Come uscire dall’inferno

Ad un anno e mezzo dal sisma, chi parla più di Haiti? Il dramma di un popolo che non può essere dimenticato.
Haiti

La plastica: sacchetti, bottiglie e brandelli di tela. Non c’è materiale che evidenzi di più l’abbandono. Perché qui non c’è nessuno che si occupi di raccoglierla. Sono tutti occupati a far qualcosa di più importante: sopravvivere.

 

Le suv bianche delle Ong

 

A Port-au-Prince, capitale haitiana, impressiona la quantità di fuoristrada bianche dell’Onu e delle organizzazioni umanitarie. Si scorgono ovunque iscrizioni di questa o quell’associazione che ha costruito una scuola, un ospedale, un campo di calcio, un laboratorio. Eppure, nonostante la massiccia presenza di aiuti esteri – ricordiamo tutti come nel gennaio 2010 Obama avesse promesso, con grande enfasi, di non abbandonare mai Haiti –, la situazione del Paese caraibico peggiora, e ad un anno e mezzo dal sisma non si riesce a mettere in moto la macchina economica, né quella sociale.

È il Paese più povero dell’emisfero Nord, con un Pil di circa sei miliardi di euro annui e nell’indice di sviluppo umano è al 153° posto su 177. Il Paese resta così preso nella morsa della miseria, con un reddito annuale pro-capite di meno di 1200 dollari e il 90 per cento di disoccupazione. Ci sono scuole ma non abbastanza maestri, ospedali ma non medici sufficienti, campi di calcio ma non allenatori, laboratori ma non istruttori.

 

L’eredità storica, lasciata soprattutto dai Duvalier (il padre François “Papa Doc” e il figlio Jean-Claude “Baby Doc”, al potere ininterrottamente dal 1957 al 1986, grazie anche e soprattutto al terrore sparso ovunque dai famigerati tonton macoute), ma anche da alcuni dei loro successori, è delle più gravi: malgoverno o non-governo, corruzioni e saccheggi, depauperamento della terra e delle foreste, asservimento dei governanti alle più varie multinazionali al fine di “spolpare” il Paese. Su questo capitale di malaffare si sono accatastati i 300 mila morti del sisma e il milione e mezzo di senzatetto, col conseguente crollo del sistema politico e sociale. «La famiglia “tiene”, ma questo non basta nemmeno a portare un pasto al giorno a casa, o dell’acqua potabile», mi spiega un missionario oblato da più di quarant’anni nell’isola.

 

Le tendopoli e la cattedrale

 

In effetti le tendopoli di Port-au-Prince ospitano ancora quasi un milione di persone. Drammatiche città di stoffa e cartone, come la “Cité du soleil”, un enorme accampamento di 50 mila rifugiati, un luogo dove le aggressioni sono norma e le violenze su donne e bambini affari comuni. I soldati Onu – pakistani, indonesiani, srilankesi e di altre nazionalità – stazionano sì agli incroci coi loro caschetti azzurri ed equipaggiamenti da Rambo, ma nelle tendopoli malfamatenon ci entrano e appena scoppia una rissa se la danno a gambe levate.

 

Il centro storico della città è stato letteralmente devastato dal terremoto. È ancora un interminabile incubo, fatto di macerie crollate sulla sede stradale e mai rimosse, di spettrali strutture edilizie che rimangono in qualche modo in piedi minacciando i passanti, di locali danneggiati ma rioccupati dalla gente. Il tutto mescolato ai mille piccoli commerci tipici della cultura haitiana, più densi del solito sui marciapiedi e su ogni superficie calpestabile. I volti della gente, le loro movenze, i loro sguardi non riescono a nascondere i mille traffici di questi luoghi, le miserie che si aggiungono alle altre miserie per creare nuove miserie più devastanti ancora di quelle economiche.

Simbolo di Haiti appare oggi la cattedrale cattolica sventrata dal sisma: stava cantando la corale quando tutto tremò, i morti furono più di venti. I pilastri svettano nel vuoto, lasciando che gli archi a tutto tondo si staglino suggestivamente contro il cielo azzurro. Una muta di giovani haitiani scarnifica il cemento armato per recuperare pezzi di pietra e di conglomerato da riutilizzare per le costruzioni e le ricostruzioni.

 

Accanto alla cattedrale si erge una stranissima piramide, chiamata “Monumento di Aristide”, il religioso salesiano diventato presidente, che aveva cominciato la sua “missione” come un buon padre del Paese, ma che aveva finito col sostenere anche lui un sistema di corruzione non emendabile. Sotto il monumento, paradosso della storia, invece del segno del potere economico e finanziario, si stende nei Champs de Mars una distesa densissima di tende dell’Unhcr e di altre Ong.

