Con la pelle rossa

Non hanno scalato le vette delle classifiche, ma meritano tutto l’interesse dei lettori due testi diversissimi tra loro, anche se è comune il tema interculturale, e precisamente la problematica convivenza tra bianchi e amerindiani. Emergono in entrambi i valori spirituali di un mondo quasi del tutto scomparso, profondamente legato alla natura. Si tratta di N’tsuk di Yves Thériault e di Io, pellerossa di Sarah Winnemucca, pubblicati rispettivamente dalla Sinnos e da Donzelli. Il primo, un breve romanzo di un prolifico autore originario di Québec, si presenta come un lungo monologo di una centenaria di etnia cri, che rispondendo all’intervista di una donna bianca apre uno squarcio su paesaggi naturali e affettivi ignoti alla sua silenziosa interlocutrice, ipotetica rappresentante della società occidentale nonché controfigura del lettore. Ne deriva un confronto duro e tenero insieme – non privo di accenti di esemplarità – condotto dalla sola voce dell’anziana che si esprime ora nei toni esasperati della reiterata denuncia, ora con la pacatezza nobile ed altera della testimonianza, ora suggerendo la suspense del racconto d’avventura. Tra gli episodi più intensi, e che evidenziano l’eloquenza del gesto concreto rispetto ad un mondo malato di verbosità come quello occidentale, è quello dall’offerta a N’tsuk, da parte del marito Sholshe, di un fiore insolito scovato nell’immenso giardino della foresta e del lungo discreto corteggiamento che segue l’omaggio: Non diceva niente, rideva. Rideva piano, profondamente di gola, mentre provavo il nuovo fiore fra i capelli, sul petto, e anche all’orecchio. Credo che mi trovasse bella. Di che altro può aver bisogno una donna?. Coinvolge e a tratti commuove questa narrazione appassionata e spontanea, esempio di una produzione letteraria canadese di espressione francese ancora poco diffusa da noi e che la Sinnos sta proponendo con la sua collana Laurentide. Secondo i calcoli dei bianchi, dovrei avere cento anni. Credo di essere più giovane, ma mi sento vecchia come il mondo e cento anni non sarebbero che tre sospiri e una sofferenza nella nostra storia… : se così esordisce la vecchia N’tsuk, le fa eco Sarah Winnemucca in Io, pellerossa: Sono nata intorno al 1844, ma in quale giorno preciso non saprei dire. Ero solo una bambina quando i primi bianchi arrivarono nei nostri territori. Arrivarono come leoni ruggenti e da quel momento in poi si sono sempre comportati così…. È l’inizio di un’autobiografia che non mancherà di sorprenderci, abituati come siamo dal cinema e da certa letteratura a un’immagine trasfigurata (se non falsificata) dei rapporti tra yankee e indiani d’America. Per la prima volta una protago- nista di quegli eventi, a cui la storia ha attribuito un ruolo marginale in quanto nativa e per di più donna, tenta la via della scrittura per narrare la sua vicenda e quella di un intero popolo, i paiute del Nevada, a partire dall’arrivo dei primi coloni; e lo fa usando la lingua stessa dei dominatori: l’autrice, infatti, nipote di un capotribù da lei descritto come una sorta di patriarca biblico, raggiunse una posizione di rilievo quale interprete per le autorità federali e sposò un ufficiale americano. A differenza della protagonista del romanzo di Thériault, la Winnemucca crede fermamente nella possibilità di un avvicinamento tra bianchi e pellerossa e tenta con ogni sforzo di disegnare uno spazio di convivenza tra i colonizzatori e la sua gente – un popolo pacifico, che ha avuto fiducia nelle loro promesse -, pur senza risparmiare nulla alle crudeltà e alla corruzione della politica del governo di Washington. Si potranno attribuire a Winnemucca molte ingenuità, ma difficilmente verrà da obiettare a parole come queste: Vergogna a voi che venite educati da un governo cristiano all’arte della guerra, la cui pratica vi rende nemici naturali dei selvaggi, come ci chiamate. Sì, proprio voi che vi definite una grande civiltà, che vi siete inginocchiati a Plymouth Rock, impegnandovi con Dio per far sì che questa terra fosse la dimora di uomini liberi e coraggiosi. A quel tempo, alzandovi sulle vostre ginocchia fasciate, stringeste le mani di coloro che vi davano il benvenuto e che erano i proprietari di questa terra, cosa che voi non siete. Le vostre carabine si innalzavano dalle spiagge desolate e la vostra cosiddetta civiltà dilagò dall’onda oceanica verso l’interno ma, mio Dio, lasciando dietro di sé un cammino macchiato di sangue vermiglio e disseminato delle ossa delle due razze, quella del legittimo erede e quella dell’usurpatore. Racconto di una vita e al contempo un pezzo di letteratura e di storia americane, con i suoi drammi ma anche episodi in cui non manca il senso dell’humor, Io, pellerossa rappresenta il testamento spirituale di una donna coraggiosa che la nazione americana oggi giustamente onora. GLI AUTORI YVES THÉRIAULT (1915-1983), di remota ascendenza amerindiana, è uno dei più prolifici e apprezzati autori quebecchesi del XX secolo. Il suo ciclo indiano oppone i colonizzatori bianchi, mostrati per lo più come ipocriti e decadenti, agli uomini della natura, volentieri ritratti come innocenti sacrificati. In tutte le sue opere dedicate alle minoranze etniche – anche quelle di origine migratoria come gli ebrei o gli italiani – la donna appare come un fattore di emancipazione e di progresso. Oltre a N’tsuk (Sinnos), è stato tradotto in italiano Agaguk (Martello e poi Giunti), primo romanzo quebbecchese scritto in francese sul popolo inuit. SARAH WINNEMUCCA (1844- 1891), discendente di una dinastia di grandi capi e guerrieri paiute, fin da bambina si confronta con i bianchi, divenendo la portavoce e la mediatrice tra il suo popolo e gli agenti governativi responsabili delle riserve in cui i paiute vengono confinati. Personaggio d’eccezione, conoscitrice di 14 fra lingue e dialetti indiani, oratrice famosa per gli oltre 400 discorsi tenuti in sedi ufficiali, è considerata una delle donne più rappresentative della storia americana.

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