Cogne, Garlasco, Perugia e la benevolenza

Hanno tutti gli ingredienti di un giallo di successo i fatti di cronaca nera più noti degli ultimi tempi. Si pensi al caso di Cogne: una madre dallo sguardo di ghiaccio, un bimbo morto, l’arma del delitto che non si trova, avvocati di grido… E Garlasco? Una coppia di fidanzatini modello, lei in una pozza di sangue, tracce del ragazzo ovunque senza che vi sia certezza alcuna. Fino al caso di Perugia, un thriller in piena regola, con Sangue-Sesso-Soldi in primo piano (le tre esse che fan salire l’audience). Tre casi, è ovvio, senza movente apparente. Tutti e tre sono intrighi che potrebbero essere usciti dalla penna dei grandi della letteratura poliziesca: Simenon, Christie, Chandler, Montalban o il nostrano Camilleri. E come dimenticare che pure Dostoevski si ispirava ai fatti di cronaca per preparare i suoi romanzi? Non c’è da stupirsi più di tanto, quindi, se giornali e tivù se ne occupano con profusione di mezzi e di inviati, con dibattiti televisivi, modellini insanguinati al pomodoro e criminologi consacrati stelle del piccolo schermo. Ma, purtroppo, a Cogne, Garlasco e Perugia i morti sono stati reali. Non c’è da stupirsi né da scandalizzarsi, quindi, ma non ci sono nemmeno da tacere quelle che ai più attenti osservatori paiono, tra le altre, alcune derive che colpiscono il mondo dei media. In primo luogo la sempre più inquietante fuga di notizie provenienti direttamente dagli inquirenti, troppo spesso istigati dai media con mezzi più o meno leciti. In secondo luogo vengono usate troppe forme verbali che lasciano il dubbio – si dice che, sembrerebbe che, fonti della magistratura dicono che… -, mentre la tivù usa a gogò la sua facoltà di ingigantire i dettagli senza rispetto per il quadro d’insieme del singolo caso. Va infine stigmatizzata l’invadenza di questi casi di cronaca sia sui palinsesti della tivù che sulle scalette dei giornali. Senza poi parlare della furia indagatrice dei giornalisti inviati sul posto del delitto e la susseguente criminalizzazione di intere comunità urbane. Detto questo, sul fondo restano delle domande tra le più inquietanti per la nostra società e per il suo avvenire. Come può accadere – ci si chiede ad esempio – che gente apparentemente normale si dia a tali efferatezze? Abbiamo creato dei mostri? E ancora: siamo sicuri che la diffusione esagerata di tali notizie non generi istinti di imitazione? Non può accadere, ad esempio, che dei giovani immaturi concepiscano un delitto per vedersi aprire le porte della notorietà? YouTube docet, col caso purtroppo realizzatosi della strage nel liceo Jokula in Finlandia e quello evitato nella ex-scuola del giovane statunitense Dillon Cosey. Pure Modena insegna, con l’episodio della giovane Sara Hamid schiacciata da un autobus e immortalata col cervello di fuori dai videofonini dei compagni. E dalla Francia, ultima solamente di una lunga serie macabra, viene la notizia di quella donna che ha ammazzato l’amante ricordandosi in un lampo mnemonico della gola squarciata di Meredith Kercher, uccisa a Perugia. D’accordo, tutto vero.Ma una domanda più basilare ancora esige una risposta, se possibile assai rapida: chi è l’altro per noi? Come consideriamo il vicino, il compagno di scuola, il figlio, il fidanzato, l’amico incontrato in discoteca, in definitiva il prossimo? Un dettaglio? Un ostacolo? Un complice? Non sono domande inutili, e tanto meno banali, perché tutto il vivere in società è, prima ancora che una questione di leggi e di massimi sistemi, una questione di rapporto con l’altro. E quindi un problema d’identità, troppo spesso risolto imboccando la scorciatoia del narcisismo. Papa Ratzinger da tempo ha posto l’accento su questo enorme problema che colpisce un mondo occidentale abituato ormai all’opulenza, reale o agognata. Ma quest’oggi una risposta al quesito dell’altro può venire da un uomo dei media, un umile-grande reporter da poco partito per il viaggio più importante, il polacco Ryszard Kapus´cin´ski, che ha lasciato un testamento intitolato non a caso L’altro. C’è dell’analisi: È importante avere chiaro il senso della propria identità, della sua forza e del suo valore. Solo allora l’uomo può liberamente confrontarsi con l’altro.Ma c’è anche una risposta: la benevolenza nei confronti dell’altro è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità. Benevolenza, cioè volere il bene dell’altro.

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