Cittadini del Mediterraneo

Drammi ed esempi di umanità, speranze e silenzi istituzionali. Tunisi e Roma  navigano a vista.
Migranti a Lampedusa
Il mare è la loro patria, la terra ondeggiante che reca in sé salvezza o morte. Quell’azzurro splendente che nei giorni di tempesta diventa grigio tenebroso si riflette negli occhi innocenti di Ahemed e in quelli maturi di Vincenzo. Tutti e due al Mediterraneo hanno affidato la loro vita: il primo a un barcone che ha per rotta la libertà e il futuro, il secondo a un peschereccio che dagli abissi trae il sostentamento della famiglia.

Lampedusa li ha fatti incontrare. Su questo scoglio arido, si sta giocando una partita del futuro tra due continenti, Europa e Africa, perché, mai come in queste settimane, quel mare che divide è tornato ad essere una casa comune; e su questo lembo di terra, che dista dalla Sicilia più di 200 km e dalla Tunisia appena 113, se ne stanno gettando – sembrerebbe – le fondamenta.

 

Il sacchetto giallo

Ahemed è arrivato qui il 10 marzo con altri 140 compagni. Ha salutato la Tunisia senza rimpianti. «Caduto Ben Alì, è crollato il sistema economico del Paese, perché lui e la sua famiglia avevano in mano tutto. Ora c’è solo incertezza – racconta –. La rivolta dei gelsomini che lo ha cacciato tornerà presto come rivolta per il pane». Approdato a Lampedusa, ha esultato: ce l’aveva fatta. Il Mediterraneo non è diventato la sua tomba, come per centinaia di altri migranti: stavolta lo ha risparmiato, le acque non hanno inghiottito il suo legno alla deriva, la motovedetta della Guardia costiera è giunta in tempo. Ahemed ha in tasca una laurea in turismo e tre lingue ben parlate, condizione che lo accumuna a molti dei suoi compagni di traversata.

 

Tutti i suoi averi sono in una borsa gialla di plastica e si fa presto ad elencarli: un asciugamano, un maglione e un cambio di biancheria. In tasca il telefonino, accessorio immancabile di chi ha poco più di vent’anni, ma in realtà unico ponte ancora attivo con la sua famiglia. Lo ha ricaricato in una delle prese della parrocchia, poco dopo la messa, a cui ha voluto assistere per scoprire come pregano i cristiani. Poi è cominciata la coda per la doccia in canonica: tre ore di fila per un refrigerio di 15 minuti. Non si lava da cinque giorni. Dorme sul promontorio che sovrasta il porto, su quella che abbiamo imparato a conoscere come la “collina della vergogna”. La sua tenda arrangiata con plastiche, materassi sottratti alle imbarcazioni in secca, cartoni recuperati in strada, ospita sette suoi compagni.

 

Tre coperte bastano per tutti. Vengono dalla stessa città e sono arrivati sull’isola in giorni diversi.

I lampedusani li hanno assistiti offrendo cibo e vestiario. Prova ne sono i cartelli sparsi che in uno stentato italiano e con evidenti strafalcioni ringraziano e chiedono scusa per il disagio. Percorrendo quest’altura si apprende la geografia della Tunisia: Kaserine, Bir el Hafey, Tunisi. Ogni tenda un villaggio. In questa discarica umana puzzolente, negazione di ogni diritto e di ogni dignità, hanno riprodotto un pezzo del loro Paese.

Per questi corpi giovani, distesi sull’altura e sul molo nessun centro d’accoglienza, nessun mediatore culturale, nessun pasto regolare, nessun servizio igienico. Solo un sacchetto giallo, fragile e trasparente. Troppo piccolo per contenere i sogni e le speranze, almeno quelle di Ahemed. Lui vuole arrivare in Francia, incontrarsi con la fidanzata che vive lì, da quasi due anni, con la famiglia. Ha fame di libertà, vuole un lavoro serio. Lui aveva una casa, aveva un letto nella sua città, ora vive «come un cane, in strada, da due settimane. Perché questo? Non è giusto. Io voglio solo una vita diversa».

 

Lo “scruscio” e la solidarietà

«La giustizia non c’è – è l’affermazione perentoria di Enzo –. Non c’è governo, non c’è mai stato, ci hanno dimenticati tutti». Le rughe sulla sua fronte si infittiscono, non riesce a contenere la rabbia. La sua barca è stata saccheggiata e usata come dormitorio e cloaca. E non è il solo. Sulla piazza dell’obelisco c’è una folla che chiede risposte.

 

«Dobbiamo fare scruscio (rumore) – ribatte Carmelo, operaio edile –. Perché qui scambiano la nostra gentilezza per stupidità. Noi non siamo razzisti, ma questi brutti gesti non ce li meritavamo». Si riferisce ai furti nelle case, alle dispense svuotate dei casolari di campagna, allo scempio delle barche. Sulla piazza accanto, sulle scale dell’unica parrocchia dell’isola, ci sono le mogli, intente a distribuire sacchetti di cibo, vestiario e qualche spicciolo per le sigarette o le schede telefoniche.

Non resistono Anna e Francesca, di fronte a questi ragazzi inzuppati dal mare, infreddoliti, provati dal viaggio. Hanno aperto gli armadi, hanno dato vestiti, scarpe e coperte, anche quelli che per loro sarebbero stati necessari. Hanno fatto le richieste più varie agli amici: biberon per i nati in barca, jeans da uomo 44, «perché questi sono tutti magrolini». «Per noi questi non sono poveri cristi – spiega Francesca –, ma Gesù che passa per le nostre strade e ci chiede soccorso, ancora oggi».

