Cominciano i Pantani days, tre giorni dedicati al Pirata

In occasone dell'uscita del film "Il migliore. Marco Pa tani", previsti tre giorni dedicati al ciclista morto in circostanze ancora da chiarire.

La straordinaria vita di Marco Pantani diventa un appassionato e fedele docu-film. Iniziano oggi, 18 ottobre, nelle sale italiane, i “Pantani Days”: tre giorni dedicati al “Pirata”, in occasione dell’uscita sul grande schermo del film “Il Migliore. Marco Pantani”. Diretta da Paolo Santolini e prodotta da Okta Film con Rai Cinema, in collaborazione con la Fondazione Marco Pantani, e distribuita al cinema da Nexo Digital, la pellicola racconta l’avventura umana e sportiva del mitico ciclista che ha fatto sognare l’Italia e non solo, “attaccando” su due ruote le montagne con “il cuore nelle gambe e la forza di un leone”. Uno sguardo quasi introspettivo, fatto di tenerezza, empatia ed affetto: non un tributo incondizionato e neppure l’ennesima inchiesta mirata a far luce su una vicenda finita in tragedia e non ancora chiarita, come molti misteri italiani.

Emerge invece soprattutto la travagliata vicenda umana di Marco Pantani che, ostacolato nella pratica ciclistica, muore in circostanze livide a soli 34 anni, il 14 febbraio 2004: per molti amanti del ciclismo e dello sport in genere, una di quelle sciagurate date cui si legano traumi di difficile risoluzione. Fin dalla prima sequenza, il regista, nato e cresciuto nella stessa Romagna di Pantani, chiarisce che il flusso narrativo lascerà spazio più all’universo umano, sociale e culturale in cui il campione si è formato: quella comunità affettuosa di familiari, amici, sostenitori che, a distanza di quasi vent’anni dalla morte, non riesce ad accettarne ancora il tragico e nebuloso epilogo.

Sono proprio i loro volti e le loro voci a restituire una sorta di intensa ‘presenza’ al campione romagnolo, riportandolo tra noi come un eroe incompiuto in attesa di riscatto. Attraverso materiali d’archivio pubblici e privati, ma anche conversazioni intime con i familiari, l’allenatore dei suoi esordi e i più cari amici, il film ripercorre la vita di una vera e propria icona dello sport sullo sfondo della sua Cesenatico, piccolo centro affacciato sull’Adriatico, che non ha mai smesso di credere che “uno così non cede”.

Il mio sogno è di scoprire la verità, poi posso morire anche in pace”. Non parla molto, ma le sue parole sono sempre molto chiare: a scandirle, la mamma di Pantani, Tonina, ospite dei colleghi di Dribbling su Rai Due qualche giorno fa per commentare l’uscita del film. “Quando ho visto questo documentario – racconta – mi è piaciuto perché è la vita di Marco: la gente capisce chi era Marco. Mi manca tutto di lui, anche la sua confusione. Si è rialzato tante volte, solo che ogni volta che c’era una gara importante lo affossavano ancora; c’era una procura che lo indagava e questa è stata una grande schifezza italiana. Penso la gente lo abbia capito. Marco ne ha scritte tante di cose. Lui – ricorda la mamma del compianto campione – non ha accettato una cosa non vera. È stato un inferno per noi, per lui e per tutti. Chiedo alla Madonna di dargli una mano: che faccia il suo lavoro, che legga le carte e che mi dica la verità senza illusioni. Io l’ho promesso a Marco questo, davanti alla sua bara. Non me lo darà più nessuno indietro”.

“Il ciclismo di oggi – sottolinea Tonina – non mi piace e credo non piaccia neanche a lui. Lui quando passò professionista mi disse che c’era la mafia. Col tempo ho capito cosa volesse dire: ne abbiamo avuto la dimostrazione. I suoi ricordi sono tutti belli, eravamo poveri ma felici… potessi tornare indietro. Rabbia? Le promesse non mantenute da parte di chi mi ha seguito per scoprire la verità. Promesse, solo promesse: delusioni ne ho avute una marea, dicevo mollo tutto e poi ricominciavo. La forza di lottare me la dà Marco, che spero una volta di incontrare di nuovo”. La parabola di questo “Pirata in cielo”, per citare un altro tributo, il bellissimo libro dedicato a Pantani dal collega Riccardo Clementi, merita più di un’attenzione. La speranza sottesa legata al documentario è che questo faccia riflettere almeno una volta in più quei detrattori che hanno distrutto psicologicamente il ciclista. Che possa rendere onore al protagonista di una tragedia tutta italiana, specchio di comportamenti ambigui, anche di masse festanti che prima inneggiano e subito dopo sono pronte a condannare. È un film che incrocia malaffare e purezza, ideale e caduta, forza e fragilità, in un’Italia che, come troppe altre volte, non è stata capace di verità: forse, andare e vederlo contribuirà a compiere qualche passo in più per non dimenticare chi era, e come è stato annichilito, persino “il migliore”, Marco Pantani.

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