Comunicare i frutti della Parola vissuta

Oggi si ascoltano più volentieri i testimoni che i maestri.
Due ragazze in dialogo

Era il 1949, a Trento. In tre a costituire la prima convivenza maschile della storia dei Focolari, Aldo, Carlo ed io ci sentivamo un po’ come dei pionieri. Scrivevo di quel periodo: «Il nostro rapporto diventava sempre più intenso. Quasi ogni giorno scoprivamo i sempre nuovi risvolti che comportava quella vita comunitaria. C’era una progressiva comprensione dell’infinito dono a cui Dio ci aveva chiamati. Meditando le Parole di Gesù nel Vangelo, trovavamo continue conferme del nostro nuovo modo di vivere e spesso sperimentavamo quasi sensibilmente l’amore di Dio che ci avvolgeva. Ci sentivamo come dei bambini fra le braccia materne. Gli stessi fallimenti o le piccole rotture dell’unità servivano per farci apprezzare maggiormente la presenza di Dio fra noi».
Di grandissimo aiuto era la pratica – divenuta consueta, fin dai primi giorni, fra quanti aderivano a questa nuova corrente spirituale – di mettere in comune le esperienze della Parola.  
Allora come oggi, la Parola che mensilmente viene proposta alla vita del movimento è di un’importanza fondamentale. È infatti per la Parola vissuta che Cristo si forma in noi. Ma non è sufficiente averla messa in pratica. «Noi siamo chiamati – afferma Chiara Lubich – a mettere in comune le nostre esperienze su di essa, e non praticare questa comunione sarebbe una grave omissione». Agli inizi del movimento si viveva la Parola intensamente, «fino al punto che quasi non eravamo noi a vivere, ma era la Parola che viveva in noi».
E il comunicare le esperienze fatte, stimolati da essa, aveva come effetto – con grande sorpresa di qualcuno, che si aspettava un commento spirituale – di far nascere e crescere una comunità cristiana.
Nel racconto delle esperienze non si tratta tanto di condividere con gli altri riflessioni, studi o meditazioni sul Vangelo, anche se questo potrà servire. È importante soprattutto comunicare episodi concreti, il vissuto. Non occorre che siano clamorosi, basta che siano anche semplici momenti della nostra vita che la Parola ha illuminato e trasformato.
L’atteggiamento con cui fare questa comunione è sempre quello di amare essendo pronti a dare la vita, come il pellicano che, secondo la leggenda, nutre i suoi piccoli dando loro il proprio sangue.
E questo ha valore soprattutto in questo nostro tempo nel quale, come affermava Paolo VI, «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o, se ascolta i maestri, è perché questi sono testimoni».

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