Col segno del sangue

Mia città costretta in poco spazio, fra il Faito massiccio, il Vesuvio incombente, il mare congestionato. Città dove sono nato e cresciuto, che mi respinge e riprende, che porto con me a Napoli, a Firenze, a Milano, a Venezia, a Siracusa, a Savona, a Brindisi, a Praga, a Vienna, ad Amsterdam, a Rabat, a Bucarest… dovunque vado per lavoro. Presente nel mio cuore quando sono lontano, sai essere assente in maniera spietata quando sono vicino: vuoi essere conquistata, non sei e non sarai mai una facile preda. Ti amo, mia città, ma non te lo dirò mai. Devi capirlo da sola. Sono nato a Castellammare di Stabia, nel pieno centro storico, a due passi dalla Fontana Grande, in mezzo a decine di sorgenti termali tutte differenti che attirarono l’interesse già di Plinio e di Galeno. Sgorgano dalle profondità del monte Faito, sede di un famoso santuario dedicato all’arcangelo Michele, e luogo dove san Catello, il vescovo patrono, si misurò col diavolo. Pochi metri sotto terra l’antica Stabiae ricorda ancora la rovente carezza del Vesuvio che la distrusse insieme a Pompei e ad Ercolano, e prima ancora un’altra distruzione: quella operata da Mario per essersi schierata con Silla nella guerra civile contro Roma. E poi tante Madonne, quasi quante chiese: Madonna della Libera, arrampicata sulle colline sovrastanti; Madonna di Pozzano, immagine salvata dalla furia iconoclasta dei tempi che furono, presente anche nello stemma cittadino; Madonna di Portosalvo, invocata da sempre da pescatori e marinai… Mare, montagna, acque, Vesuvio, santi, diavoli, angeli, Dio e sua Madre, la vita e la morte: ecco le radici della mia città, da sempre dissidente (come dimenticare i fischi con cui gli operai dei cantieri accolsero il Duce in visita, o i carri armati americani insolentemente accampati nella rotonda alberata davanti al Duomo?). Mia città, dissidente anche con sé stessa: metà rossa e metà bianca dal dopoguerra alla fine della prima repubblica – ma fra rosso e bianco hanno fatto da tratto d’unione i matrimoni e i battesimi, le dimostrazioni di piazza, san Catello di tutti, nessuno escluso. Indecisa fra una antica tradizione industriale e una più antica tradizione turistica, ha saputo rovinare l’una e l’altra ed ora non ha più niente da offrire. Sbarrata, puntellata, transennata dopo il terremoto dell’81, è diventata irriconoscibile anche a chi, come me, vi è nato. Nel ’68 avevo diciannove anni. Ricordo le passeggiate in piena notte nella villa comunale a discutere, con gli amici di scuola, del significato della vita, dello studio, dell’amore, della famiglia, col commento del mare in sottofondo, mentre noi decidevamo se Dio esisteva e se potevamo dargli un’altra possibilità di fare le cose un po’ meglio… Perché oggi non è più possibile passeggiare in piena notte nei giardini pubblici, per il più bel lungomare della costiera napoletana? Proprio stanotte esco di casa per rifornirmi di sigarette ad un distributore automatico, e decido di salutare la mia villa. Non lo faccio mai, nessuna persona per bene si azzarderebbe lì di notte da solo, e mi siedo qualche minuto ad ammirare lo spettacolo negato del Vesuvio. Il mattino dopo lo racconto nel bar sotto casa. Sei pazzo, non sai cosa ti poteva capitare!. Questi i commenti di chi non ha mai conosciuto la dolce compagnia del mare che culla i pensieri o i discorsi. In auto, fermo ad un passaggio a livello. Passa una anziana in carrozzella, spinta forse da una badante; talmente rasente al finestrino che mi viene spontaneo un saluto. E tu chi maronna sei?, è la risposta sgarbata. È la mia città, non si lascia accattivare da un banale gesto di cortesia, è ben altro che vuole da me… ma saprò mai cosa vuole? Un atto d’amore può trattenere