Cityfest: riscoprire il disegno della città

Un progetto del Movimento dei Focolari per coinvolgere le persone in una sfida d'amore al servizio della propria città e per farne un luogo di fraternità.
Cityfest
Cityfest è un percorso che ha l’obiettivo di far riscoprire a ogni persona il proprio insostituibile contributo alla vita della comunità e di comprendere insieme come si possa rispondere ai bisogni degli abitanti. Rendere la città più vivibile e più bella, coinvolgendo le componenti più diverse della società, aprendola al mondo e dandole lo spirito della fraternità universale[1]. Un sogno?

 

Il ruolo della città

 

L’umanità di oggi è chiamata a rispondere alle sfide della globalizzazione, le sfide dell’incontro e dello scontro tra le culture, le etnie, le religioni, le sfide fra le generazioni, le sfide economiche e quelle della giustizia sociale. Il sessanta per cento degli uomini vive dentro le città. Le città, grandi e piccole, i quartieri, i villaggi hanno un ruolo centrale: esse sono spazio di confronto, fra conflittualità e dialogo; luogo di crescita fra disagi e risorse; laboratorio di convivenza fra identità e reciprocità.

 

Molti segnali fanno comprendere che misurarsi con queste realtà dentro la cornice della città può rappresentare una chance in più: in un luogo circoscritto le sfide possono essere affrontate da vicino e insieme. E si possono affrontare condividendo necessità e risorse, lavorando con le autorità civili come con quelle religiose, con il contributo di tutti coloro che amano la propria città, che vogliono essere cittadini attivi, che vogliono impegnarsi per renderle più vivibili e accoglienti, così da trasformarle in laboratori di fraternità viva.

 

Di fronte alle sfide aperte dalla globalizzazione, la città, luogo simbolo di incontro e scontro, può essere laboratorio di sperimentazione della volontà e della capacità di contribuire alla costruzione della fraternità universale.

Dal dialogo, di qualche anno fa, tra il filosofo Habermas e l’allora card. Ratzinger emergeva evidente come la profonda lacerazione dell’odierno quadro d’insieme richieda un cambiamento culturale significativo e l’apertura di nuovi orizzonti di dialogo.

 

Un’analisi dei profondi cambiamenti sociali portano ad affiancare al valore centrale dell’individuo offerto dall’Ottocento, alla affermazione, con le sue ombre e le sue luci, dell’uguaglianza, di un “noi” fatto di eguali, eredità del Novecento, una nuova cifra della costruzione sociale, che non annulli le esperienze culturali, politiche, economiche dei secoli precedenti, ma le contenga in una sintesi più alta, che non trova nemici da rinnegare, ma comprende ogni passo e dà vita ad una realtà antropologica più matura.

 

Essere “per”

 

Si intravede così la sfida di questo secolo: portare a maturazione quella più tipica qualità umana che, come suffragato anche dagli antropologi, qualifica la differenza specifica tra uomini e animali: quel essere “per”, ovvero la coscienza della responsabilità reciproca.

 

Su questa strada abbiamo avuto l’avventura di incontrare una delle grandi anime dei nostri tempi: Chiara Lubich. Una donna che non ha avuto paura di guardare in faccia le domande dell’oggi, che non ha allontanato le ferite più dolorose dell’umanità, ma vi ha trovato ragioni in più per la sua missione: l’unità della famiglia umana. E in questo, attingendo ad un pozzo inesauribile: l’esperienza dell’amore di Dio, un Dio Trinitario, di un Dio – Comunità. A chi l’ha seguita, non ha posto di fronte solo una meta, ma ha proposto una strada percorribile, dove ciascuno si è trovato soggetto, con le proprie competenze, le proprie esperienze, di un “noi comunitario”, attore di cambiamento.

 

Un appunto di Chiara, datato 1946, riporta due concetti: “Oltrepassare sempre ogni limite” (e ciò significa che l’unità è sempre raggiungibile) e assumere “sempre e per abito preso (e ciò significa come assunto indiscutibile) la fratellanza universale”, che lei vede sostanziata dall’amorosa paternità dell’unico Padre. Sarà questo allora il disegno nascosto che tutti, in quanto cittadini, siamo chiamati a far emergere dentro le nostre città? Allora dobbiamo constatare che la domanda che attraversa le mille domande che i nostri cittadini, singoli e organizzati ci pongono, è una domanda di unità, di coinvolgimento da soggetti dentro la costruzione della città, una città non più “liquida”, ma solida, una città non più raggelata, ma pulsante, non aspra, ma fiduciosa.

 

La nostra capacità di risposta passa attraverso la scelta dell’unità, nel metodo e nel fine: nel metodo puntare su una logica incrementale, quella che si nutre di diversità che si ascoltano e si confrontano; nel fine, scegliere dentro le mille soluzioni possibili solo ciò che è frutto e dà come frutto l’unità.

