Claudio, intellettuale semplice

“Non avrei mai supposto che da un semplice favore fatto a persone quasi sconosciute, come recapitare una lettera a mano, sarebbe derivata la svolta della mia vita. Destinataria di quella lettera una ragazza di nome Ginetta, che aveva qualcosa di particolare: non si limitò a dirmi grazie, ma mi invitò cordialmente in salotto, mostrando interesse per me. “Sapevo vagamente che faceva parte di un gruppo che si riferiva al vangelo, per cui non mi meravigliai troppo quando, al posto dei soliti convenevoli, venne toccato quasi subito l’argomento religioso. Il candore e la convinzione con cui lei esponeva ad un estraneo tematiche così impegnative erano accattivanti; tuttavia sentii il dovere di avvertirla: “Scusi, signorina, ma io torno dall’inferno e lei mi vuol far vedere il paradiso! Di santi e santità ne ho piene le tasche. Qui ognuno ha il suo Cristo, le sue fantasie e la sua chiesa. Io invece voglio la verità così com’è. La chiesa poi non la sopporto””. E presi a documentarle storicamente tutte le pecche della chiesa gerarchica””. Questo lontano episodio accadutogli nel 1953 mi stava narrando una quindicina di anni or sono, nella stanzetta che occupava nella nostra redazione, un Claudio in vena di confidenze. A quel tempo, già da vent’anni collaborava a Città nuova, scrivendo principalmente articoli di critica letteraria. Lo rivedo ancora, entrando la mattina, salutarci con un sorriso affettuoso, appendere cappello e soprabito all’attaccapanni per poi iniziare a lavorare nel suo ufficietto ingombro di carte e di libri; e mi pare di risentire il ticchettio della sua macchina da scrivere. Ma sentiamo il seguito” “Per tre quarti d’ora tenni banco, sfogando l’amaro accumulato dentro. Mi aspettavo che appena smesso di parlare l’altra sarebbe saltata su come paladina della chiesa, e invece: “Ha una coperta?”, mi chiese come se fosse stata la cosa più naturale di questo mondo. “Con una coperta vuol ricoprire tutte le malefatte della chiesa?” ironizzai. “No – replicò -, ma serve ad una sventurata che vive nella miseria più nera, con un bambino di cui non conosce il padre perché ha fatto anche la prostituta. Non ha per caso una coperta da portarle?”. Tutto mi aspettavo, tranne una richiesta simile. “Veramente io una coperta non ce l’ho (con la guerra avevamo perso casa e tutto, e da Fiumicino Mafalda ed io ci eravamo dovuti trasferire con il nostro primo figlio presso un fratello di lei, nella capitale)” però posso cercarla”. “Ginetta continuò: “Tenga presente che non si tratta di fare l’elemosina, ma di soccorrere Cristo in quella donna malata, senza cibo né vestiti, rifiutata da tutti. Se lei la vedrà come l’immagine viva del Cristo abbandonato, farà un’esperienza spirituale di una portata enorme; se invece la giudicherà per i suoi trascorsi o per come è ora, rifiuterà Cristo stesso. Ci pensi””. “Me ne andai sorpreso dalla serietà e dalla convinzione sottese a quelle parole. Avevano il timbro delle verità evangeliche, superiori ad ogni teoria. “Mentre percorrevo a piedi il tratto che va da Termini a via dei Serpenti, sentivo con profondo disagio gli occhi di tutti i passanti puntati su di me, che reggevo a fatica un’enorme coperta. “E se quella ragazza avesse ragione? – rimuginavo durante il tragitto – . Una prostituta mi rappresenterebbe Cristo crocifisso e abbandonato?” Signore, temo che se non t’incontrerò in quella sventurata forse non t’incontrerò più””. “Mi ero preparato al peggio, ma la realtà superava di molto l’immaginazione. Quel sottoscala umido, senza aria né luce, era di uno squallore allucinante. Una lampadina appesa ad un filo, una rete metallica come giaciglio e quella donna sfatta più che dagli anni dalle sofferenze; dietro a lei, coperto di stracci, spuntava il faccino spaurito di un bambino di pochi anni. “Tremante per l’emozione, le porsi la coperta e nell’intimo pronunciai un nome: “Gesù!”. Rimasi come trapassato da una lama di luce, come se per un istante si sollevasse un velo che mi nascondeva la verità delle cose. “Qualunque cosa avrete fatta al minimo, l’avrete fatta a me””, questa frase ora mi appariva di una evidenza sostanziale. Era Gesù la realtà più vera dell’uomo, anche se ricoperto e deformato da ogni genere di miserie materiali e morali. Nei miei dubbi, nelle mie prove, negli orrori della guerra, nell’uomo vittima e carnefice, dovunque, era sempre lui ed io non avevo saputo riconoscerlo. “Da allora – finì di raccontarmi Claudio -, è passata una vita. Tutto il resto non è stato che un progressivo inoltrarmi in questa verità, balenatami in un momento di grazia”. Così si era manifestato Dio amore a questo umbro di nascita. Era stato preparato a quel momento dalla sua stessa inquietudine esistenziale, effetto di una formazione religiosa impostata più sul timore che sull’amore, più formale che impregnata di semplicità evangelica, come pure dei traumi della guerra (ufficiale carrista, era stato ferito gravemente durante lo sbarco degli alleati in Sicilia) A partire da quella scoperta Claudio e sua moglie Mafalda avevano attinto alla