Continua l’opera del “mendicanante per Dio”

Tredicimila edifici religiosi ristrutturati o costruiti. Trenta milioni di bibbie e catechismi tradotti e diffusi in centotrenta paesi. Negli ultimi dieci anni, diciottomila studenti, seminaristi e novizie, sostenuti nella loro formazione. Circa ottocento borse di studio concesse annualmente a sacerdoti, religiosi e religiose, che a loro volta, saranno formatori nei seminari e nei noviziati. Quindicimila mezzi di trasporto di vario tipo forniti ai missionari. Milioni di dollari destinati a progetti socio-umanitari… Sono solo alcuni dei “numeri” dell’opera di Padre Lardo. Sono numeri che pesano, soprattutto se si pensa che rappresentano il risultato di elemosine, di libere elargizioni da parte di decine di migliaia di persone in tutto il mondo. Dal lontano 1947, non conosce cali né oscillazioni di borsa questo ininterrotto flusso di denaro, allorché nell’Europa devastata dalla guerra il dramma dei milioni di profughi spinse Werenfried Van Straaten, un giovane monaco premostratense dell’abbazia di Tongerloo in Belgio, a tendere il suo proverbiale cappello (1), osando chiedere a chi già si trovava nel bisogno, per giunta in soccorso dei nemici di appena ieri. Non avrebbe immaginato, allora, che da quel gesto doppiamente coraggioso sarebbe nato, come qualcuno ha preso a definirlo, un “impero della carità”, poggiato unicamente sulla fede nella provvidenza. Lo sottolinea Hans-Peter Röthlin, l’attuale presidente internazionale dell’Acs. L’opera di padre Werenfried è oggi rappresentata in 16 nazioni, tra cui l’Italia. La sua sede centrale si trova a Königstein, in Germania, dove il dott. Röthlin normalmente risiede. “A pochi mesi di distanza dalla morte del fondatore, ho avvertito – dice – l’urgenza di riunire i principali collaboratori per un momento di riflessione insieme”. L’opportunità di intervistarlo ci è data, appunto, dalla sua permanenza in Italia in occasione di quest’incontro che si è svolto presso il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo. Ora che padre Werenfried non c’è più, spetta specialmente a lei il compito di condurre l’opera da lui fondata in questa delicata fase della sua storia. Con quale animo e con quale disposizione? “Quando un fondatore viene meno, giunge il momento in cui la sua famiglia spirituale si domanda chi è, dove vuole andare. È esperienza comune nella chiesa, ed è successo anche a noi. Abbiamo perciò sentito il bisogno di ritrovarci insieme, perché solo insieme potremo continuare a lavorare in quest’opera”. Non è davvero facile portare avanti un’opera caratterizzata da una personalità carismatica così straordinaria, che si staglia ormai tra i “grandi” del Novecento. Cosa significa per lei? “Certo: un padre Werenfried – ne siamo convinti – non ha un successore, come Chopin e Mozart non hanno avuto dei successori, ma degli interpreti. È perciò con un atteggiamento di fedeltà creativa che ci disponiamo a portare avanti la sua opera. D’altronde è dal 1981 che padre Werenfried ha lasciato la presidenza dell’opera, per potersi dedicare pienamente alla sua guida spirituale. Le “Direttive spirituali”, alla cui stesura ha lavorato personalmente ed approvato due anni prima della sua morte, costituiscono in un certo senso la preziosa eredità a cui attingere, in cui trovare l’ispirazione giusta per andare avanti”. Siamo tutti convinti che padre Werenfried sia un fuoriclasse, un genio della carità. Ma questo “farsi interpreti”, implica, penso, una buona dose di temerarietà. Non ha timore di rischiare? “No, se a guidarci resterà il prezioso insegnamento di padre Werenfried. Esso parte dalla scoperta, dalla convinzione che, come ha scritto “gli uomini sono molto migliori di quanto si pensi”. Inoltre egli ha messo fortemente l’accento in una illimitata fiducia in Dio”. Che implica, anche, una grande fiducia nell’uomo. Quale rispondenza riscontrano nella gente “gli appelli” dell’Acs? “È subito detto: tanta generosità, provata da decenni. Mi risuonano le parole di padre Werenfried, che spesso diceva: “Gli uomini attendono soltanto la parola ardente che infiammi i loro cuori. Sono disposti all’eroismo, se abbiamo il coraggio di esigere da loro veri sacrifici”. Con questa esperienza alle spalle, e con la consapevolezza che quest’opera è voluta da Dio, siamo convinti che, anche in futuro, la generosità della gente non ci verrà a mancare. Noi, da parte nostra, ci teniamo collegati con tutti i benefattori tramite L’Eco dell’amore, il bimestrale voluto a questo scopo dallo stesso fondatore, che esattamente da mezzo secolo mette in circolo le esperienze di tante chiese locali sparse nel mondo e le domande di aiuto. Questa comunione tra chi dà e chi riceve promuove e sostiene il vincolo della carità, anima del cristianesimo”. Padre Lardo non ha mai smesso di stupire per l’originalità delle sue iniziative. Quali sono le direttrici dell’impegno, e come immagina il futuro dell’opera? “Dopo aver “inventato” le cappelle volanti per supplire alla mancanza di chiese nella Germania del dopoguerra e nell’Europa orientale, a partire dal 1994, su richiesta di Giovanni Paolo II, ha fatto attrezzare due battelli-cappella che navigano sul Volga e sul Don per la cura delle anime dei villaggi più isolati. È una grande azione ecumenica, svolta in spirito di puro servizio alla chiesa sorella russo-ortodossa, per sostenerla nella sua azione di rievangelizzazione dell’immenso territorio. Direi quindi che, in fondo, non è cambiato niente: sono solo cambiate le circostanze. Gli espulsi dall’Est non ci sono più, già da anni allarghiamo lo sguardo verso l’Africa e gli altri continenti, e vediamo che resta uguale il nostro impegno, sempre rinnovato. Cambiano situazioni, nomi e persone, non cambia però l’obiettivo del nostro lavoro: aiutare la chiesa ovunque si trova in necessità. Soprattutto, come direbbe il nostro fondatore, “asciugando negli uomini le lacrime di Dio”. Resta, forse, una domanda che tanti si pongono: cos’è dunque l’Acs? “C’è chi ci vede come un movimento, e chi ci considera un’opera di servizio alla chiesa. In un certo senso, hanno ragione tutti e due. Ufficialmente siamo riconosciuti dalla Santa Sede come Associazione di diritto pontificio, affidata alla Congregazione per il clero. In ogni caso, vogliamo impegnarci con tutte le nostre forze, sapendo quanto sia vera la frase che il nostro fondatore soleva ripetere in questi ultimi anni: “Posso dire soltanto che c’è ancora molto da fare””. 1) Cfr. Caterina Ruggiu, “Nel cappello di padre Werenfried”, in Città nuova n. 11/2000; “I novant’anni di Padre Lardo”, in Città nuova n. 2/2003.

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