Conflitto preventivo dibattito tra politica e religione

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Dai frutti, anche stavolta, si riconosce l’albero. Se la vittoria bellica ha gli effetti che stiamo amaramente registrando in Iraq, meglio non dichiarare mai più una guerra preventiva. Potrebbe essere questo il primo insegnamento di cui fare universalmente tesoro dopo aver assistito alla teorizzazione prima e all’attuazione poi di una strategia partorita dagli Stati Uniti in modo unilaterale dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. Il 30 giugno prossimo avverrà – secondo la bozza presentata alle Nazioni Unite da Stati Uniti e Gran Bretagna – il passaggio di sovranità del paese da un consiglio di governo scelto dagli americani ad un governo iracheno sotto la supervisione dell’Onu. Quella data potrebbe segnare l’inizio di una svolta. In questo momento è perciò quanto mai legittimo chiedersi se la situazione d’impasse creatasi in Iraq decreti la sconfitta definitiva del disegno di riordinamento globale del pianeta ipotizzato dall’Amministrazione americana allo scopo di realizzare una propria egemonia benevola sul mondo. Un programma che prevede alcuni paesi nemici da affrontare in tappe successive – Iran, Siria, Corea del Nord -, dopo aver sistemato Afghanistan e Iraq. A teorizzare le scelte di Bush è stato un filone di pensiero chiamato neoconservatore, e neocons vengono definiti gli intellettuali che lo hanno sviluppato a partire dagli anni Novanta, dopo la guerra del Golfo. La cerchia è composta da persone che ricoprono ruoli importanti nelle università, nel giornalismo e nei vari laboratori del pensiero conservatore, tra cui il noto American Enterprise Institute, e che hanno assunto incarichi di grande rilievo nell’amministrazione Bush. In questi circoli sono presenti anche studiosi d’ispirazione cattolica che si sono particolarmente impegnati a legittimare la guerra preventiva anche con giustificazioni di tipo morale. Essi sostengono che un’autorità di un paese libero legalmente eletta, come il presidente degli Stati Uniti, ha la possibilità, nel nuovo contesto del terrorismo internazionale, di dichiarare una tale forma di guerra. E l’antica dottrina cattolica della guerra giusta fornisce, secondo il pensiero di questi studiosi, sufficienti basi d’appoggio anche dal lato etico. Con ciò, la cosiddetta guerra preventiva, che di per sé è un concetto militare, ottiene anche l’avallo della riflessione morale. Vediamo di chiarire. La dottrina della guerra giusta, come fu espressa da sant’Agostino e da san Tommaso, e successivamente da Vitoria e Suarez, riteneva giusta una guerra se era dichiarata da un’autorità legittima, se aveva una giusta causa, se c’era, in chi la conduceva, l’intenzione di realizzare un bene. Come si vede, questa formula mette tutta la decisione in mano all’autorità, che decide autonomamente sia della giusta causa, sia della retta intenzione. Queste tre clausole – argomentano i neocons cattolici – sono sufficienti per muovere un attacco armato contro uno stato non ancora formalmente sceso in guerra, ma che si suppone possa farlo quanto prima nella forma tradizionale o in quella terroristica. Si tratta pertanto di legittima difesa, riconosciuta dall’articolo 51 della Carta dell’Onu, per cui non serve una deliberazione delle Nazioni Unite per avviare un’azione bellica preventiva. Ma la tradizionale dottrina della guerra giusta non coincide con la dottrina cattolica attuale, com’è espressa, ad esempio, nel Catechismo. La chiesa, oggi, non parla più di guerra giusta; ritiene che un intervento militare possa essere giustificato eticamente, ma pone alcune precise condizioni, molto più restrittive di quelle previste da sant’Agostino: anzitutto, il danno che l’intervento vuole impedire o riparare, deve essere grave e attuale; inoltre, dev’esserci una proporzione tra il male subìto e quello che l’azione militare potrebbe provocare; è necessario che ci siano fondate aspettative di successo; e, soprattutto, prima di prendere le armi devono essere state tentate tutte le altre strade, che devono essersi dimostrate inefficaci o impraticabili. La dottrina cattolica attuale diminuisce la discrezionalità di chi detiene il potere in un singolo stato, ed esprime un pro- Nabil Mounzer/ Ansa gresso nella sensibilità morale, una più decisa volontà di pace, una maggiore preoccupazione per le conseguenze negative della guerra. La formula di sant’Agostino riflette le condizioni della sua epoca, dalla quale ci separano 1.600 anni. Su queste posizioni si è svolto a fine aprile un confronto tra accademici cattolici delle due sponde dell’Atlantico. Organizzatori, George Weigel, del Centro di etica e politica, degli Stati Uniti, e Antonio Maria Baggio, docente di etica sociale all’università Gregoriana. Ospitati nell’aula magna della stessa Gregoriana e coordinati dal decano della facoltà di filosofia, il gesuita statunitense Kevin Flannery, i sei studiosi (tre dagli Usa e altrettanti dall’Italia) si sono interrogati intorno al tema Il pensiero cattolico e la politica mondiale nel 21° secolo. Dall’ampio dibattito sono emerse posizioni molto chiare. I neocons hanno sottolineato che la dottrina cattolica tradizionale sulla guerra giusta legittima la guerra