 

Non risparmiano forze neppure Maurizio e Gianni che seguono i turni doccia e vestiti in canonica: l’uno, dalle 20 in poi, si occupa della mensa ambulante con i vicini di casa, l’altro ha abbandonato la musica e il suo complesso per aiutare padre Stefano.

Il parroco è diventato il riferimento di questa catena di soccorsi in strada. Con lui padre Vincent, tanzanese viceparroco, e due altri sacerdoti inviati dal vescovo a dar man forte, insieme a una catena di volontari, che h24 non si sono risparmiati in inventiva e forze. Stasera poi c’è il panettone arrivato da un’azienda agrigentina e per gli accampati sotto la volta della chiesa è proprio Natale. «Quando c’è da mangiare, qui è sempre festa», conferma don Stefano.

 

Non sarebbe potuto accadere da qualsiasi altra parte quello che qui si sta verificando. Altrove si sarebbe rischiata una rivolta sociale. Quando i nuovi arrivati superano i residenti di quasi tremila unità, è come se un territorio non appartenesse più a chi lo abita. Ma qui invece si convive, anzi, si affiggono persino cartelli in arabo e francese per rendere più semplice la comprensione e i movimenti. Se qualcuno per protesta voleva issare la bandiera tunisina, in segno di novella conquista, molti di più sono quelli che si danno da fare e lasciano parlare la lingua del cuore e dell’accoglienza, che mai come in questo esodo diventato emergenza umanitaria, ha spiegato, compreso, scusato anche gli atti vandalici, inevitabili in un’isola impossibile da controllare e da difendere.

 

Le domande sui ritardi

Perché così tardi? Perché si è dovuto attendere il presidente del Consiglio per svuotare l’isola? Perché ci si è ostinati a tenere il centro chiuso per settimane? Perché in quei giorni i ponti aerei si sono fermati? La verità è che questi disperati nessuno li vuole, si ripetono l’un l’altro sulla piazza, ma Lampedusa non può contenerli tutti. Nel 2008 erano passati in 35 mila dall’isola, in tempi più diluiti, è vero, ma anche in quell’occasione si era rischiata l’emergenza. I permessi umanitari, la collaborazione con l’Agenzia Onu per i rifugiati scampò il pericolo, ora invece l’impressione è che ciascuno pensi a sé.

 

«Ma in Italia non ci sono più di mille paesi?», si domanda Giovanni, pescatore ottantaduenne che ha dovuto sospendere il torneo di briscola, nella rimessa delle barche al porto, per «troppa confusione». Lui la soluzione l’avrebbe già trovata: «Se ogni paese se ne prende cinque, tutto è risolto e noi magari ce ne prendiamo dieci, visto che li abbiamo accolti per primi». Sorridono i militari del suo discorso ingenuo, sorridono gli altri pescatori guardando quel Mediterraneo che continuerà a sbarcare altri affamati di Occidente e di democrazia, consapevoli della fragilità degli accordi e dei controlli che mai potranno fermare la determinazione di questi ragazzi, la loro voglia di vita.

 

La direzione della nave

Intanto a cala Pisana getta gli ormeggi l’Excelsior. Non è facile ancorare le funi alla banchina, faticano i mozzi a tenerle salde. Mentre il portellone scende, sono più di mille i volti in attesa che guardano le operazioni di attracco. La polizia continua le perquisizioni, si consultano sulle collane al collo dei tunisini: «Lasciarle o toglierle e infilarle in uno dei sacchi neri, con cinture e lacci?». Ahemed è lì a salutare Sidi. Sulla roccia che sovrasta il porto grida il numero di telefono all’amico. «Non lo rimpatriano?», chiede affannosamente ai giornalisti, ai poliziotti. Quella parola, appena compresa al comizio del presidente Berlusconi, lo tiene sospeso, lo terrorizza.

 

Lui ha pagato duemila dinari per scappare, e tornare equivarrebbe a carcere e torture. È tentato di buttarsi in acqua e seguire la scia bianca lasciata dalla nave. Che ne sarà di loro, che direzione prenderà la prua della San Marco che si avvicina: Tunisia o Puglia? Nessuno dà spiegazioni, la tensione è palpabile, la tristezza schiacciante. Il Mediterraneo rapisce allo sguardo il suo amico. Lo rapisce insieme a quel progetto di area euro-mediterranea di scambi e di investimenti che in Sicilia e a Lampedusa prevedeva sedi privilegiate e invece tutto è rimasto lettera morta, anzi seppellita.

 

Su questo scoglio lo scultore Mimmo Paladino aveva innalzato la Porta d’Europa, una cornice aperta nell’avamposto più a sud dell’isola, ma «qui non bastano le porte – dice don Stefano –, qui ci vuole il cuore e soluzioni che dal cuore ricevano forza e sostanza». Il vento si è placato e queste parole restano nell’aria, restano impresse in queste strade ora vuote e ripulite a fatica. Mentre nel Mediterraneo altri uomini, altri bambini hanno perduto la loro vita su un altro barcone, l’ennesimo di una traversata che non troverà approdo.

 

Su www.cittanuova.it, lo speciale su Lampedusa.

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