 

La città e l’uomo

 

La sfida della città oggi ha un particolare fascino. Due ragioni tra le tante: una fondativa e una, da non sottovalutare, più attuale. Storici, filosofi, antropologi, sono d’accordo nel dire che la città fa parte di quelle comunità costitutive, universali – come la famiglia – non legate a questa o a quell’epoca, a questo o a quel continente, non espressione di un incidens, per così dire, ma qualificanti l’identità di una persona.

 

Guardando alla città capiamo l’uomo. Essa è il risultato del naturale bisogno di identità della persona e del suo altrettanto naturale bisogno di dialogo con l’altro da sé. E cosa sono le nostre città se non il frutto – molte volte armonico – della sedimentazione di identità: di correnti culturali, di ispirazioni artistiche, di rapporto col trascendente… fatte di luoghi che custodiscono tradizioni famigliari secolari, la vita civica del popolo… la città “casa di identità”.

 

Ma la città è anche “spazio relazionale”, scelta dell’individuo di vivere assieme agli altri, di portare la propria famiglia ad arricchirsi della vicinanza dell’altro, frutto di un bisogno funzionale, ma anche della consapevolezza interiore che la relazione è un dato antropologico costitutivo e universale.

 

Da una semplice convivenza tra simili – quella stessa che possono sperimentare anche gli animali cacciando assieme – la sfida della città è una vera e propria comunità umana: non più solamente “con l’altro”, ma “per l’altro”. Ma oggi c’è un fascino in più nel lavorare dentro la città. Lungo le sue arterie, viaggiano le contraddizioni più stridenti del villaggio globale, per cui scegliere l’orizzonte della città significa porsi esattamente nel punto di crisi della modernità.

 

Le sfide di oggi

 

Nella città si coagulano le sfide principali che interpellano la nostra convivenza. Quattro per tutte: la scelta dell’incontro o dello scontro fra le religioni, dell’incontro o dello scontro fra le culture, dell’incontro o dello scontro fra le generazioni, la sfida della giustizia sociale. 

 

E se è vero che la città può rappresentare una somma di problemi “impossibili”, essa può diventare anche un laboratorio privilegiato per innescare più agevolmente processi di cambiamento, di ricomposizione sociale, di apertura e flessibilità. Un’opportunità perché, in forza della sua globalità localizzata, permette una serie di relazioni, condotte sotto lo sguardo e a misura di sguardo[2], esposte al ravvicinato controllo etico, che possono avviare soluzioni maturare sul territorio, ma potenzialità da spendere poi anche nel globale.

 

In questo tempo, chi si è ispirato all’ideale dell’unità, il “popolo dell’unità” – per così dire – ha visto maturare riflessioni ed esperienze concrete che la fraternità non è un’utopia: dalle prassi civili e politiche nate in situazioni e contesti molto diversi, si individuano quattro passaggi che sono sempre presenti, che qualificano il suo impegno ed il suo lavoro dentro la città.

 

Dar vita a relazioni nuove

 

Il primo passaggio rispecchia un’espressione di Chiara: “Tutti saranno uno, se noi saremo uno”. Dentro i confini delle città, la capacità di relazione che appartiene ai piccoli gruppi costruisce più facilmente un ambiente favorevole, dove il dinamismo della quotidianità si dimostra vincente, capace di sovvertire le rigidità del potere e dei processi politici ed economici, con la creatività della fiducia, della generosità, dell’iniziativa personale, del perdono e della riconciliazione, della perseveranza, con una inaspettata capacità di contagio.

 

È una riflessione che va facendosi spazio, negli ultimi decenni, nelle analisi di vari studiosi della realtà sociale, in Italia come in altri Paesi alle prese da più tempo con la frammentazione della “società liquida”.

Tutto ciò conferma che se si dà vita a relazioni nuove, si offre alla città la risposta che essa attende ed essa si lascia contagiare. Si apre quindi la possibilità che le nostre città cambino destino: invece di andare verso la frantumazione totale, con i conseguenti problemi di sicurezza, di chiusura fra quartieri, accade che si possa avviare un processo inverso. Una colata lavica che appare inarrestabile, in realtà si solidifica, e dunque si arresta, nel momento in cui trova un nucleo di solidificazione, attorno al quale avviene il processo.

 

Il “minimo” al centro

 

Un secondo passaggio: da dove iniziare? L’esperienza di Chiara, dagli albori del Movimento durante la seconda guerra mondiale fino al progetto di una economia di comunione, è molto chiara. Per cominciare è indispensabile una prioritaria fondamentale scelta che apre il nostro sguardo: prendere il “minimo” della nostra società come misura, puntare lì il compasso e disegnare il cerchio d’azione. Cosa vuol dire costruire o ricostruire le nostre città “a misura del minimo”? La particolarità di questa esperienza si fonda sul fatto che non si tratta di fare azioni per i poveri, ma di renderli assieme a noi soggetti di un nuovo concetto di sviluppo di comunità.