preventiva; ritengono necessario tornare alle origini, a quella che, per loro, è la vera dottrina, dalla quale la chiesa si sarebbe allontanata. Non si curano, perciò, di tutta l’elaborazione successiva sviluppata dai teologi e dal magistero. George Weigel ha fatto presente anche una diversità di posizioni tra il papa e i diplomatici vaticani. È accaduto proprio nell’imminenza della recente guerra in Iraq, quando i giudizi prudenti di diplomatici vaticani e di responsabili di uffici erano spesso riportati come se fossero giudizi morali decisivi dell’uomo che il mondo ha riconosciuto come la maggiore autorità morale: Giovanni Paolo II. Se ne ricaverebbe che la guida della Chiesa cattolica non ha mai definito ingiusta la guerra scatenata da Bush e che sono stati i funzionari vaticani a sostenere la posizione attuale. Il recente pensiero cattolico sulla guerra ha deviato, su importanti aspetti, dalla concezione classica della guerra giusta, ha ribadito James Turner Johnson, docente di religione alla Rutgers University. Le deviazioni sono da imputare prevalentemente ad una sorta di pregiudizio contro la guerra, che non trova riscontro, a suo avviso, nella dottrina originaria, e all’introduzione di criteri prudenziali , fatti passare come più importanti degli stessi princìpi etici classici. Ne sarebbero un esempio i passi del Catechismo della Chiesa cattolica relativi alla guerra, che rivelerebbero l’incunearsi nella chiesa di un certo pacifismo non coerente con la dottrina tradizionale. Infine, secondo Johnson, nel pensiero cattolico si è infiltrata una concezione che vede lo stato come qualcosa di ingiusto di per sé e viene invece privilegiata la dimensione internazionale, espressa, ad esempio, dall’Onu, come la più adatta a perseguire i fini comuni dell’umanità. I temi relativi al diritto internazionale hanno evidenziato le divergenze tra Paolo Carozza, docente di diritto alla Notre Dame University, e Vincenzo Buonuomo, esperto di relazioni internazionali, dell’università Lateranense. Va maturando una concezione dei rapporti internazionali – ha stigmatizzato quest’ultimo – basata su una scelta personale delle regole vigenti o applicabili. Siamo di fronte al contrasto tra la tendenza all’unilateralismo e la concezione del multilateralismo, dove il primo si lega all’idea del primato della potenza, l’altro alla priorità delle regole. Di errore metodologico ha parlato mons. Piero Coda, docente di teologia all’università Lateranense. Non è accettabile prendere un segmento della tradizione della chiesa, cioè il principio della guerra giusta di Agostino, e trasformarlo nel criterio definitivo e generale della chiesa. Per di più, è riduttiva l’interpretazione che i neo- cons fanno del pensiero stesso di Agostino, Tommaso e de Vitoria, mentre non sono valutati con sufficiente attenzione i testi del Concilio Vaticano II (in particolare la Gaudium et spes), l’enciclica Pacem in terris, il Catechismo. Un limite importante dell’interpretazione neoconservatrice della dottrina della guerra giusta – ha sostenuto il prof. Baggio – è di non assumere come prospettiva centrale del ragionamento la ricerca del superamento della guerra e di concentrarsi esclusivamente su ciò che fa accettare la guerra. Nella visione dei classici, a partire da Agostino, il senso della loro dottrina sta nella ricerca della pace, non nella giustificazione della guerra. Nei neocons c’è, sostiene, un condizionamento dovuto all’attuale momento storico e, forse, ad un patriottismo che tende a giustificare la scelte compiute dal presidente americano. Non sono ovviamente in discussione le buone ragioni della lotta al terrorismo, ma il metodo adottato. All’indomani dell’11 settembre – ricordava Baggio – gli Stati Uniti avevano la grande possibilità storica di diventare effettivamente il leader morale del mondo . Le cose, ahinoi, sono andate diversamente. E non può non preoccupare la visione generale dell’amministrazione Bush riguardo al progetto globale che intende perseguire. Un progetto in netto contrasto con il programma che la Chiesa cattolica sta portando avanti, fondato su pace, giustizia e sviluppo. Com’è facile dedurre, nella pur ampia aula magna della Gregoriana trovavano difficilmente posto le due posizioni, tanto considerevoli risultavano le distanze. Sono emerse profonde differenze dottrinali e metodologiche. Balzava in evidenza che i tre rappresentanti neocons hanno operato, in quanto cattolici, una riduzione della dottrina, nel proporre le loro tesi; in quanto statunitensi, un sostegno a Bush su strade che allontanano gli Usa dalla loro vera identità. La diversità di approcci avrebbe facilmente favorito interventi polemici. Il dibattito si è svolto invece in modo pacato, lontano da qualsiasi antiamericanismo, nello sforzo di comprendere le ragioni dell’altro. Un metodo esemplare, reso possibile anche dal confronto a porte chiuse vissuto dai relatori il giorno prima dell’incontro pubblico. Il clima sereno non ha comunque attenuato le preoccupazioni per il futuro dell’Iraq e della politica internazionale provocate dalla prospettiva dell’amministrazione Bush, mentre è difficile tacere quanto la visione dei neocons cattolici possa risultare pericolosa per la chiesa.

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