Con la matita tra i denti

Finito il lavoro di piastrellista, correva a scuola serale di ragioneria. Ma spesso, seduto sotto un salice, pensavo al senso e al perché di quella vita – racconta -. Entrai in polizia, ma presto lasciai.Volo negli Stati Uniti per la fame di conoscenza che mi era stata un po’ preclusa dall’aver vissuto chiuso dentro la mia valle. Sei mesi dopo senza più soldi, ritorna a casa. Mi chiusi in camera un mese, con mio padre che imprecava perché non capiva cosa volessi fare. Per caso entrai come animatore in un villaggio turistico anche se non amavo esibirmi. Poi, un provino al Centro sperimentale di cinematografia a Roma. Superai le due fasi, ma non la terza. Prima di tornarmene a casa, invitato a teatro da un amico a vedere la Gatta cenerentola di Roberto De Simone, fui folgorato: quello spettacolo mi aprì la testa. Mi iscrissi ad una scuola di teatro. Tornavo all’una di notte dal lavoro di cameriere e mi mettevo a leggere ad alta voce con la matita tra i denti per togliermi il difetto della cadenza dialettale. Era subentrata una passione che mi aveva aperto un mondo sconosciuto. Mi preparai per l’esame in Accademia col regista greco Andreas Rallis, il primo a darmi una iniezione di fiducia. Su settecento entrammo in diciotto. La serietà del mestiere d’attore è una delle molte credenziali di Alessio Boni, insieme all’umiltà e ad una ricerca di verità rara. Volto celebre soprattutto del nostro cinema, e prima della televisione e del teatro, Boni ha rivelato il suo grande talento con La meglio gioventù, a cui sono seguiti molti ruoli impegnati che ne hanno decretato il rigore e la bravura. A breve inizierà le riprese di Caravaggio e, alla domanda su come si sta preparando per interpretare il grande pittore, diventa un fiume in piena. Oltre a leggere libri, a consultare cataloghi di pittura, e a rivedere i quadri celebri sparsi in chiese e musei, sembra essere diventato anche un esperto biografo tale è la foga e la preparazione con cui sciorina notizie, aneddoti, storia e analisi della vita e delle opere del Caravaggio. Sintomi di una immedesimazione già in atto. È un personaggio rivoluzionario, che ha stravolto l’arte. Esulava dal manierismo e ritraeva la verità senza edulcorarla. Amava riprodurre le rughe, lo sporco, le occhiaie, e tutto questo sconvolse la sua epoca. Lui è sempre andato avanti in maniera testarda, e io conosco bene questa caparbietà bergamasca. Mi appassiona la verità della sua arte, un percorso che sento forte nel mio modo di lavorare nell’interpretazione, nello scandaglio. Quindi questa ricerca del vero è nelle tue corde? Soprattutto per l’insegnamento di Orazio Costa. Non cerco il manierismo, l’abbellimento, il diaframma potente. Vorrei parlare a teatro come faceva il grande Eduardo, senza declamare, che è una cosa difficilissima. In tv e al cinema riesci perché hai il microfono che ti segue, quindi c’è tutta quella introspezione, quelle sfumature, quel calore che ti parte dall’anima e che in teatro devi invece trovare per farle arrivare. L’Accademia ti può insegnare soprattutto la tecnica, ma non è detto che faccia un attore. Allora cos’è che fa un attore? Lo studio, oltre alla passione e al talento.Ma il collante importante credo sia la ricerca, lo scavo. La scuola ti può dare delle basi, ma poi dipende da te. Parlavi del regista Orazio Costa da te definito un grande pedagogo e un vero maestro di vita. Qual è stato l’insegnamento più rilevante ricevuto da lui? Che tutto deve partire da un’urgenza interiore, tale da farsi corpo e parola. Questa sua dimensione è dentro di me. Il suo era un metodo di sensibilizzazione nei confronti della necessità dell’essere. Lui partiva dal concetto che riprodurre la verità è una cosa difficilissima perché bisogna portare in scena molta vita vissuta. Aveva una grande attenzione verso l’uomo: essere un grande attore è difficile, essere un grande uomo è una