Cipro e il gas mediterraneo

Il bacino orientale del Mare Nostrum ha giacimenti di enorme importanza, che iniziano a essere perforati e sfruttati. Ma non tutti sono stati invitati al tavolo della spartizione, come i turchi…

La notizia è passata quasi inosservata al grande pubblico europeo, un po’ perché manca la chiave di lettura e un po’ per il taglio “libico” che molti media hanno dato alla notizia. Mi riferisco al recente accordo (11 dicembre 2019) fra la Turchia e il cosiddetto Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli, che fa capo a Fayez al-Sarraj. Quel Gna a cui si oppone l’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar, che ha appena lanciato l’ennesimo attacco per conquistare Tripoli e il territorio controllato dalle milizie legate al governo di al-Sarraj. In quell’accordo tra Ankara e Tripoli non è certamente la situazione libica ad essere in primo piano (il sostegno turco ad al-Sarraj non è affatto una novità), ma ciò che è davvero in gioco è lo sfruttamento dei giacimenti di gas del Mediterraneo orientale, dal quale la Turchia si sente esclusa, messa da parte praticamente in casa propria dal gioco di grandi poteri.

È impossibile raccontare in poche righe una situazione molto complessa, ma non si può ignorare una vicenda che verosimilmente provocherà, nel giro di pochissimi anni, sconvolgimenti economici e politici in molti Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Tutto ciò perché nei fondali del Mediterraneo orientale, di fronte alle coste di Egitto, Siria, Libano, Striscia di Gaza, Israele, Cipro e Turchia si stanno scoprendo enormi giacimenti: si calcola che potrebbero esserci 11 mila miliardi di metri cubi di gas e 1,7 miliardi di barili di petrolio: due anni e mezzo dell’attuale consumo mondiale di idrocarburi. Negli ultimi 10 anni sono stati individuati e attivati, per non citare che i maggiori siti finora scoperti, il giacimento egiziano Zohr, 850 miliardi di metri cubi di gas, i due giacimenti israeliani Leviathan (620 miliardi) e Tamar (280 miliardi), e il cipriota Aphrodite (140 miliardi).

Per la piccola isola di Cipro, in particolare, le scoperte sono un annuncio molto ghiotto, ma… Il “ma” è la mai risolta divisione dell’isola, dove (dal 1974) c’è un Nord turco e un Sud greco, tanto più che il Sud è membro dell’Ue e il Nord non è riconosciuto, se non dalla Turchia. Uno degli annunci che non sono piaciuti per niente alla Turchia (e non è l’unico) è quello di un accordo intergovernativo siglato a Tel Aviv (20 marzo 2019) fra Grecia, Cipro e Israele, alla presenza del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, per la costruzione di un gasdotto EastMed, in gran parte sottomarino, che porterà il gas dai giacimenti direttamente in Italia e in Europa attraversando la Cipro greca, Creta e la Grecia. Un gasdotto, quindi, che taglia fuori la Turchia, sebbene altre molto promettenti zone di ricerca di nuovi giacimenti si trovino in aree rivendicate anche dai turco-ciprioti. Il ministro degli Esteri della Turchia, Mevlut Cavusoglu, ha detto a dicembre in un’intervista: «Nessuno può condurre questo genere di attività nella nostra piattaforma continentale senza il nostro permesso».

Qui sta il punto: fin dove arriva la piattaforma continentale turca? La repubblica greco-cipriota rivendica una propria Zee (Zona Economica Esclusiva) nella quale addirittura concede licenze di esplorazione a compagnie straniere (tra cui l’italiana Eni) senza considerare che parte di quella stessa Zee è rivendicata dai turco-ciprioti e dalla stessa Turchia. Così, con l’accordo turco-libico di dicembre, i confini marittimi che Ankara rivendica per le attività di perforazione vengono provocatoriamente ampliati. Ma Cavasoglu assicura: «Non cerchiamo tensioni, ma un approccio che possa garantire i diritti di entrambe le parti». È un messaggio che implicitamente la Turchia rivolge all’Ue: siamo aperti a negoziare con Cipro e la Grecia, non tagliateci fuori. È anche molto evidente che se il percorso del gasdotto EastMed passasse dalla Cipro turca e raggiungesse il porto turco di Ceyhan per poi attraversare il Paese fino a Istanbul, non solo sarebbe meno costoso, ma anche più sicuro.

 

È quanto ha sottolineato Fiona Mullen, direttrice di Sapienta Economics, una società di consulenza e analisi economica di alto livello: «Il mezzo più rapido, più semplice e meno caro per esportare del gas sarebbe quello di inviarlo attraverso un gasdotto in Turchia. Ma questo comporterebbe una risoluzione del problema cipriota, cosa che per ora sembra improbabile». E in un altro passaggio, la Mullen specifica: «Non si può pretendere che la questione del gas sia separata dal problema cipriota. Quando una parte si può avvalere del diritto internazionale mentre l’altra ha le armi, l’unico modo per risolvere la disputa è negoziare. Solo una soluzione politica potrà mettere fine a questa situazione». Per concludere così: «Sul lungo periodo, il rischio per le imprese è che non potranno sfruttare nessuna riserva di gas senza una soluzione del problema cipriota».

 

 

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