Come stelle di una costellazione

Ci ha lasciato Valeria Ronchetti, tra le compagne della prima ora di Chiara Lubich. Una vita intensissima, tutta spesa “perché tutti siano uno”.
Valeria Ronchetti e Paolo Crepaz

Ho avuto la possibilità di intervistare Valeria Ronchetti – per tutti Vale – in più occasioni. La sua conversazione non era mai scontata, né banale. Chi la incontrava non poteva non avvertire il fascino di una forza morale straordinaria, scaturita da una fede cristallina nel carisma di cui Dio l’aveva resa partecipe. Col trascorrere degli anni, aveva mantenuto un portamento vivace e il passo elastico di chi ha fatto sport a lungo. Mi parlò della sua passione giovanile per l’atletica, l’equitazione, e come avesse coltivato la pittura, la scultura, l’incisione, il lavoro in cuoio, su seta… «Ma tutto – aveva concluso – mi sembrava niente. Pur impegnata negli studi e in tante belle attività che amavo, avevo attraversato una crisi negli anni dell’adolescenza. Sentivo l’inutilità di tutto ciò che facevo, perché alla fine termina tutto, si muore. Ricordo che mia sorella Angelella, di tredici mesi maggiore di me, intuendo il mio stato d’animo, mi portò una preghiera trovata da qualche parte: “Manifestati, Signore, in modo così chiaro, irresistibile e travolgente, che io non possa né resisterti né respingerti”. L’abbiamo letta insieme ai piedi del letto, in ginocchio, a luce spenta, perché una specie di pudore prende noi trentini nel manifestare i nostri sentimenti. E Dio, da gran cavaliere, non si è fatto attendere».
 
Vale e Angelella conobbero Chiara Lubich nella primavera del 1944, anno cruciale per gli esiti del Secondo conflitto mondiale. La città di Trento, a motivo della ferrovia del Brennero che l’attraversa collegando l’Italia alla Germania, era diventata bersaglio indifeso delle incursioni aeree. Proprio in quel periodo, nella città così provata, si andava notando un fermento di vita tutta basata sull’amore evangelico, quasi un antidoto a tanto odio e tanta inutile crudeltà. Ciò che maggiormente sconcertava non poche persone era il fatto che a farsi portatrici di un tale messaggio fossero alcune ragazze, tutte giovanissime. Ad animare il gruppo una giovane maestra, Silvia Lubich che, affascinata dalla figura di Chiara d’Assisi, ne aveva adottato il nome. Attorno a lei si andava componendo, quasi in una costellazione, il nucleo fondante di quello che sarebbe diventato il Movimento dei focolari.
 
Allora erano poche, sei o sette. Tra loro le sorelle Ronchetti. Allo scoppio della guerra le due ragazze, poco più che adolescenti, vennero mobilitate civilmente e dovettero sospendere gli studi. Angelella fu assunta in una banca a Trento e Vale come puericultrice in un ospedale per bambini. Abitavano a Costa di Vigalzano, in Valsugana, dove il padre conduceva una grande azienda agricola.

Angelella ogni giorno faceva rientro in famiglia, dopo il lavoro in banca. Prima con la ferrovia da Trento a Pergine, poi a piedi, di buon passo sino a casa, poiché sapeva che la mamma la seguiva con un cannocchiale, e quando la vedeva apparire lungo il sentiero poteva tirare un sospiro di sollievo. Anche per quel giorno era scampata ai bombardamenti.
La giovane aveva notato una ragazza bionda, sua coetanea, che faceva lo stesso percorso. Incuriosita da un libro che teneva in mano, le domandò: «Signorina, cosa legge?». Lei, Graziella De Luca, rispose che l’aveva avuto da una sua amica, Chiara, e che a Trento aveva alcune “amiche per la pelle”. Un’espressione che la sorprese. D’altro canto aveva un accento siciliano, la terra da dove era venuta solo pochi mesi prima per l’infuriare della guerra che aveva fatto decidere la famiglia a rifugiarsi nel Trentino, patria di sua madre.
Graziella con fervore le parlò di queste nuove amiche. Accennò ad una “congiura della fiamma”, spiegando che, come tanti giovani si mettevano d’accordo per motivi “che passano”, loro avevano deciso di aiutarsi ad amare Dio “che non passa”. Avevano un motto: “Luce e fiamma”, alludendo alla luce che aveva investito le loro persone e al calore dell’amore evangelico.
Angelella comunicò a Vale per filo e per segno tutto quanto aveva appena sentito. Pochi giorni dopo, Graziella andò a casa Ronchetti. Vale ricorda ancora quel primo incontro: era in giardino, dove aveva i suoi attrezzi di atletica. «Ero a quattro o cinque metri di altezza coi piedi in su e la testa in giù. Ho fatto due salti mortali per scendere. Insomma, credo di essere stata aiutata dai miei allenamenti, perché ci vuole agilità per prendere le parole di Gesù sul serio. Sedute su un prato sotto un ciliegio, Graziella ha cominciato a raccontarmi ciò che aveva sentito da Chiara il giorno prima. L’effetto è stato che, il giorno seguente, ho inforcato la bicicletta. Sono arrivata “sparata” a Trento, credo di non aver mai toccato il freno. A Porta Aquila ho appoggiato la bicicletta al muretto, sono corsa da Chiara, le ho stretto la mano e d’impeto le ho detto: “Luce e fiamma”. Da quel momento quella presenza fra noi, che è l’Ideale dell’unità, ha assorbito in sé tempo e spazio. Non è virtù seguire Dio, è lui che ci trascina».

Era l’amore – quello con la A maiuscola – che le portava a vedere, e quindi alimentare, vestire, sanare, come unico corpo, l’umanità dilaniata che le circondava. «L’amore ci aiutava a scoprire mezzi per risolvere ogni tipo di povertà. Parte della nostra casa era stata occupata dalle SS, veri poveri, per noi. Amare il nemico come Gesù ci aveva insegnato, con la nobiltà di figli di Dio, poneva questi soldati di fronte alla nostra fede e causava in loro un rispetto profondo. Credo che sia stata mia madre, anche lei poi focolarina, ad appuntare ad uno degli ufficiali la fascia bianca al braccio e un panno bianco all’asta con il quale sono partiti per la dichiarazione di resa. Ricordo che mi sono fatta consegnare la pistola che tenevano a portata di mano, con evidenti disperati propositi».
 
Da allora, la storia di Vale è stata un tutt’uno con quella dei Focolari. Nei tanti compiti che Chiara le aveva affidato, visse in numerose località del pianeta, muovendosi agile fra culture, nazioni, continenti, e facendoli propri. Tanto che la fondatrice dei Focolari vide in lei un particolare “disegno”, quello di raggiungere con questo grande ideale l’umanità intera “sino ai confini della terra”.
Le chiesi una volta cosa avesse imparato da Chiara agli inizi. «A vivere come… le stelle!», fu la risposta fulminea, quanto inaspettata. «Gli astri – proseguì – percorrono la loro orbita senza scontrarsi, e insieme compongono le costellazioni. Le stelle, certo, non possono fare altrimenti. Noi siamo liberi… ma perché non vivere ascoltando quella voce che l’amore ha acceso in noi chiamandoci alla vita? Perché non vivere “come in cielo così in terra”? Così saremo anche noi tutta luce e tutta fiamma».

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