cosa difficilissima diceva. Quelli della mia generazione che lo abbiamo avuto in Accademia negli ultimi due anni della sua vita, siamo stati fortunati perché ci ha trasmesso il compendio del suo prezioso patrimonio di vita. Ripeteva spesso che per un attore l’importante è farsi dimenticare. Cosa vuol dire per te? La tendenza di chi fa questo mestiere è di scivolare nella presunzione, nell’amare sé stesso, la propria voce, la propria immagine. Dimenticarsi è una cosa rara. La cosa più bella è quando la gente che esce dal teatro o da un cinema, si ricorda del senso del testo che ha visto rappresentato, e si dimentica dell’attore. Sparire, saper stare in relazione con tutti per dare un senso a quello che fa e a quello che elargisce col testo che rappresenta: questa è la più grande prova per un attore . Hai lavorato anche con registi come Ronconi, Stein, e soprattutto Strehler. Poi il grande salto cinematografico con Marco Tullio Giordana. E sette anni di cinema. Qual è la differenza tra il set e la scena? A teatro c’è un’aura di sacralità, un rispetto e una concentrazione che non trovi mentre giri un film. L’arco drammatico di una messinscena esige un passaggio graduale. Nel cinema, e nella televisione specialmente, non lo hai, devi crearti una tua campana di vetro mentre intorno senti voci e rumori. L’enorme differenza è che a teatro, se cadi, la rete non c’è; al cinema invece, se sbagli, fai un altro ciak e rifai la scena. In base a cosa scegli un ruolo? Capisco subito se mi tocca delle corde o meno. Parte da dentro, poi guardi chi sono gli altri attori, chi è il regista, la produzione. Se il regista mi piace come persona, se c’è anche la possibilità di lavorare insieme anche allo sceneggiatore perché magari c’è qualche perplessità, allora mi ci butto a capofitto. È stato così con Arrivederci amore ciao, con La meglio gioventù, con La bestia nel cuore, questo ultimo un perso- naggio che sembrava scritto su di me, sul mio percorso di attore, e Cristina Comencini non ne sapeva nulla, è stato un caso. Non hai mai fatto delle scelte solo per la carriera? Mi sono capitate alcune proposte, ma non ho accettato non perché fossero poche pose, ma perché non mi convincevano. L’importante è il progetto di cui sei chiamato a far parte, che ti deve piacere, interessare, anche se non sei protagonista. Finora ho sempre fatto del mio lavoro una questione di valori, non per forza di successo. Importante è il percorso di crescita che fai. Io, per fortuna, adesso posso permettermi di scegliere, e scelgo in base all’arricchimento personale. Nel film Arrivederci amore ciao viene fuori la tua anima nera. Nella vita qual è la tua vera anima? La sto cercando. A definirla si sentirebbe offesa. Nei confronti di certe cose che non riesco ancora a farmi scivolare addosso – come certe imposizioni, le insolenze dei potenti, i soprusi che avvengono ogni giorno, anche su di me – la mia anima può diventare da mite a rissosa. Non la esprimo mai fuori però, ma in casa, tra i miei, con me stesso. Non mi va di esternarla davanti a chi incontro, perché non è giusto che l’altro debba subire la mia negatività. Quel giorno però non esco, non riesco a rapportarmi. Dopo però ci sto male, non è che vada fiero di questa rabbia. I tuoi pregi e i tuoi difetti? Caparbietà e determinazione, forse derivate dalla mia famiglia, da mio padre e mia madre che hanno lavorato sempre. Quando arrivai in Accademia, a volte avvertivo delle battutine nei confronti della mia scarsa conoscenza letteraria e sulla mia cadenza bergamasca, ma non mi facevo intaccare.Mi chiudevo in una campana di vetro e mi buttavo a capofitto a lavorare e studiare forsennatamente. E questo spiazzava chiunque. Questo forse è il mio pregio più forte che mi ha portato a essere quello che sono, senza mai guardarmi indietro, dritto verso una ricerca, a non sentirmi arrivato. I difetti invece sono molti: l’incostanza, l’insofferenza