 

Un esempio molto semplice. Se si abbattono le barriere architettoniche, ambientali della città, rendiamo la città vivibile per tutti, non solo per coloro che possono avere una disabilità. È un esempio, ma si potrebbe continuare: molte sono le barriere da togliere, oltre a quelle architettoniche. Ci sono le barriere fra le culture: la cultura che oggi ha più difficoltà di integrazione deve trovare, nella nostra azione, la possibilità di una “sovra-rappresentazione positiva”, come si usa dire in termini politologici, deve cioè essere privilegiata nel suo potersi esprimere, in armonia con le altre culture. La ghettizzazione ha sempre drammatiche conseguenze…

 

Le città come esseri viventi

 

Terzo passaggio: l’incontro con la città. C’é una frase molto significativa di Giorgio La Pira, carismatico sindaco di Firenze: “Le città sono esseri viventi”. Siamo abituati a vedere le nostre città con il caos del traffico, il caos delle etnie che non si riconoscono, il caos del consumismo, il caos dei problemi sociali. È necessario acquisire un altro sguardo, compiere un’operazione di conoscenza della nostra città, percorrendola lungo le sue vicende storiche, civili e religiose, istituzionali e associative, attraversare le sue risorse e le sue ferite, fino a poterle dare un nome nuovo, fino a comprenderne il disegno, quella vocazione particolare che la fa diversa da tutte le altre, un dono per la convivenza dei popoli.

 

E continuare a custodire questo sguardo anche quando è difficile: quando questo atteggiamento può apparire ingenuo e poco valido politicamente; quando le situazioni contingenti ci evidenziano nell’uomo solo il negativo; quando il dialogo è in stallo; quando addirittura può sembrare che sia fallito il progetto stesso. Allora è il momento di andare in profondità: la croce, le difficoltà rafforzano e purificano le nostre ragioni e rendono più aperto e accogliente il progetto. Il disegno secolare delle nostre città ogni volta che accetta la ferita dell’alterità apre il proprio futuro.

 

Il talento di ciascuno

 

Quarto passaggio: la città nuova esiste già. La chiave? Far scoprire ad ogni cittadino la sua risposta alla città, la sua responsabilità civica, chiedendo a ciascuno di rispondere semplicemente facendo dono di ciò che egli è. Al medico dovremo chiedere di essere “medico per”, all’imprenditore di essere “imprenditore per” nella sua città, alla mamma, all’insegnante…

 

Colorare ciascuno del suo colore, del suo talento ed il proprio colore, il proprio lavoro, la propria passione diventa la risorsa che ognuno ha per vivere la città. La città allora diventa un mosaico, composto dall’armonia di tutti questi tasselli colorati, per amore: è il tuo lavoro, il tuo tassello per gli altri, la tua passione, è la tua parte nel mosaico.

 

Una rete di città

A coronamento dei quattro passaggi, c’è una realtà in più che contraddistingue questo lavoro: una rete fra le città. Esperienze sempre più numerose lo confermano: dall’hinterland milanese alla pampa paraguaiana, esperienze di gemellaggi fraterni dove non si sa chi dà e chi riceve. Per governare la globalizzazione è necessaria una riforma vigorosa e perseguita con determinazione politica dalle istituzioni internazionali, ma è indispensabile anche promuovere, dare spazio, rafforzare una rete di relazioni di “diplomazia diffusa” popolare e decentrata. Persone che hanno imparato a conoscersi e a stimarsi, a collaborare e ad apprezzarsi reciprocamente, più difficilmente si presteranno a imbracciare le armi l’uno contro l’altro.

 

Riassume ogni cosa una citazione di Chiara, da un suo scritto offerto ad un grande incontro di città dell’America del Sud: “Tenendo lo sguardo sull’obbiettivo, nonostante le difficoltà, potremo ricomporre in un unico mosaico, partendo dalla dimensione dell’impegno quotidiano fino alle grandi scelte politiche per i nostri popoli, le mille tessere della reciprocità.

Sapremo realizzare assieme una democrazia comunitaria, partendo proprio dalle città. In esse nuove possibilità di partecipazione e una nuova disponibilità all’ascolto apriranno strade inattese per il riscatto degli ultimi. Sapremo contagiare con l’idea e soprattutto con la pratica della condivisione dei beni, nella libertà, i circuiti economici e le istituzioni.

Partendo dalla base, dalla città come dimensione fondamentale della politica, potremo fornire esperienze, progetti, idee utili anche per rinnovare la politica mondiale, oggi indebolita da forti ingiustizie, dimostrando che è possibile l’unità nella diversità, un progetto politico condiviso pur nel rispetto del pluralismo, una società globale, ma fatta di mille preziose identità”.

 




[1] Per maggiori informazioni: <www.globalcity.org>.

[2] C.M. Martini, Paure e speranze di una città,in Aggiornamenti sociali 9-10 (2002) 690.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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