Con l’Armenia nel cuore

Incontro con l'autrice del best seller "La masseria delle allodole", saga di una famiglia travolta dalla tragedia che rischiò di cancellare un'intero popolo dalla faccia della terra.
antonia arslan
È capitato a qualche impiegato di agenzia di viaggi di sentirsi chiedere da turisti italiani diretti in Armenia notizie su una non meglio identificata masseria delle allodole. La quale, in realtà, andrebbe ricercata non già nella attuale Repubblica di Armenia, affrancatasi dal regime sovietico nel 1991, ma in territorio turco, là dove nel 1915 si consumò il primo genocidio dell’epoca moderna con lo sterminio di circa un milione e mezzo di armeni.

 

Di questa tragedia parla appunto il romanzo La masseria delle allodole (Rizzoli), otto edizioni, tradotto o in corso di pubblicazione in altri dieci paesi, e vincitore della 15a edizione del premio letterario Pen Club. L’autrice, Antonia Arslan, già docente di letteratura italiana moderna e contemporanea a Padova dove anche risiede, vi esprime la propria identità armena ispirandosi ai suoi ricordi familiari.

 

Il riferimento è alla casa sulle colline dell’Anatolia, dove nel maggio di novant’anni or sono vengono trucidati i maschi, adulti e bambini, degli Arslanian. E ciò mentre la chiusura delle frontiere per l’entrata in guerra dell’Italia ha impedito a Yerwant – un affermato medico residente a Padova e fratello del capofamiglia ucciso – l’atteso viaggio in Armenia dai familiari che non vede da decenni. Venuto a conoscenza della tragedia del suo popolo e con la certezza che tutti i suoi cari sono perduti, Yerwant è in preda a sensi di colpa per esser sopravvissuto senza aver potuto far nulla per loro. In realtà si sono salvate alcune donne con un bambino, scambiato per femmina. La seconda parte del romanzo narra la loro odissea fino in Siria, dove giungono attraverso marce forzate e campi di prigionia. Solo dopo una serie di rocambolesche avventure potranno raggiungere, ma non tutti, il loro parente in Italia. Protagoniste sono quindi soprattutto un pugno di donne coraggiose, che malgrado le atrocità viste e subite riescono ad alimentare la speranza, divenendo depositarie dei valori di tutto un popolo che si vorrebbe annientare.

 

In questa vicenda lontana, rivissuta da una donna attraverso il filtro della memoria e la trasfigurazione della fantasia, non c’è odio. Anzi è voluta la distinzione tra la responsabilità storica del governo che all’epoca pianificò il genocidio, e quanti invece di religione musulmana inorridirono a tanto crimine. Storico, ad esempio, è l’episodio in cui gli imam di Konya chiedono perdono a Dio per quanto sta accadendo e maledicono i carnefici. Una storia scritta con levità e amore verso quei personaggi che hanno chiesto di essere ricordati; e dall’effetto finale catartico, come risulta da moribondi che hanno affrontato serenamente il transito dopo che era stato letto loro qualche brano di questo libro.

 

Incontro la signora Arslan durante una sua puntata a Roma per discutere con i registi Paolo ed Emilio Taviani la versione cinematografica della Masseria. L’accompagna una cara amica americana, la professoressa Siobhan Nash-Marshall, docente di filosofia teoretica presso l’Università di St. Thomas (Minnesota): è stata lei a convincerla a scrivere questa epopea familiare, dopo che sul popolo e la cultura armena aveva prodotto prevalentemente saggi e traduzioni.

 

Quale la genesi di questo suo primo romanzo?

«Scriverlo è stata una necessità. Da bambina avevo sentito i racconti di parenti ed amici di passaggio a Padova dalla Siria, Egitto e Libano: tragedie che io però avevo recepite quasi come fiabe. Questo materiale probabilmente sarebbe rimasto allo stadio di ricordi se la spinta ad occuparmi di cose armene non mi avesse fatta imbattere in un poeta straordinario, Daniel Varujan, vittima a 31 anni del genocidio. E con lui tutti i colori, i profumi, gli umori della terra d’Anatolia sono entrati ad arricchire e a smuovere quelli che erano solo frammenti di vissuto depositati dentro di me. A quel punto ho sentito di dover scrivere. Ma esitavo, non mi fidavo di me stessa… E qui devo a Siobhan l’affettuosa spinta iniziale: minacciava, se non mi fossi decisa, non so quali rappresaglie. Dopo, tutto è stato facile come dipanare un filo. La storia era lì, pronta: avevo bisogno soltanto di ascoltare quelle voci lontane. Alla fine ne è risultata anche una storia di amore coniugale, un amore oltre la morte: quando infatti la testa di Sempad viene lanciata in grembo alla moglie Shushanig, è come se anche lei morisse; tuttavia s’impone di vivere finché non riesce a mettere in salvo le figlie e il bambino».

 

Quali eco ha suscitato nelle comunità della diaspora in Italia?

«Quasi non ci credevano a tanto successo, tanto più che durante la Interviene l’amica Siobhan: Si tratta di comunità ferite, che di fronte alla negazione del genocidio (malgrado le dichiarazioni in proposito del Parlamento europeo di Strasburgo nel 1987) si chiudono in sé. Hanno testi propri, che in genere però circolano al loro interno. Quello di Antonia è il primo romanzo che raggiunge un vasto pubblico oltre l’ambito armeno, rompendo quel senso di isolamento nei confronti di quel mondo occidentale che non ha riconosciuto univocamente la sua tragedia. Inoltre, è un felice connubio di due culture: l’armena e l’italiana. Per questo, a mio avviso, è un libro molto importante».