alle regole, alle leggi, ai dogmi, non perché magari non siano giusti, ma perché mi stanno stretti. Che valore ha per te la famiglia? Enorme. Ho un esempio molto alto nei miei genitori, sposati da oltre quarant’anni. Quando ero inquieto e cercavo, mi sentivo come un trapezista che faceva le sue evoluzioni sapendo però di avere sempre una rete di sicurezza sotto: il sentirsi amato e accettato dai miei genitori. La famiglia rappresenta un porto sicuro. Quando torno dai miei e stacco la spina col lavoro, mi rigenero. Cedono completamente le difese. Come quella della diffidenza, che ti fa stare sempre all’erta davanti agli altri, per l’istinto inconscio di sopravvivenza e di autodifesa. È nota l’amicizia non solo professionale con Gifuni e Lo Cascio. Com’è lavorare con attori coi quali c’è anche un’intesa umana? È la cosa più bella che possa capitare. Ti predispone a non avere tensioni. Fra noi c’è fratellanza. Detto questo, non per forza bisogna conoscersi da molti anni. Ci sono persone con le quali nasce un’intesa anche nel giro di tre giorni, mentre con altri che stimi devi cercarla, forgiarla, ci vogliono dei tempi. Hai mai provato invidia per i tuoi colleghi? Sinceramente credo di non averne mai avuta, perché credo che ci sia spazio per tutti. Uscendo da un film o da teatro, quando vedo che un attore ha fatto un buon lavoro, dico bravo ed esco contento. E quando succede il contrario? Mi arrabbio, perché sono molto esigente con me e quindi anche con questo mestiere. L’arte non ammette mediocrità. Non perché mi reputi un artista, ma proprio per rispetto al mestiere. Sono molto severo, perché so quello che ho patito per riuscire a dire una parola in un certo modo. Oggi sembra invece che tutti possano fare gli attori. Qualsiasi ragazzo esce da un reality show si sente investito della qualità d’attore. C’è posto per tutti a vari livelli, ci mancherebbe, e si può migliorare. Ma avendo dietro una fonte di studio, un interesse vero, una ricerca. Da un anno sei ambasciatore dell’Unicef. Com’è nato questo impegno? Da sei anni faccio delle cose per conto mio, da quando economicamente dopo Incantesimo ho potuto permettermelo. Mi sentivo inconsciamente in debito con il privilegio che avevo. Sono andato in Brasile, in Cambogia, con degli amici del mio paese, Angelo e Marilena, che hanno lasciato tutto e a Belo Horizonte hanno formato una comunità missionaria lavorando nelle favelas. Poi è capitato di girare un film patrocinato dall’Unicef, e altre cose per altri enti non governativi. Fino alla proposta del direttore Antonio Sclavi, il 1° dicembre per la giornata mondiale della lotta contro l’Aids, di fare l’ambasciatore di buona volontà. Nonostante sia riservato, ho capito che era arrivato il momento di mettere la faccia per una giusta causa. Sei reduce da un viaggio in Malawi e Mozambico… Sono andato con una delegazione per la mia curiosità di sapere e di capire. Adesso che da due anni arrivano anche i farmaci retrovirali c’è la speranza di abbassare considerevolmente le percentuali di morte lavorando anche con la prevenzione per eliminare certe abitudini. C’è un link sul mio sito (www.alessioboni.it) assieme all’Unicef in cui spiego come con un clic o un sms di 1 euro magari tre volte al mese, tutti noi possiamo diventare ambasciatori di buona volontà. È un pensiero semplice che dovrebbe accompagnarci quotidianamente e non soltanto a Natale, quando tutti diventiamo più buoni. La forza di questo progetto sono quei pochi euro al mese che, insieme ai miei, ai tuoi, ai suoi, a quelli di altri paesi del mondo, arrivano costantemente, e allora le banche del posto riescono a farli fluire. È come una pianta che non puoi innaffiare una volta l’anno, altrimenti muore; è meglio darle un po’ d’acqua ogni settimana e crescerà sana. Tutta questa coscienza di massa farebbe una forza incredibile.

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