 

Non abbandonare Haiti

 

Ma anche qui il popolo haitiano paradossalmente riemerge, dà segni di quella speranza che da queste parti è incapace di morire, coltivata com’è nei cuori della gente: un uomo s’improvvisa barbiere dinanzi alla sua tenda, una maestra con una dozzina di bimbi indisciplinati cerca loro di insegnare a leggere, un vecchietto costruisce un muretto di pietra, fragile e sbilenco, al posto della paratia di una baracca…

 

Malgrado tutto la speranza non abbandona gli haitiani, anche se noi – Paesi “ricchi” – li abbiamo nei fatti abbandonati. Una speranza che, come conferma nell’intervista che segue il vescovo Dumas, si fonda sulla capacità degli haitiani di vivere di poco e del loro inguaribile ottimismo. Certo, va innanzitutto ricostruito lo Stato e l’amministrazione pubblica, e su ciò bisognerà vigilare con una presenza costante e se possibile premurosa (più che paternalista) della comunità internazionale.

In giro per Haiti – anche al Nord, che per certi versi è addirittura più povero del Sud: se non piove si fa la fame, letteralmente – ho potuto scorgere una gran quantità di piccole iniziative che fanno sperare. Iniziative sempre private, quasi sempre animate da uomini e donne ricchi di una fede straordinaria, che nutrono tale prospettiva e fanno sperare che Haiti riparta, perché si mettono assieme energie locali e ricchezze d’altrove. Ne riparleremo sicuramente, perché in coscienza non possiamo tacere quanto di infernale succede ancora ad Haiti. Ma anche quanto di positivo e incoraggiante s’incontra in quelle contrade.

Michele Zanzucchi 

  

 

Fraternità all’haitiana

 

Pierre-André Dumas, vescovo di Anse-à-Veau et Miragoâne, è presidente di Caritas-Haiti.

 

Il nuovo presidente Martelly è di professione cantante. Sorpreso?

«No. È una scelta che va oltre la destra e la sinistra, oltre gli apparati, troppo spesso corrotti, della politica haitiana. Il risultato del voto dimostra la saggezza del popolo, che vuole che i politici mettano come priorità il bene comune e che si rianimi quella fraternità che è stata proprio qui valorizzata, prima ancora che in Europa».

 

C’è molto ancora da fare nell’emergenza post-terremoto.

«Ci sono tanti cantieri ancora aperti: l’abbandono dei bambini, la violenza sulle donne, l’enorme disoccupazione, l’umiliazione della gioventù che rimane sotto le tende. Sì, c’è molto da fare».

 

La cultura haitiana, così ricca di tradizioni, è depauperata?

«Dal lato della conoscenza intellettuale abbiamo perso tante “teste lucide”. Se invece parliamo di cultura in un senso più globale, allora essa è ancora vivissima. Non tutti conoscono l’elaborazione haitiana di certe conquiste dei diritti dell’uomo e della democrazia. È la libertà e la fraternità di cui parlava prima della presa della Bastiglia Toussaint Louverture, come riporta un prezioso lavoro di Antonio Maria Baggio, recentemente pubblicato (Lettres à la France, Nouvelle Cité). Gli uomini erano stati liberati, ma bisognava anche chiamarli fratelli. Tutti erano liberi, non solo l’homo europeus».

 

In che modo la Caritas si è resa utile per la società haitiana dopo il sisma?

«Ha fatto tanto, la Caritas, veramente. Ma ora, per essere efficace e profetica, deve ritrovare la missione globale della Chiesa, non solo rispondendo alle emergenze come una qualunque Ong. Bisogna che si sia fieri di essere cattolici, senza disperdere le forze ma cercando di parlare in coro, premendo sui governanti a favore del bene comune».

 

Lei parla di fraternità. Perché?

«C’è una domanda, un grido, un clamore che sale dalle profondità dei nostri popoli, dove la gente ci chiede che cosa abbiamo fatto con l’altro, con il nostro fratello. Non basta dire che ogni uomo è un semplice uomo, perché l’uomo è la strada della Chiesa, di Dio, di Cristo. Oggi, nella grave crisi che attraversiamo, è stato dimenticato il concetto del fratello che non è anonimo, ma che ha un volto. E che questo fratello, nelle sue gioie e nelle sue pene, aspetta qualcosa da me. Prima di chiederci chi è il fratello, devo cercarlo, chiedermi io che cosa possa fare per lui e avere l’umiltà di riceverlo come un dono di Dio, come una ricchezza di umanità. Oggi credo che questa enorme crisi umanitaria di Haiti, invece di rimanere solo una piaga aperta per l’umanità possa diventare una grande scuola di apprendistato, di umanità, una scuola che ci fa crescere insieme, che ci fa riapprendere l’abc della vita comune».

a cura di Michele Zanzucchi

 

 

Box finale

 

Chi volesse leggere altre pagine di reportage, può consultare il sito www.cittanuova.it, cercando “Haiti”, o entrando, nello stesso sito, nel blog di Michele Zanzucchi, “In viaggio”.

 

Azione per Famiglie Nuove (Afn) e Azione per un mondo unito (Amu) sostengono delle iniziative ad Haiti. Ne riparleremo. A loro ci si può rivolgere per contributi allo sviluppo e adozioni a distanza (…).

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