 

Tra le reazioni dei lettori, quali ricorda più volentieri?

«Tanti apprezzamenti di gente semplice che mi scrive: ho cominciato il libro e non me ne sono più staccato… erano anni che non leggevo con questa velocità… Ma anche osservazioni acute come quelle di una delle più importanti greciste esistenti, Mariagrazia Ciani, a proposito dell’analogia con i cori greci di certe mie anticipazioni mediante le quali ho cercato di attenuare l’angoscia dovuta a eccessive crudezze. Penso anche all’interesse dimostrato da tanti studenti che l’hanno letto con i loro insegnanti. In fondo è un romanzo adatto anche ai più giovani. A patto però che li si prepari, spiegando loro qualcosa della storia e cultura armene».

 

Cosa desidererebbe che restasse, alla fine, in chi ha letto il suo libro?

«Vede, nel XX secolo, ad un progresso esaltante nel campo scientifico s’è affiancato purtroppo anche un lato oscuro allorché ci si è serviti delle nuove scoperte per programmare lo sterminio di esseri umani. Vorrei che ci si rendesse conto di questo, insieme al fatto che, malgrado lo scatenarsi dell’odio, continuano ad esserci dei giusti, a conferma che il male non ha mai l’ultima parola: basta pensare a quei turchi che rischiarono la vita per salvare qualche armeno. Ho cercato di esprimere questa convinzione in tre personaggi, due greci e un turco, che sono piaciuti a molti: Ismene, Isacco e Nazim, tre umili che si adoperano per mettere un po’ di sabbia negli ingranaggi perfetti del Male. Li si ritrova nel seguito de La masseria, che sto scrivendo…. ».

 

Anche qui fra storia e invenzione?

«Sì, racconto dei tentativi fatti per far sfuggire quei bambini alla deportazione finché si riesce a imbarcarli verso l’Europa. La madre però muore di crepacuore durante la traversata, e questo è storico: ho sempre sentito raccontare che zia Shushanig si era lasciata andare per riunirsi al suo sposo Sempad, ora che i figli erano in salvo. Poi queste creature, dopo tante vicissitudini, arrivano a Venezia e vengono accolte presso mio nonno Yerwant e i suoi due figli, uno dei quali è diventato mio padre… tutta una serie di situazioni che non so ancora, perché sono loro, i personaggi, che me le raccontano».

 

Pensa di visitare, un giorno, i luoghi della Masseria?

«No, non andrò mai nella terra dove vivevano i miei e che ora si trova in territorio turco. Sarebbe troppo sconvolgente per me costatare quanto scempio sia stato fatto delle testimonianze di una cultura millenaria».

 

II POPOLO DELL’ARARAT Situata fra il Caucaso e la Mesopotamia, ad est del corso superiore dell’Eufrate, l’Armenia storica è un esteso altopiano dominato dal monte Ararat (5.164 metri). Da sempre crocevia tra l’Europa e l’Oriente e via naturale per i commerci, la regione ha visto succedersi l’egemonia di imperi come quello persiano, macedone, romano, ottomano e russo. Con la sua conversione al cristianesimo per opera di san Gregorio l’Illuminatore (301 d.C.) l’Armenia risulta il primo regno cristiano al mondo con una continuità certa e ininterrotta. Attraverso la religione sviluppa una forte identità nazionale e una cultura originalissima, che difenderà contro ogni assimilazione. Brevi i periodi di indipendenza politica. Verso la fine del XVI secolo la parte occidentale viene inglobata nell’Impero Ottomano, dove la minoranza armena, pur tra vessazioni e discriminazioni, gode di una certa autonomia. Le prime persecuzioni di massa risalgono al XIX secolo, quando per scaricare le colpe del dissesto politico-economico del paese su un nemico interno la cui prosperità preoccupa, il sultano Abdul Hamid II giunge a far trucidare circa 300 mila armeni tra il 1894 e il 1896. Nel 1908 salgono al potere i Giovani Turchi, partito fanaticamente nazionalista. A loro, fondamentalmente agnostici, la religione musulmana servirà piuttosto di pretesto per aizzare le masse contro le minoranze cristiane. L’anno seguente si scatena una seconda ondata di massacri, anche qui nel silenzio generale da parte dell’Europa. Intanto il governo, trasformatosi in una dittatura oligarchica, decide l’entrata in guerra della Turchia a fianco delle potenze centrali. L’intento è di rifondare la nazione turca con l’unificazione di tutti i popoli turchi dal mar Egeo ai confini della Cina, e l’eliminazione delle etnie non assimilabili. 24 aprile 1915: l’élite armena di Costantinopoli viene spazzata via. Da maggio all’estate di quell’anno il piano di sterminio della popolazione vede susseguirsi arresti, esecuzioni e deportazioni. Insieme alle vittime umane (si calcola da 1.200.000 a 1.500.000), si procede alla cancellazione di ogni traccia di presenza culturale armena nel territorio. Tuttora, nonostante le pressioni di buona parte della comunità internazionale, un crimine di tale portata attende il riconoscimento ufficiale della Turchia. Quello armeno, pertanto, pur essendo il primo genocidio del XX secolo, resta, oltreché impunito, anche dimenticato e in parte disconosciuto.

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