spiritualità dei Focolari e per anni si erano spesi con generosità a beneficio di gruppi di fidanzati e di coniugi non solo a Roma, ma anche nel Lazio e in Campania. In seguito, per dedicarsi più pienamente al servizio del movimento, Claudio aveva lasciato l’insegnamento alle scuole superiori e iniziato a scrivere per Città nuova. Giovani, adulti e anziani rimanevano affascinati dalla sua straordinaria umanità, dalla profondità d’intellettuale unita al candore del bambino, dall’intensità con cui partecipava alle conquiste e ai drammi della chiesa e del mondo. Innumerevoli le persone illuminate ed aiutate da lui nei loro problemi e travagli. Per Claudio era vitale stare in mezzo alla gente, condividerne gioie e amarezze. Per cui, una volta in pensione, si sentì un po’ fuori gioco e in un forzato isolamento, del quale un po’ soffriva ma nel quale, anche, era tentato di lasciarsi scivolare, complice l’età. Tuttavia, ad ogni occasione di incontrare qualcuno, reagiva, senza tirarsi indietro. “Per fortuna, mi faccio forza – confidò una volta -; e quell’incontro, quel colloquio si tramuta nell’arricchimento di sempre”. Giunto al traguardo degli ottant’anni, sembrava quasi incredulo: se non fosse stato per gli acciacchi, per qualche vuoto di memoria, non sentiva lo scorrere degli anni sulla sua persona, che gli appariva come “sospesa in una sorta di giovinezza senza tempo”. Per l’occasione, gli chiesi un “bilancio” della sua vita da consegnarmi. Dopo le consuete rimostranze, iniziò: “Dietro gli eventi a volte dolorosi, a volte assurdi, a tutte le incomprensioni e sofferenze a cui t’ha sottoposto il prossimo, ho visto balzar fuori un unico Personaggio, che in maniera misteriosa s’è servito di tutto per venirmi ad acciuffare e far breccia nelle mie fibre coriacee”. E accennò ad uno sgarbo che aveva ferito profondamente lui, uomo di cultura e di studio, mettendolo in ridicolo davanti ad altri. “M’ero sfogato – riprese – con un amico sacerdote che, dopo avermi ascoltato, m’aveva sorpreso con questa domanda: “Che mestiere fa il postino?”. “O bella, recapita le lettere!”. “E lui sa cosa c’è dentro?”. “Certo che no”. “Caro Claudio, a te è appena arrivata una lettera che ora ti tocca decifrare. Quel tale che ti ha fatto soffrire non è altri che un postino, ignaro di quel che c’era dentro la missiva; mentre è con il mittente che devi avere a che fare. Il rimprovero ti viene da Dio, l’altro è stato soltanto un tramite” “. E riconosceva: “Per questo posso ormai giustificare chiunque e vedere la buona fede dappertutto, a rischio di passare per ingenuo e rimbambito. Ma la verità vera è che la partita è tra l’anima e Dio”. Con gli anni, aveva maturato una forma di distacco da sé che lo portava a guardarsi in modo più indulgente. “Una volta me la prendevo molto di più, ora riesco a sorridere delle mie gaffes, ad avere più comprensione di me stesso” Non credo che questa sia una virtù acquisita, dev’essere una “grazia” insita nell’età; ed io mi ci ritrovo dentro come in un abito che mi è stato elargito senza che abbia fatto nulla per meritarlo”. Dopo tutte le turbolenze e i drammi passati, si sentiva posto ormai in un osservatorio privilegiato dal quale vedeva sotto una luce nuova l’intera sua esistenza: “Se talvolta ho fatto fatica a decifrarne il senso e tutto mi era sembrato provvisorio, legato al contingente, ora invece intravedo un itinerario con un significato vero, non ipotetico. È emersa una linea che doveva esser quella; non potevo seguirne altre”. Un ennesimo squarcio: “Se un pensiero mi amareggia, è per le tante volte in cui, nel mio apostolato, mi sono compiaciuto dei successi come se il merito fosse mio, delle mie capacità. Ora che sono giunto alla conclusione della mia vita, mi rimprovero di esser stato un po’ un ladro della gloria di Dio. Non me ne do comunque una pena eccessiva: ho imparato in tutti questi anni che lui è più grande di qualsiasi cosa ci possa rimproverare la nostra coscienza”. Nel maggio 1998 perdeva la moglie Mafalda. Da oltre un anno, le precarie condizioni fisiche lo avevano costretto a casa. Era così iniziato un periodo speciale, un tempo di prova, in cui intuiva che dietro la riduzione delle forse e il venir meno delle sue facoltà, soprattutto quelle intellettuali, era all’opera Gesù che gli andava chiedendo progressivamente tutto per prepararlo all’incontro finale. Soleva confidare recentemente, quando era assistito dalla sua acuta intelligenza: “Più che stare a ragionare su tante cose, bisogna pregare molto” Occorre essere molto semplici. Solo i semplici entrano in Paradiso”. Era consapevole che l’Eterno Padre stesse guidando il suo procedere anche nel talvolta misterioso tratto conclusivo. Con quella fine ironia che lo contraddistingueva, ripeteva che, per quanto il mondo stesse apparentemente andando male, il bandolo della matassa restava ancora saldamente nelle mani di Dio. Molte volte, alla notizia della morte di qualcuno, lo si udì commentare: “Si compie la redenzione di un’anima”. Questo, oggi, è vero anche per lui.

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