Il Complesso Monumentale di Pisa, secoli XII-XV

Capolavori da riscoprire. Un compendio della fede cristiana che ha al centro Cristo “luce del mondo”
foto buffalmacco archivio

È una grandiosa testimonianza di arte e spiritualità. Si presenta come un compendio della fede cristiana che ha al centro Cristo “luce del mondo”, simboleggiato anche dal candore dei marmi, e dell’itinerario del fedele alla sua sequela” sino all’incontro definitivo con Lui.

Perciò, dopo l’inizio della “vita nuova” mediante il battesimo nel Battistero, il percorso del cristiano continuerà nella cattedrale dove le colonne scandiscono il tempo della storia umana – il krònos -, vissuto tra l’ascolto della Parola divina – il pergamo di Giovanni Pisano -, e la celebrazione dei Sacramenti della Chiesa. L’itinerario cristiano si concluderà nel Campo Santo, dove “dormono” “i santi”, cioè la comunità dei fedeli, in attesa della resurrezione finale.  Qui, gli affreschi di Buffalmacco ricordano “gli ultimi tempi” dell’umanità, i “Novissima”: morte giudizio inferno e paradiso. Realtà di cui si parla sempre poco ma che la pandemia ha reso attuali.

Gli affreschi del Campo Santo risultano quindi una Bibbia dei poveri in un’epoca attraversata da pestilenze, eresie e conflitti.  Il tono è ammonitore, ma anche ricco di speranza. Esso guida alla riflessione sul destino di salvezza comune agli uomini, dispiegandosi come un gigantesco rotolo davanti allo sguardo riflessivo del credente, e di ogni persona.

Il Trionfo della morte di Buonamico Buffalmacco (1336 circa) un originale seguace di Giotto, è un soggetto diffuso in Europa dal XIV al XVI secolo, si collega ai versetti biblici: “Polvere tu sei e in polvere ritornerai”. L’intento del dipinto è quindi di illustrare il primo dei Novissima, cioè la morte, un tema già presente dal XII secolo e reso attuale dalle ricorrenti pestilenze. L’affresco è diviso in diversi “quadri”, tracciando un percorso di riflessione sull’unica “cosa necessaria”, cioè l’ascolto della parola di Dio. La “sacra rappresentazione” pone in rilievo il contrasto – presente nel secolo XIV sia in letteratura (Decameron del Boccaccio) che in pittura – tra la ricerca delle gioie terrene e quella della perfezione spirituale, con l’idea incombente della Morte e del giudizio improvviso.

Al centro – prima tappa della “visione” – campeggia in volo l’orrenda figura della Morte ( in gran parte rifatta), invocata dal gruppo di miserabili deformi –  ciechi, zoppi, lebbrosi, mendicanti – con la scritta: “O Morte medicina d’ogni pena/ Dè vienci a darne ormai l’ultima cena”. Essa li disdegna ed ha già falciato sotto di sé con la peste i potenti: un francescano, un domenicano, un papa, un cardinale, un vescovo, un professore con i libri, un re e una regina, una dama, un medico, un grosso mercante la cui “animula” in sembianze femminili viene afferrata da un demone-pipistrello. E’ la zuffa convulsa   che si svolge tra angeli e demoni in volo come uccelli negli spazi del cielo per il possesso delle anime.

Una lotta drammatica  tra il Bene e il Male nella visione che rappresenta il “giudizio particolare” di ciascuno subito dopo la morte, tra chiari echi di Dante . Una raffigurazione iperrealistica con i corpi precipitati nel fuoco della montagna infernale in alto.

La Morte, poi – seconda tappa del vasto “teatro umano e spirituale” – si va rivolgendo verso il “giardino fiorito” della cultura cavalleresca e cortese, presente a Pisa. Sotto due putti in volo, si apre il “verziere”, una scena di “delizie”. Giovani donne e uomini, sotto alberi di arancio, riccamente vestiti, floridi, vivono i piaceri della caccia – il giovane col falcone al centro –, della musica, delle conversazioni amorose. Sono attenti al carpe diem delle gioie della vita, nessuno pensa che la morte “arriva come un ladro” (Matteo, 24, 42 – 43), ammonisce il dipinto.

Questo pensiero invece turba i personaggi della terza tappa della vasta rappresentazione, un soggetto noto come la Cavalcata reale e l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti. Il corteo regale diretto verso la caccia incontra d’improvviso tre bare: un prelato (o un dotto), un re, uno scheletro tra i serpenti in diverse fasi di decomposizione. Uno spettacolo orrido che un giovane cavaliere indica al sovrano.

Questi osserva e si tura il naso per il fetore, la regina è sconvolta, il gruppo stupito, perplesso, sorpreso, in un crescendo emotivo che coinvolge pure i cavalli, dagli occhi sbarrati.  È un turbinio di sentimenti espressi con un realismo accentuato.  La morte arriva per tutti, pure per la superba società cortese.

È il senso del messaggio scritto nel cartiglio sopra le bare che San Macario presenta al corteo: “Se vostra mente sarà bene accorta/tenendo qui la vostra vista fitta/ la vanagloria ci sarà sconficta/ e la superbia vedrete morta”. Meglio allora seguire l’itinerario offerto dalla “sancta et pura solitudine nella vita eremitica, descritta come oasi dello spirito in una successione di gustose scene che raccontano la pace interiore. Monaci che pregano, conversano, coltivano piante ed animali oltre una scaletta ripida: la serenità in contrasto con la mondanità del Giardino cortese e l’agitazione della Caccia. E’ la via alla pace terrena, in attesa di quella eterna con Dio.

 

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