Condivisione: Via della pace

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Mentre assistiamo al dibattito in seno all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) di fronte alla posizione iraniana ferma nel proseguire il suo programma nucleare, emerge che siamo nel pieno di un’altra crisi internazionale. La decisione, poi, di spostare la questione dal piano tecnico-politico dell’Aiea a quello politico-militare del Consiglio di sicurezza pone altri interrogativi: avremo un nuovo conflitto, fatto di raccomandazioni, sanzioni e magari di intervento militare? Sin qui la cronaca, ma i fatti? L’intransigenza iraniana è presentata come dettata dai nuovi scenari politici interni di quel paese, o è vista come il frutto di scelte per determinare un equilibrio tra potenze nell’area. Non manca la strumentalizzazione del fattore religioso, con la retorica dello scontro di civiltà. Resta invece nell’ombra un’altra considerazione: perché ancora una volta tanta facilità nel violare le regole internazionali? Quando nel 1968 venne concluso il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), il mondo accolse un risultato lungamente atteso per rendere meno pesante il confronto, anche sull’atomica, tra le superpotenze e soprattutto per impedire la corsa all’uso del nucleare per fini bellici. L’avvio della distensione, però, non riuscì a nascondere che il Trattato determinava una nuova divisione del mondo, separando gli stati tra i pochi che in quel momento già detenevano armi nucleari e quelli che non avrebbero mai dovuto possederne. Il Tnp concorreva alla deterrenza nel modello bipolare delle relazioni internazionali dell’epoca, con le due grandi superpotenze attente a ripartirsi le sfere di influenza ed a controllarle. Cambiato il quadro mondiale, con una multipolarità di potenze e una sola superpotenza, pur affermandosi il primato delle regole internazionali (il Tnp è stato confermato nel 1995 e nel 2000), la corsa al nucleare per usi militari è ritornata ad essere un obiettivo della politica estera degli stati, ad iniziare da quelli che nel 1968 decisero di rinunciarci. Infatti il ricatto del nucleare non è più solo in termini di minaccia bellica, ma costituisce un elemento di strategia globale: l’Iran non è il solo paese che tende a sottrarsi al Trattato che regola la non proliferazione. Probabilmente non sarà l’ultimo. A meno che a farsi strada non sia l’idea che per garantire una stabile e pacifica convivenza tra gli stati non bastano regole o istituzioni: bisogna che il diritto internazionale sia espressione di obiettivi condivisi. Da salvaguardare non è un’astratta pace, ma i valori della famiglia umana.

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