrispettivo di pensiero, di arte, e di letteratura – per secoli, per millenni? Oggi tutti, sembra, vogliono essere protagonisti, anche se la mosca dà il calcio che può, dice l’arguto adagio, e lo vogliono con tutte le forze, fino all’arroganza e, appunto, alla contraddizione con sé stessi. E con il risultato, già notava il grande Manzoni, che sollevandosi tutti sulle punte dei piedi, non ci vedono più di prima. Questo potrebbe essere il campanello d’allarme e l’indizio del problema, se si ragionasse con intelligente distacco; ma l’intelligenza è sopraffatta dall’angoscia, appunto, di restare indietro, di essere ricacciati in una normalità da cui si vuole evadere pure al costo di ogni contraddizione, e senza rendersi conto che questo lo sta facendo proprio l’uomo comune… Il nodo venuto al pettine non è allora distinguersi da chi sta facendo esattamente lo stesso tentativo, non è o tu o io, ma trovare, tu e io, una convergenza più alta. Il problema vero, cioè, è uscire dalla palude dell’individualismo (che sia arrembante o rassegnato), che è ormai al capolinea; entrare nel luogo impegnativo, ma destinato, della realtà interpersonale, dello spazio reciprocamente offerto, dalla cui prospettiva le cose cambiano consistenza, senso e finalità, e in cui si comincia a diventare persone che sanno dare, non rapinare, dialogare, non blaterare, e che non sono ansiose di distinguersi dall’uomo comune, e di contraddirsi, perché scoprono che la vera differenza non è tra vivere e morire, come pensa l’uomo comune, ma tra amare e non amare, con quel sacrificio di sé che genera l’uomo nuovo, certo non comune.

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