gli angeli di Dio dall’annientare la mia città? Convincerli a non estrarre catene e mazze ferrate dai giacconi, dalle tute, dai doppio petto, dai tailleur, dalle ventiquattro ore, dalle borsette, dalle buste di plastica? Attento ad un segnale che può arrivare da un momento all’altro, che lavoro incessante segnare col sangue della propria sofferenza gli stipiti dei portoni di tutte le case per ingannare l’angelo vendicatore! Da salvati divenire salvatori, innescando una reazione a catena. Un patto, un cuore uno, una strategia comune, ecco cosa aspetta la mia città, anche se non lo sa ancora coscientemente. Dopo anni, ritrovo un vecchio amico a Portici, Edoardo, e subito i cuori si scaldano, la sintonia raggiunta a suo tempo si attualizza non nel ricordo del passato ma nel miracolo dell’attimo presente che ci riunisce. È incredibile come l’amore sia capace di capitalizzarsi, e al contempo di essere spendibile senza esaurirsi e creando nuova ricchezza. Arriva Giannantonio, che non conoscevo, e quel gioco d’unità si accresce anche con lui; mi pare di leggere quel che gli passa nell’anima. Quando si avverte Gesù presente fra noi, ci sentiamo fratelli perché figli d’un solo Padre. L’esperienza fatta mi fa riflettere su come sarebbe facile risolvere i rapporti umani se tutti fossimo disposti a stare a quel gioco. Riuscirò mai ad insegnare a giocare alla mia città? Ma forse devo prima imparare io la sua lingua che non ho mai voluto parlare, penetrare la sua logica… Non conta essere vento che soffia e mare che urla. Serve più aprire la strada ad un lieve zefiro che forse contiene la voce di Dio. Non succede niente: è questo che rende piccola la mia città? O non succede niente perché la mia città è piccola? Una città strangolata dalla criminalità organizzata, dal traffico, dalla spazzatura, dalla corruzione, dal malcostume, dalla malasanità, dalla disoccupazione, dal malgoverno, dall’inettitudine, dalla avidità di potere e di denaro. Un giorno entro in chiesa a chiedere aiuto al Signore ed a raccomandarmi a sua Madre. Esco, e scopro che mi hanno portato via l’ombrello, mentre piove a dirotto. Imparo ancora una volta che qui non ci si può distrarre neanche un attimo. Con che razza di gente ti frequenti? dico alla Mamma. E lei: La mia gente è questa, mio Figlio è morto per questi. Qualche tempo fa, di nuovo in una chiesa ho voglia di lamentarmi un po’: Mi hai preso tutto ciò che ho e che sono: salute, lavoro, famiglia d’origine e quella che ho cercato di formarmi dopo… Cosa mi resta?. Esco, e una voce modula da lontano una nota canzone: Mi fido di te, mi fido di te, che cosa sei risposto a perdere?. Ma allora – rispondo dentro di me – non ci capiamo… non capisci che non ne posso più?. … che cosa sei disposto a perdere?. È lei che me lo chiede. Come faccio a dire di no? Qualche giorno dopo, sul portone di casa mia: Mario, ubbidisci! . Mi guardo intorno: c’è solo un ragazzino con un grosso cane. Come si chiama il cane?. Mario! , è la risposta. Proprio come me, e come me ha poca voglia di ubbidire. Ma il segnale è chiaro e forte e il cuore richiede di sottoscrivere un altro sì. L’indomani, stesso posto: Mario, vuoi darmi una mano?. È una mamma che tende la sua al piccolo che fa i capricci, magari si sente già grande. Io sto ruminando progetti di disimpegno che si dissolvono davanti al richiamo di un’altra Mamma. Com’è bello camminare insieme a lei, e che idea strana lasciarle la mano! Grazie, città, questa volta mi hai dato anche tu una mano. Ma allora forse ti importa qualcosa di me! Forse è tutta una gigantesca pantomima cui gli altri si prestano, attori improvvisati, a costruire uno scenario in cui poter ritrovare me stesso.

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