Contaminazioni da dialogo

Riflessioni di un non credente sul pensiero di Chiara Lubich e la vita che ne scaturisce.
Giovani
Quando si rivolge a persone di varie confessioni religiose, Chiara Lubich parla ad interlocutori nel cui spazio mentale il pensiero di Dio è presente e vivo, e la dimensione della fede occupa una posizione centrale. Trova quindi nei credenti persone sensibili e pronte a recepire la sua proposta. Ma come è possibile che il suo discorso faccia breccia anche nella mente (e nel cuore) dei non credenti, cioè di quelle persone che misconoscono la dimensione del trascendente, rifuggono dal sentimento del sacro, si muovono all’interno di una dimensione puramente umana dello spirito?

Lei, attraverso il suo insegnamento, tiene di fatto aperta per i non credenti la comunicazione con la dimensione del trascendente che nelle religioni positive rappresenta lo spazio abitato da Dio. Dunque permette di sperimentarne la presenza in un modo, direi, pre-religioso; vivendo il sacro come una forma di pre-sentimento di Dio, che non implica necessariamente una riapertura verso di esso nel modo proposto dalle religioni positive e l’avvio di un percorso di conversione.

 

Per noi, laici non credenti, più che sul versante della teologia è forse su quello della filosofia che può essere meglio compresa la proposta della Lubich: la filosofia intesa come esercizio spirituale, pensiero concreto, percorso interiore, sapere sapienziale che ha lo scopo di elevare l’esistenza umana su un piano di maggiore consapevolezza etica e di sviluppare una visione della vita che la proietti oltre il primario soddisfacimento dei bisogni più strettamente biologici.

L’adesione a tale progetto per l’uomo di fede significa assecondare la volontà di Dio e concorrere a realizzare il disegno d’amore sotteso alla creazione. Per il non credente consiste invece nell’assumere comportamenti sociali positivi, improntati al bene, che muovono da un unilaterale riconoscimento del diritto insopprimibile ed inalienabile di ogni uomo e donna alla sopravvivenza e ad una vita dignitosa e libera in ragione della comune appartenenza al genere umano.

Chiara, nel mostrare del cristianesimo gli aspetti più profondamente umani e non confessionali, attiva una comunicazione che va al cuore degli uomini, indipendentemente dalla loro posizione rispetto a fede e trascendente. Credo che in questa peculiarità del suo carisma risieda la possibilità stessa del dialogo tra noi.

 

Lei, credente, ha fatto in pratica un piccolo miracolo rendendo partecipi dell’amore di Dio anche noi non credenti. E mi spiego meglio. Ho appreso da lei che l’ascesi è il percorso terreno di avvicinamento dell’uomo a Dio, mentre la mistica è la risposta di Dio a tale sollecitazione. Nei secoli questi due percorsi sono sempre stati considerati una conquista personale, del singolo individuo.

In Chiara, invece, l’ascesi ha per la prima volta un carattere collettivo, comunitario: in pratica, Dio risponde non al singolo, ma alla comunità riunificata nell’amore, oltre le identità di fede e culturali di ciascuno. In questo modo Dio parla a tutti: cristiani o musulmani, buddhisti o riformati, credenti o atei, illuminati o agnostici.

Per essere ancora più chiaro, io che sono non credente, partecipando all’esperienza di dialogo in corso all’interno del Movimento dei focolari, posso intuire qualcosa dell’esperienza mistica che fanno i credenti. Di più: partecipare in qualche modo alla loro vita di fede. E viceversa: i credenti che fanno parte del mio gruppo possono sperimentare in profondità la mia concezione laica della vita, i miei valori, il mio approccio alla socialità.

Il tutto nel massimo rispetto reciproco, senza proselitismi, anzi nella valorizzazione delle differenze. In questo modo, viviamo un’avventura assolutamente imprevista, una contaminazione reciproca, coinvolgente e a tratti emozionante, di spazi, idee, esperienze vitali. Un arricchimento anche intellettuale dagli esiti imprevedibili, ma che sicuramente cambia la vita.

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